LEO MALET.
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NESTOR BURMA E LA SPILLA A FORMA DI CUORE.
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I nuovi misteri di Parigi. Sedicesimo Arrondissement.
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Titolo originale: Pas de bavards  la Muette.
Traduzione di: Giuseppe Pallavicini.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Dedica:
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A Jacquou,
che mi accompagna nei miei vagabondaggi
arrampicandosi sui cancelli
e aggirandosi tra le rovine.
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Personaggi principali.
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NESTOR BURMA investigatore privato
MATHILDE AILOT cliente di Nestor Burma
YVES BENECH ex autista privato della signora Ailot
MARIE-CHANTAL nonch SUZANNE nipote della signora Ailot
FLORIMONT FAROUX commissario di polizia
HELENE segretaria di Nestor Burma
JOSEPHINE cameriera dell'Hotel de l'Assomption
RENE GAURATEL ex cameriere, mediatore clandestino di autisti privati
ROGER LASSERRE alias LOZERE falso giornalista
Signor AILOT marito di Mathilde
ANDRE AILOT figlio degli Ailot
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Sedicesimo Arrondissement.
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1.
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Presa di contatto.
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Quell'anno, la primavera, un po' in ritardo, avanzava a tutta birra con l'intento di riacciuffare il
tempo perduto; gli alberi non erano mai rinverditi cos all'improvviso, e gli uccelli riempivano il Bois
de Boulogne col loro cinguettio gioioso. Eppure, in seguito non ci fu che sangue e putrefazione.
La casa dove avevo appuntamento alle due precise si trovava in rue du Ranelagh, nell'area
compresa fra avenue Mozart e quai de Passy. Passando davanti, rallentai per esaminarla.
Era una palazzina del 1900, modern style, bianca come se l'avessero appena costruita, a un solo
piano oltre all'ammezzato. Le ampie finestre a piccoli riquadri, dai bordi lavorati, sembravano adorne
di crema solidificata; qua e l, scolpiti sulla facciata, iris di una specie sconosciuta fiorivano come
foruncoli artistici.
Sarebbe piaciuta a Salvador Dal, che si  fatto cantore ispirato di tale architettura commestibile
e succulenta, come dice lui. E il pittore sarebbe stato anche sensibile alle placche in lamiera a forma di
coratella che, alla sommit di un muricciolo, separavano dalla strada il giardino fitto di alberi. Una gran
bella casa, fastosa e tutto il resto, ma soffocata da un grattacielo, probabilmente in rue des Bauches, che
torreggiava alle spalle coi suoi finestroni protetti da tende variopinte.
Proseguii ancora un pezzo, parcheggiai il mio macinino non lontano da uno degli accessi al
borgo di Boulainvilliers, consultai l'orologio e ritornai subito indietro, pedibus calcantibus. Suonai alla
porta, e un servitore non pi giovanissimo, distinto, invecchiato dentro al suo panciotto a righe, mi apr
quasi subito, come se spiasse il mio arrivo.
- Buongiorno, signore.
- Buongiorno. Sono Nestor Burma.
- S, signore. Se il signore vuole seguirmi.
Parlava a voce bassa, come se vegliasse un ammalato oppure temesse di turbare la calma
provinciale che regnava all'intorno. Ma forse dipendeva soltanto dall'et. Insinuandoci fra gli alberi,
attraversammo il giardino lungo un vialetto disseminato di ghiaia scricchiolante. Salimmo una scala di
pietra a doppia rampa, arzigogolata come un vecchio ingresso della mtro. Ai piedi, una donna nuda,
anch'essa di pietra, serrava contro un petto abbondante, striato di nero, una lira di cui evidentemente
non sapeva che fare. Poi, un atrio oscuro, affollato di quadri non molto pi chiari, un corridoio, ancora
una scala, stretta questa volta, e fui introdotto al cospetto della signora Ailot, in una stanza vecchiotta
ma graziosa, arredata con mobili in stile e ingombra di ninnoli. Un albero protendeva un ramo sino alla
finestra e a tratti, sotto la spinta di un vento leggero, una foglia accarezzava il vetro.
La signora Ailot. Sulla cinquantina, ma non una ruga in pi di quella che permette il secolo
della chirurgia estetica. Un completo grigio intonato al colore degli occhi, i capelli azzurrini, mi fece
l'impressione di una signora matura, stanca, abbastanza simpatica, sebbene un po' alla comando io.
Restammo un buon mezzo minuto faccia a faccia, studiandoci a vicenda, lei in poltrona, io di
fronte in piedi, il cappello in mano, la gola attanagliata da una voglia furiosa di fumare, come sempre
quando capisco che sarebbe scorretto mettere all'opera la pipa. Un mezzo minuto a squadrarci in
silenzio. La signora Ailot lo ruppe finalmente, questo silenzio, schiarendosi la voce. Lasci ancora che
qualche secondo sprofondasse nell'Eternit, poi in tono fievole, quasi stanco: - Cos, lei  proprio il
signor Nestor Burma?
M'inchinai.
- Sissignora.
- Ho saputo che  un investigatore abile e discreto.
Ri-riverenza stile Reggenza da parte del sottoscritto.
- Abile e discreto. Bene. Anche svelto?
- Dipende, signora.
- Non le chieder nulla d'impossibile, ma deve essere risolto rapidamente. D'altronde non c'
motivo per cui non venga fatto in fretta. Si sieda.
Senza muoversi dalla poltrona, con una mano bianca ancora bella, mi indic una sedia sulla
quale posai due natiche circospette. Le gambe sottili e la spalliera lavorata di quell'arnese non
m'ispiravano fiducia. Non peso tonnellate, ma mi domandai se un pezzo da collezione cos fragile e
gracile avrebbe sopportato la mia mole. Esperienza fatta, la sopportava.
- Ecco di che cosa si tratta - prosegu la signora Ailot, dopo un profondo sospiro. (Forse, anche
lei temeva per la sua sedia.) - Mi hanno rubato dei gioielli di un certo valore e desidererei recuperarli
senza scandalo. Senza scandalo per nessuno. Conosco l'autore del furto... e vorrei...
La sua voce tent di assumere un'inflessione dura, autoritaria, ma il cuore la smentiva: -...Che
lei incontrasse quell'uomo... e gli facesse capire che non trarr alcun beneficio dal suo furtarello.
Certo, preferisco non provocare scandali, ma se mi ci spinge... voglio dire se cerca di vendere quegli
oggetti... non lo permetter e non avr esitazioni. Sono pronta ad ammettere che ha agito in un
momento di smarrimento e sono disposta a perdonarlo, ma...
S'interruppe. Silenzio. La foglia d'ippocastano si sfreg contro il vetro. Guardai la foglia. La
mia ospite riprese: -... un passo...
Abbandonai la foglia al suo pomiciare e rivolsi l'attenzione sulla signora Ailot: -... un passo
che, al limite, avrei potuto compiere anch'io, senonch la mia dignit me lo proibisce; oppure mandare
Jrme, il nostro domestico, come ambasciatore, ma suppongo che lei, pi di noi, abbia l'abitudine a
questo tipo di negoziati. D'altronde, in qualit d'investigatore, far certamente impressione su Clestin.
- Clestin?
-  il nome del mio ladro. In effetti si chiama Yves Bnech, ma qui lo chiamiamo Clestin per
esigenze di servizio. Era il nostro autista.
- Capisco.
Per molto tempo, servitori e serve hanno condiviso con le ospiti dei bordelli il dubbio privilegio
di cambiare nome secondo il desiderio dei padroni, visto che costoro non si prendevano la briga di
affaticare la memoria e facevano portare lo stesso nome ai domestici successivi. Pensavo che la
tradizione si fosse perduta. Dovevo ricredermi. Bene. Il mio Clestin, dunque, si chiamava Yves
Bnech. Un brettone. Ma non col cappello rotondo. Col berretto. Ri-bene. La signora Ailot m'inform
che non faceva pi parte della casa. L'aveva sbattuto fuori, perch si era accorta di certe cose che non
le piacevano per niente. E Clestin si era vendicato portando via i gioielli. La donna ripet che nella
mia veste di detective privato avrei certamente impressionato l'ex autista.
Approvai senza un'eccessiva convinzione intima. A volte, questi servitori si rivelano, all'uso,
pi coriacei dei teppisti consumati. Ma tenevo per me le mie riflessioni pessimistiche.
- Ecco quello che mi aspetto da lei, signor Nestor Burma. Trover Clestin, in rue de
Boulainvilliers...
Mi disse il numero: -... un albergo, una specie di porto di mare dove lui vive fra un posto e
l'altro. Spero che non si sia trasferito. Lei esiger la restituzione immediata dei gioielli rubati. Sono due
collane di perle naturali... Se ne intende di perle naturali?
- Cos. Da profano. Non me ne hanno mai offerte - risposi sorridendo.
La mia battuta non la tocc. Lasci ugualmente errare un vago sorriso sulle labbra, per fare
compagnia al mio. Aggiunsi: - Ma lei, signora, non mi assume mica come esperto.
- No, in effetti. Sono, dunque, due collane di perle naturali, una spilla a forma di cuore
tempestata di diamanti, un ciondolo, un anello di brillanti e due o tre anelli di minor valore, dei quali
purtroppo non mi  possibile darle una descrizione. Non li mettevo mai. Rimanevano nel portagioie e
non immaginavo che un giorno...
- Non importa, signora. Non  necessario che io descriva a quell'individuo ci che le appartiene.
Non sta mica reclamando degli oggetti smarriti a qualcuno che ha bisogno di prove per ritenerla
proprietaria solo sulla parola.
- S, ha ragione.
- Diceva, allora? Due collane di perle naturali...
Estrassi il taccuino e presi nota mentre lei dettava. Dopodich, si dimen nella poltrona, come
se una pulce l'attaccasse nelle parti intime, ma forse mi sbagliavo. Non ci sono pulci alla Muette o,
anche se ce ne fossero, nessuno ci baderebbe. In effetti, ero fuori strada. Prese una borsa alle sue spalle
e ne cav alcune mazzette di banconote bell'e nuove.
- Non voglio scandali - ripet - non tollererei alcuno scalpore su questa faccenda. Se pu farsi
restituire i miei gioielli con l'intimidazione senza che mi costi pi del suo onorario, tanto meglio. Ma
se...
E cominci a tamburellare sul bracciolo della poltrona: -...Ma se... chiamiamolo un premio alla
disonest... s, non ci sono altre parole... non  di certo molto morale, anzi fondamentalmente
immorale, ma... insomma, se un premio alla disonest pu facilitare le cose... arriver fino a centomila
franchi...
Mi tese i cento sacchi in questione, in tagli da mille, che parevano usciti dalla zecca.
- ...Sia chiaro che le mie perle valgono due o trecento volte di pi, s'intende, e centomila
franchi non sono poi una grossa somma, ma sono gi qualcosa. Comunque, il partito migliore, per
Clestin,  di accontentarsi e di accettare questa transazione. Glielo faccia capire, signor Nestor Burma.
- Conti su di me.
-  immorale, ma lei  un investigatore privato e...
Non ritenne opportuno dilungarsi sul suo pensiero. Sbirro privato e immoralit, nella sua mente,
dovevano accoppiarsi in perfetta armonia.
- Un poliziotto privato  molto comprensivo, signora. Infinitamente pi comprensivo di quei
signori della Centrale. E siamo abituati alle missioni delicate.
- Benissimo.
Un tono secco, molto secco.
- Questi biglietti sono nuovi - osservai, manipolandoli e facendoli frusciare sotto le dita. - I
numeri di serie si susseguono. Li ha segnati, vero?
Batt le ciglia, come se all'improvviso la luce le avesse ferito gli occhi. Nelle sue pupille
sembr passare una nube fuggitiva.
- Segnati? Ah! s... s, certamente!
Non pot fare a meno di interrogarmi senza fiatare. Le risposi con una smorfia unitamente a una
grossa stronzata, ma volevo fare in modo di saperne di pi:
- Uhm...  un'arma un po' precaria e, se le interessa il mio parere, signora, si spunter presto;
ma, dopo tutto, perch non adoperarla, eh? S, credo che bisogner darglieli questi soldi. Faciliter le
cose, come dice lei. E i numeri di serie costituiranno un'arma in mano nostra, se quell'individuo, nei
giorni immediatamente successivi all'operazione, si azzarder a provocare quello scalpore che vuole
evitare. Dico i giorni subito dopo, perch, di questi tempi, centomila franchi si esauriscono in un batter
d'occhio, ma finch lui avr con s uno di questi biglietti, potr accusarlo di furto.  un'arma precaria,
lo ripeto, ma non si sa mai.
Mi imit. Fece: - Uhm...
E, poi, rimanemmo entrambi in silenzio ad ascoltare il fruscio della foglia d'ippocastano contro
il vetro. Mi raschiai la gola, gli occhi bassi sulla grana tuttora in mano mia. Provavo sempre pi
violentemente quella maledetta voglia di fumare, esasperata dalla vista di uno gnomo in biscuit di
Svres, sul ripiano di un tavolinetto, con un'enorme pipa nel becco. Oh! Presto sarei andato a
inebriarmi a saziet e a spese mie. Non c'erano molti chilometri per ritornare ai miei cari riti tabagici.
Lo sentivo. Troppo intelligente, Nestor Burma. Talmente intelligente, sottile e astuto che passa per una
testa di rapa. La signora Ailot sospir. Sorrise.
- Lei  un uomo dalle molte risorse.
Ripresi fiato. Sapeva cogliere le occasioni, senza andare troppo per il sottile.
Risposi: - Sono obbligato.  il mio lavoro.
- A proposito... per il suo onorario...
Qualche altro bigliettone nuovo fiammante raggiunse l'obolo destinato a Clestin. Infilai il
peculio in tasca.
- Ebbene - disse la mia cliente - credo che sia tutto e...
- Mi scusi, signora, ma quest'Yves Bnech che aspetto ha? Vorrei averne un'idea, prima di
contattarlo.
Me lo descrisse come un uomo di trentacinque anni, alto un metro e settanta, gagliardo, tutto
muscoli, e  mi parve di capire - dotato del fisico presuntuoso da primo attor giovane di fotoromanzi o
di cartoline: un bel ragazzo biondo dagli occhi fascinosi.
Domandai: - Non avrebbe per caso una sua fotografia?
La signora Ailot si irrigid impercettibilmente. Le rughe, cancellate dai massaggi facciali,
riaffiorarono di colpo.
- Una foto? No, non ho foto di quell'uomo. Perch dovrei averne?
- Non saprei. Avrebbe potuto dimenticare qualche effetto personale, fra cui una foto...
- Non ha dimenticato niente. Ha portato via tutto quello che gli apparteneva e persino...
- S, quello che non gli apparteneva. Mi scusi...
Sorrisi, per nascondere il mio imbarazzo: -...Ogni mestiere implica il proprio tran-tran, il
proprio automatismo, e involontariamente ci vengono alla bocca delle frasi fatte e fuori luogo.
D'altronde non avr bisogno di foto. Non devo pedinarlo, ma affrontarlo. E lo far oggi stesso oppure,
se non avr fortuna, domani al pi tardi. Appena so qualcosa, le telefono. Il suo numero...
- Ranelagh 91-87.
L'annotai, poi: - A che ora posso chiamarla, senza disturbare?
- Quando vuole. Ci sar sempre per lei.
- Un'altra cosa... Il furto quando  avvenuto?
- Sabato. Clestin era ancora in servizio. Era il suo ultimo giorno. Mi sono accorta del furto
solamente ieri, luned.
- Bene. I ricettatori non rispettano la tregua domenicale, n il giorno dei parrucchieri, ma
sicuramente non ha ancora avuto il tempo di accordarsi con loro.
- Lo spero proprio. Allora, intesi, vero, signor Nestor Burma? Lui mi rende i gioielli, io
dimentico e gli perdono quell'indelicatezza, e sono cos buona da assegnargli un premio alla disonest,
perch non voglio scandali, ma se lui vuole lo scandalo... o piuttosto la prigione, visto che lo scandalo
 una parola priva di significato per quella gente... non avr esitazioni.
Col cavolo che avrebbe esitato! Comunque, io me ne fregavo. Non erano fatti miei. Non le
domandai se sospettasse qualcun altro invece dell'autista. Era convinta della colpevolezza di Clestin e
ne aveva buoni motivi. Lo capivo benissimo.
- Jrme la riaccompagner - disse.
Muovendo una gamba, col piede dovette premere una suoneria fissata al pavimento. Mi alzai,
alleggerendo la mia sedia da museo, contento anch'io di sgombrarla. La signora Ailot mi gratific con
un vago cenno del capo amichevolmente distante a mo' di arrivederci. Non si mosse dalla poltrona, n
mi tese la mano. Non si tende la mano ai domestici. Ero uno sbirro privato a cui avevano appena
mollato qualche migliaio di franchi perch facesse un lavoretto preciso. Un impiegato. Un impiegato di
fiducia, ma pur sempre un impiegato. Non molto diverso da un domestico. Non si stringe la mano di un
domestico. Talvolta, per, ci si getta al suo collo, e l'altro ne approfitta per staccare la collana che
pende dal vostro, ma altrimenti... Mi capitano sempre delle buone occasioni di ridere. Non me ne
perdo una. Un dono, fra tutti quelli che possiedo. Rispondendo all'appello del piede, Jrme  il cui
vero nome poteva essere Lucien  venne a occuparsi di me. Mi scort fino alla rue du Ranelagh,
sempre calma e silenziosa. La via e il servitore.
Passai sul marciapiede opposto, preparandomi una bella pipa rilassante. Mentre imbottivo il
fornello della mia pipa a forma di toro, e mi domandavo se qualcuno non avesse tentato di riempirmi la
testa di fandonie, lanciai un ultimo sguardo alla casa da dove ero uscito. Una tendina fremette, a una
finestra del primo piano, agitata dalla corrente d'aria o sollevata da una mano. Uhm... La signora Ailot
forse trovava anche me un bel ragazzo. Non si sa mai! Accesi la pipa, mi diressi verso il mio macinino,
mi sedetti e rimasi stravaccato sul sedile a fumare, pi o meno pensieroso. In quel momento, una voce
giovane e fresca mi salut con un cordiale: - Buongiorno, signore.
Era poco pi di una fanciulla. Non l'avevo n sentita n vista arrivare. Sporgeva il suo bel viso
palliduccio dal finestrino, appoggiandosi al vetro abbassato con una mano affusolata, dalle unghie
purtroppo rosicchiate. Sorrideva. Un sorriso triste, non molto fermo. Anche i suoi occhi marroni
riflettevano la tristezza. La sua chioma disordinata, di un castano che tirava al rossiccio, le ricadeva
sulle spalle in pesanti boccoli, un po' modern style anch'essi. Senza trucco, assomigliava a una piccola
selvaggia simpatica, con la sua camicetta blu generosamente aperta, per l'assenza dei bottoni in alto.
- Buongiorno, signorina. - E le ricambiai il sorriso, togliendomi la pipa di bocca. Un po' di
fumo, che si levava dal fornello, le sfior il naso. Lo fiut, quasi voluttuosamente. Strizz l'occhio.
- So chi  lei - disse.
- Addirittura! E chi sono?
- Il principe azzurro.
- Sbagliato. Sono d'Artagnan.
Non ero incaricato di recuperare dei puntali di diamanti, o qualcosa del genere? La ragazzina si
rannuvol. Batt il piede per terra.
- Non mi piace d'Artagnan - brontol. - Non si comporta bene con le donne.
- Sono d'accordo.
- Allora lei non  d'Artagnan.
- Non sono d'Artagnan.  contenta?
- S. Lei  il principe azzurro e viene a rapirmi.
Scrollai il capo.
- Non sono neppure il principe azzurro. Prima di tutto non ho pi l'et. Poi, non ho il cavallo.
-  cos vecchio?
- Dipende dai giorni.
Aggrott le sopracciglia: - Mi prende in giro.
- Mi domando chi di noi prenda in giro l'altro - sospirai. - Su, piccola, dovrebbe rincasare, non
fosse altro che per ricucire i bottoni che le mancano alla camicetta...
In un gesto di pudore, si port la mano al petto.
- ...Immagino che abiti nel quartiere? - aggiunsi, un po' goffamente. (La ragazza scolor in
volto.)
- S, s. Le piace questo quartiere?
- Non saprei. L'ho frequentato troppo poco per farmene un'idea.
- Io, certi giorni, lo odio. Altri no...
Pass la mano sul bordo del cristallo: - A volte ci costa fatica abituarci a certe cose. Dica! ha
visto il cartello?
- Quale cartello?
- Quello. All'ingresso dell'isolato...
Me l'indic con un cenno. Non mi mossi. Conoscevo il cartello.
- S, l'ho visto. E allora?
- E allora? Propriet privata. Vietata agli estranei e agli animali. Non lo trova un po'
esagerato? Glielo dico io, la gente  poco suscettibile. Quel cartello, tutto sporco, vecchio, chi sa da
quanto tempo  l? E nessuno ha mai pensato a strapparlo eppure... Vietato agli estranei e agli
animali! Non sarebbe dovuto restare appeso neppure dieci minuti, non trova?
Mi misi a ridere.
- Per! Ce n' di roba in questa testolina. Complimenti. Avevo fatto le sue stesse riflessioni,
davanti a quella scritta. Noi due siamo fatti per comprenderci.
- Ricomincia a prendere in giro. Non  bello. Oh!...
Scoppi: - Guardi quella l!
Mi sporsi fuori dal finestrino per vedere che cosa provocasse la sua ilarit. Una specie di zucca
malandata usciva dal borgo di Boulainvilliers, vestita con una palandrana che le batteva contro gli
stivali da equitazione e in testa un berrettino da cui spuntavano dei capelli giallastri. Se tutti gli abitanti
del luogo offrivano un modello simile, io non avevo pi nulla contro la scritta e ne capivo l'utilit. E
forse erano l'Ente Nazionale Protezione Animali e un'altra societ umanitaria ad averlo fatto apporre.
- Che mascherata! - fece la mia piccola amica.
- S, approvai.
E siccome non si trattava verosimilmente del poeta Fernand Gregh, potevo permettermi una
volgarit.
- Quella mi sembra proprio una cogliona.
- Oh!  una brutta parola.
- Mi scusi. Direi impropria. La lingua francese, e persino il gergo, sono cos: farciti
d'impropriet.
- Continua a prendermi in giro.
- Nient'affatto, ma sarebbe troppo lungo spiegarle, signorina... signorina come?
- Marie-Chantal.
La minacciai con le corna della pipa: - Riformulo la domanda: chi si prende gioco dell'altro?
- Ma mi chiamo cos!
- Sul serio?
- Gliel'assicuro.
- Ebbene, il meno che si possa dire,  che le hanno giocato un brutto tiro, al fonte battesimale.
Un po' duretta, oggigiorno, portare quel nome, eh? Non ne ha un altro?
- S.
- Quale?
- Suzanne.
- Allora, la chiamer Suzanne... se ci rivedremo.
- Ci rivedremo.
- Ovviamente. Quando Nestor avr comprato un cavallo, un destriero o un palafreno e tutti i
sinonimi di ronzino che lei vorr, e la panoplia completa del principe azzurro in questione.
- Nestor?
-  il mio nome, piccola mia.
Sorrise.
- Lei  un tipo divertente.
- Uhm...
- Se ha raccontato delle stupidaggini simili alla nonna...
- Oh! Santo cielo! Delle stupidaggini!? Pare che lei ne sia al corrente. Chi  la nonna?
Assunse un'aria sostenuta, smancerosa, smorfiosa.
- La signora Mathilde Ailot. La chiamo nonna, ma non lo . Lei  un suo amico?  la prima
volta che la vedo qui.
- Sono soltanto un uccello di passaggio.
- Un uccello di passaggio? Cosa intende? Rappresentante?
- S, rappresentante...
Rappresentante di scocciature, abbastanza spesso.
- ... soddisfatta?
Non rispose. O meglio disse, bruscamente: - Arrivederci, signore - frase che non poteva passare
per una risposta precisa. E scomparve dal mio campo visivo. Mi affacciai al di fuori, ma non era pi sul
marciapiede. Dall'altro finestrino, la vidi attraversare la via, sulle sue ballerine, in diagonale e mogia
mogia, come un cane che si aspetti una girata. Si dirigeva verso il palazzo modern style nel cui vano
della porta si stagliava la figura spigolosa di Jrme il servitore. La porta si richiuse su di loro.
Marie-Chantal! Cazzo! Una servetta un po' tocca eccitata dalla primavera, che leggeva troppo e
che avrebbe finito coll'occuparsi di ci che non la riguardava. Una servetta? Forse no. Maledettamente
procace e persino distinta, per una servetta. E arguta, una volta tanto. Ma le servette argute esistono
pure. A ogni modo, una svitata. Una in pi da aggiungere alla mia collezione gi cos ricca.
Svuotai il fornello della pipa, misi in moto il macinino e, attraverso rue de Boulainvilliers, andai
a piazzarlo in rue des Marronniers. Dopodich, mi recai a piedi all'indirizzo d'Yves Bnech, il solo
che, secondo i termini del contratto verbale con la signora Ailot, m'interessasse.
...
.
...
L'hotel avrebbe potuto chiamarsi de Boulainvilliers oppure Raynouard, dato che sorgeva
all'angolo di queste due vie, con ingresso nella prima, non lontano dalla fermata del 52, ma si chiamava
Assomption, probabilmente per la vicinanza con la via omonima. Alla vista della sua facciata che
reclamava un vigoroso tocco finale, cominciai a domandarmi seriamente quale differenza ci fosse tra
certi quartieri detti signorili e gli altri. E pi ci andavo, pi mi ponevo il problema.
Il sedicesimo arrondissement, lo confesso, non lo conosco bene. Non ci ho quasi mai appoggiato le
suole. Caschi il mondo se in vita mia ci ho fatto quattro o cinque incursioni. Il sedicesimo  un rione elegante
e borghese che m'intimidiva un po', visto da lontano, e di primo acchito, quando la signora Ailot
ricorse ai miei servizi, temevo di apparire piuttosto smarrito, ma mi ci sono abituato in fretta.
L'ambiente non tard a diventarmi familiare, come se fosse stato creato apposta per il sottoscritto. Pu
darsi che me ne meravigli troppo, ma quanti terreni non edificati o giardini incolti si trovano in zona! 
inaudito. Terreni abbandonati, non ce ne sono molti nei dintorni di place d'Italoche, nel tredicesimo.  tutto
dire.
E il rione assomiglia anche parecchio a un cimitero, con dappertutto targhe di marmo a
informare il passante che in quella casa abitava ed  morto, Jean Richepin, per esempio, in rue de la
Tour... oppure Thophile Gautier, il buon Tho, come dicevano... oppure Victor Hugo, la vieille V.H.
(V. Hache.: pronuncia simile a Vache), oppure, in rue Scheffer, la poetessa dal cuore multiforme, la
contessa Mathieu Brancovan de Noailles... e Paul Valry, di Ste come Georges Brassens, eccetera, e
ne tralascio. Terreni abbandonati, un cimitero...
Ritornando all'htel de l'Assomption, la ruggine si mangiava tranquillamente l'insegna a
bandiera dove la parola hotel appariva frastagliata.
Non esisteva pi separazione fra la O e la T che si confondevano. Ma il proprietario
dell'esercizio, probabilmente nemico delle spacconate e della polvere negli occhi, aveva compiuto uno
sforzo per quel che riguardava l'interno. Era splendente e quasi lussuoso, me ne convinsi entrando. Il
bureau risaltava sul fondo di un atrio lungo e stretto, dietro la classica pianta eternamente verde.
Ospitava un tipaccio e un mazzo di fiori campestri odorosi. Il tipaccio, in maniche di camicia ma
incravattato come se andasse a nozze o a un funerale, stava telefonando quando mi avvicinai al banco.
Salut la mia apparizione con un leggero cenno del capo e prosegu la conversazione. Ne
aspettai la fine giocherellando col portapenne che vagava sul sottomano e gettando un'occhiata
all'ambiente. Vicino al quadro delle chiavi, un cartello con la scritta COMPLETO non era abbastanza
in evidenza per voler significare qualcosa. Mi venne un'idea, e quando il tipaccio, dopo avere
riattaccato, si rivolse a me, domandandomi gentilmente cosa desiderassi, risposi: - Una camera.
- Per quanto tempo?
- Finch non trovo lavoro. Sono un autista. Autista privato. Vengo dalla provincia con la voglia
di conquistare Parigi.
Acconsent: - Sicuro, conquistare Parigi.
Perch no? doveva pensare.
I Rastignac non l'impressionavano. Balzac non aveva abitato a due passi di l, in rue Berton?
Ma negli occhi gli balen una luce divertita, in quei piccoli occhi porcini, affondati nel grasso. Pass
subito agli affari seri e mi disse di avere qualcosa di ottimo, al terzo. Mi precis pure la tariffa. Anche
la tariffa era ottima. Per lui. Mentre parlava, cercava con lo sguardo la mia valigia. - Ho lasciato i
bagagli al deposito della stazione - spiegai.
Gracchi, comprensivo, mentre aggiungevo che avrei preso quella camera. Compilai la scheda
per la polizia, dichiarandomi per l'occasione con lo pseudonimo di Dalor, e pagai otto giorni anticipati,
il che valeva tutte le carte d'identit e tutte le valigie.
Il tipaccio  certamente il padrone dell'albergo  arraff scheda e grana e azion un
campanello. Accorse una camerierina. Sui capelli biondi portava una cuffietta graziosa e un grembiule
a balze le cingeva la vita. La pettorina del grembiule dissimulava soltanto in parte l'apparente
sontuosit di un paio di zucche trattenute dalla camicetta. Era grassottella, con due labbroni rossi in un
viso volgare ma non sgradevole. Facevano le cose per bene da quelle parti. Una volta che avessero
proceduto all'intonacatura della facciata, non ci sarebbe stato pi nulla da ridire.
- Accompagni il signore al 25 - disse l'affittacamere, tendendo la chiave alla ragazza.
Non c'era ascensore. Salii le scale dietro la bionda. Aveva delle belle gambe, ma con calze
scadenti che non le mettevano in risalto. Arrivammo al terzo.
- Eccoci, signore - disse.
Apr una porta, si scost per lasciarmi passare. Mi segu in una stanza molto adatta, soprattutto
per quello che ne volevo fare e per il poco tempo che l'occupavo, salvo imprevisti. Da un vicino
cantiere edile, giungevano dei rumori non propriamente attutiti, ma non aveva importanza.
A proposito di cantiere edile, non  che manchino, fra il Trocadro e la porte de Saint-Cloud.
Mi domando di che cosa si lamenti il reverendo Pierre. Fra poco, in questo rione, un tempo famoso per
le belle residenze private, si ergeranno soltanto grattacieli, e gli spazi verdi di cui s' vantato a lungo il
quartiere, bisogner andarli a cercare nelle sale da biliardo. Verranno inghiottiti persino i terreni incolti.
Per quel che me ne frega poi!
La servetta dalle belle poppe mi fece gli onori di casa, lodandomi il confort (bagno attiguo e
telefono a capo del letto), m'indic un guardaroba, eccetera, poi, siccome il vento aveva richiuso una
persiana, tent di fissarla all'esterno, sporgendosi.
- E questa  la vista - disse.
Da dov'ero, godevo soprattutto di una bella vista sull'attaccatura delle sue cosce, sopra la
cimosa delle calze. Ma sopra le sue spalle e avvicinandomi alla finestra, scoprivo, al di l dello stadio
Andr-Rondenay, posto sul luogo dell'antica officina del gas, l'inizio del pont de Grenelle sul quale
veglia la fiamma in bronzo della torcia della statua della Libert, e le fabbriche costruite sulla riva
sinistra della Senna. Il cantiere, situato un po' pi in alto in rue Raynouard, segnalava la sua presenza
soltanto per il braccio esile di una gru che superava l'allineamento.
- Le piace, signore? - s'inform la servetta, raddrizzandosi e ritornando verso il centro della
stanza.
- Pu andare - dissi con poca convinzione.
Il paesaggio era piuttosto triste, malgrado il vivido sole che l'inondava. Cavai di tasca un
biglietto da cinquecento franchi e aggiunsi: -...Vengo dalla provincia. Ho perso l'abitudine della
mancia. Prenda pure questo, pu andare per adesso?
Le allungai il bigliettone.
- Oh! ma s, signore. Grazie, signore...
Lo incass senza batter ciglio: -...Il signore non ha pi bisogno di me? Il signore non ha
bisogno di nulla?
- S - scherzai - vorrei un padrone che pagasse il doppio degli altri e che fosse incollato al suo
guscio senza doverlo scarrozzare. Non ne ha mica uno fra le sue conoscenze?
Sgran gli occhi. La cosa d'altronde l'allettava.
- ...Sono un autista. Non di tass. Autista privato. E cerco un posto.
- Ah! s, capisco. Mi dispiace, signore, ma non  il mio campo. A meno che...
I miei cinquecento franchi cominciavano a fruttare.
- A meno che?
- A meno che il signor Bnech...
Giocherell con la bretella del grembiule: -  un suo collega. Fa l'autista anche lui. Tra
colleghi, non si rifiuta una mano, vero? Soltanto che anche lui  al verde, quindi...
- Non ci sono problemi. Pu sempre darmi una dritta.
- Certamente.
I suoi occhi brillarono. -...Tanto pi che il signor Bnech  molto gentile.
-  un suo amico?
-  un cliente fisso. Ha la sua camera qui. Gli costa un po', ma almeno si sente a casa sua, come
si suol dire.
- Ebbene, lo sa che mi piacerebbe proprio incontrarlo questo collega e vicino. Mi pu dire in
quale camera...
- La 29. Qui accanto. In fondo al corridoio.
- A questo piano?
- S.
-  il piano degli autisti, allora? - scherzai.
- Toh,  vero! Si direbbe che sia fatto apposta.
- Gli far una visitina. Sebbene... uhm... sarebbe meglio che me lo presentasse, comunque.
Pu?
- Naturalmente.
- Subito?
- Non adesso.  uscito. Con questa bella giornata...
- Quando rientrer, allora?
- S, quando rientrer.
- Grazie. Ora, si affretti a scendere. Se si attarda ancora un po', il padrone potrebbe immaginarsi
chiss cosa.
Rest impassibile, abbozzando all'insinuazione.
- Bene, signore.
E se la fil.
Dopo che fu uscita, mi sedetti sul bordo del letto, riempii e accesi la pipa e mi sforzai di fumarla
a piccole tirate, alle note virili dell'Internazionale, piegato in avanti, con i gomiti sulle ginocchia,
seguendo con gli occhi, sul parquet ben lucidato, le evoluzioni a terra di una delle prime mosche della
stagione.
Yves Bnech... Marie-Chantal... la signora Ailot...
....
..
In un attimo, scossi il fornello della pipa e il sottoscritto nello stesso frangente, e abbandonai il
letto. Scelsi nel mio mazzo di chiavi il passe-partout che mi porto sempre dietro, a ogni buon conto.
Aprii la porta della mia stanza e tesi l'orecchio. Da qualche parte, a pianterreno, manovravano un
aspirapolvere sebbene non fosse l'ora per quel genere di occupazione. Era l'unico rumore che si udiva
nell'edificio. Al mio piano, il silenzio era totale. M'infilai nel corridoio. Direzione: il numero 29.
La camera d'Yves Bnech assomigliava alla mia. Stesso aspetto, ordinario e impersonale, come
tutte le camere d'albergo, in specie quelle non abitate in permanenza. Non scoprii nulla. E soprattutto i
gioielli della signora Ailot. Certo non mi aspettavo di caderci sopra, tanto pi che mi mancava il tempo
di perquisire come si deve gli effetti abbastanza disordinati dell'autista. Volevo soltanto dare
un'occhiata. A volte, la camera di una persona la sa pi lunga su quella persona della persona stessa.
Nella circostanza non venni a sapere nulla.
Un attimo dopo, la pipa fra le labbra, lasciai l'albergo.
Risalii rue de Boulainvilliers, mi assicurai passando che il mio macinino fosse ancora dove
l'avevo parcheggiato e che non me l'avessero sgraffignato e, dalla cabina telefonica di un bistrot in rue
Bois-le-Vent, chiamai Ranelagh 91-87.
- Gi fatto? - esclam la mia cliente, appena ebbi detto il mio nome.
- Oh, no, signora! Non sono certo cos veloce - dissi. - Ma volevo tranquillizzarla. Il nostro
personaggio abita sempre dove mi ha detto e non sembra in procinto di andarsene.  gi qualcosa.
D'altronde, meglio che lei sappia che ho preso una stanza nello stesso albergo. Ho ritenuto opportuno
adottare questa tattica. Quindi, se avesse qualcosa di urgente da comunicarmi... Benintesi, non mi
conoscono come Nestor Burma, ma come Dalor.
- Dalor? Che cognome buffo!
Non replicai che era ancor pi buffo, quando era affiancato dal nome, e dopo i convenevoli,
riagganciammo. Sistemata la faccenda, composi il numero dell'agenzia Fiat Lux.
- Pronto - fece Hlne.
- Buongiorno, bellissima. Sono il capoccia. Sono preso da mania di grandezza e ho deciso di
diventare temporaneamente cittadino del sedicesimo arrondissement. Mi prepari una valigia affinch il
padrone dell'albergo dove alloggio non fiuti le balle che gli ho snocciolato. Ho fatto credere di sbarcare
dalla provincia. Ci sbatta dentro qualsiasi cosa, ma non dimentichi il rasoio, una camicia di ricambio,
dei calzini e un pigiama.
- E poi cosa ancora? - ridacchi lei, educatamente. - Pensa che sia un compito da segretaria
frugare nella sua biancheria?
- Io frugherei nella sua.
- Non faccia lo stupido.
- Lo chiama essere stupido?
- Oh! va bene.
- D'accordo. Passer a prendere la roba verso sera. Un'altra cosa...
- Forse ha dimenticato uno slip, nell'elenco?
- Pu darsi. Guardi nello schedario, alla voce domestici, suddivisione autisti. Cerco
l'indirizzo di un bistrot.
- Un bistrot di autisti?
- S, di autisti. Di autisti ladroni. E ora, se consultasse quello schedario, invece di perdere
tempo?
- Sissignore...
Pos il ricevitore e la sentii canticchiare. Dieci secondi dopo, mi arriv la dritta: - Ecco che cosa
riporta la scheda - disse Hlne. -  chiaro come il sole. Ma, evidentemente, lei ha l'abitudine...
- Legga dunque...
- Chausse de la Muette. Anticamente rue de Berri... Chausse de la Muette si chiamava rue de
Berri?
- Non ci faccia caso. Continui.
- Bar-tabacchi La Gauloise, Honor.
- La Gauloise? Grazie, piccioncina. Pensi alla valigia, eh? E, a conti fatti, aggiunga uno slip a
tutto.
- Uno slip a tutto?
Hlne ne rise. Ci sono dei giorni in cui le donne si divertono per un nonnulla. Le ghiandole,
forse.
Uscii dal caff e m'incamminai verso l'altro, il bar-tabacchi della Chausse de la Muette. Era
proprio all'inizio di quell'arteria, e l'animazione della commerciale rue de Passy si spegneva ai piedi
dei tavolini della sua civettuola terrazza soleggiata. Le auto, dirette al Bois de Boulogne, attraversando
i giardini di rue du Ranelagh, passavano davanti, silenziosamente. Non sono molte le vetture rumorose
nel sedicesimo. Di fronte, la gente che usciva dal mtro si attardava, tanto per riprendere fiato, a guardare la
stampa vespertina affissa per tutta l'edicola all'angolo di avenue Mozart.
M'installai al banco de' La Gauloise, davanti a una consumazione che pagai subito, non per
onest eccessiva ma per una vecchia abitudine. Due muratori nella pausa di lavoro si appoggiarono non
lontani da me, alle prese con democratici cicchetti di rosso. Un domestico, che doveva far scorrazzare il
cagnolino della padrona, si scolava un aperitivo. Un giovanotto sfaccendato, almeno a prima vista,
tormentava un bigliardino elettrico, assistito da un compagno. Il garzone, dandosi da fare intorno alla
macchina da caff, sembrava giocare al trenino, ma senza divertirsi molto. Dietro la sua gabbia di
vetro, la tabaccaia fantasticava. Ambiente tranquillo, rispettabile e cos via. Eppure in questi posti si
svolgevano certi traffici. Naturalmente, nessun manifesto lo segnalava. Si dovevano combinare in una
sala interna, e all'insaputa di quasi tutti, a cominciare dai padroni del caff. A parte il telefono, tutt'al
pi era un lavoro che non esigeva un'attrezzatura speciale. Una panchina pubblica sarebbe andata bene
quanto un sedile di finta pelle. Honor.
Molto onorato. Vi fregano con questi nomi! Da tempo, il tizio che dirigeva questi espedienti...
furbastri forse aveva passato la mano e non si chiamava pi Honor. Honor risaliva al tempo di rue de
Berri. Pi tardi... stavo comunque tentando con prudenza di avere fortuna col garzone, quando presero
posto al banco altri due clienti. Provenivano dalla sala interna o dai gabinetti e salvo errore uno di essi
era il mio Clestin. Andatura descritta, prestanza risaputa, statura ed et corrispondenti. Cappello
floscio grigio, cravatta identica, camicia impeccabile, giacca di tweed, pantaloni blu mare e gambali,
insegna della sua professione. Il suo compagno era un piccoletto ciccione, calvo come una palla da
biliardo, dai tratti pesanti, con un occhio rivolto alla serratura pi vicina e l'altro puntato sul piatto, alla
ricerca del posto migliore per sputare. Le buone abitudini permangono, anche quando si  pensionati.
Quel tipo doveva essere il disonorevole Honor o il successore. In ogni caso, il giovane era Clestin.
Capelli-nisba lo chiam Yves, quando stabilirono la bibita da ingurgitare. Capelli-nisba ordin un
aperitivo e Clestin una Vichy naturale. Aveva l'aria di una burla. Non lo era. Semplice precauzione.
- Non devo puzzare di vinaccio - disse con eleganza.
- In effetti - aggiunse con aria compiaciuta - non sarei rimasto tanto tempo disoccupato.
- Non avresti voluto! In primavera! - scoppi a ridere l'altro.
- Non importa - replic l'ex-autista della signora Ailot, tra il serio e il faceto, che cosa non
bisogna fare per assicurarsi la vecchiaia.
- Lamentati allora!
- Va be'. Andr a vedere.
Pag le consumazioni, cav di tasca un taccuino, lo consult, lo rimise via, strinse la mano al
calvo, che era proprio l, e scapp. Uscii dietro di lui con aria indifferente e lo pedinai. Prese rue de
Passy, direzione che mi andava a fagiolo.
In mezzo a tutta quella massa di cuoche e di bambinaie, che affollava i marciapiedi stretti,
davanti alle vetrine dei commestibili o a quelle di altri negozi, non correvo il rischio di essere
individuato. D'altronde non sembrava affatto nervoso e se qualche volta si volt lo fece al passaggio di
ragazze che trovava di suo gusto, non per accertarsi di non essere seguito. Camminava senza fretta,
l'aria fatua, impettito come un tacchino, diritto come un fuso.
Un gagliardo. Un individuo che se la sa cavare. Diamine! Un brettone! Singolare samaritano.
Bisognava proprio che fossero delle allocche comare Ailot e compagnia. Dopotutto, quello che era
capitato serviva loro di lezione.
L'uno seguendo le tracce dell'altro, giungemmo in vista di boulevard Delessert. Yves Bnech
attravers rue Raynouard e imbocc la salita di rue d'Alboni o de l'Alboni, non so neppure io come
dire, dal momento che le targhe stradali non sono d'accordo.
Ho notato che l'uso dell'articolo davanti a un nome o a un cognome assume un carattere
peggiorativo o ammirativo, a seconda che si applichi a una donna comune, sospettata di leggerezza, o a
una cantante lirica italiana, una cosa non escludendo l'altra, tuttavia. La Francoise, per esempio, o la
Mlie, si capisce subito che cosa vuol dire. Mentre l'Alboni, Marietta per gli intimi... Insomma!
Il Bnech, Clestin per la sua ultima padrona, scese gi per rue de l'Alboni, interrotta a met
dalla stazione del mtro Passy, una delle pi gradevoli della rete  per il mio gusto, ma io ho dei gusti
semplici  quasi campagnola, con le sue porte automatiche che sembrano dare direttamente sui giardini,
almeno lo si immagina dall'interno dei vagoni. Proprio in quel punto la linea Etoile-Nation, direzione
Nation, esce dal sottosuolo per diventare sopraelevata, fino a Pasteur, nel quindicesimo. Alla stazione Passy, la
larghezza di una scala separa il verde che si scorge passando, sia a sinistra sia a destra. Quelle scale
sono fiancheggiate da terreni scoscesi, boscosi, fitti di cespugli, e purtroppo anche, fra i tronchi, di
parecchi rifiuti. L, i terreni incolti dello scenario. Ve lo ripeto, ce ne sono dappertutto. Il sole faceva
brillare le rotaie della ferrovia che attraversa la Senna e che si domina dalla cima di rue de l'Alboni.
Dall'altra parte del fiume, la stazione Bir-Hakeim, ex Grenelle, appariva tutta grigia. Tutta grigia,
anch'essa, ma di una straordinaria nitidezza, la Tour Eiffel si stagliava, proprio sotto una luce ideale, in
un cielo senza nubi. E sugli alberi di square d'Alboni, come pure in quelli che crescono verso il lato di
rue des Eaux, cantavano gli uccelli.
Yves Bnech prese la scala di destra, bruciandola con la scioltezza di uno sportivo. Trascinato
dal suo impeto, per poco non urt una bionda che usciva dal mtro. Contrariamente alle sue abitudini,
non si volt. Eppure la bionda era quasi uno schianto, ma Yves Bnech forse, adesso, aveva altri
pensieri.
Arrivato in fondo ai settantacinque gradini, percorse il viadotto rimbombante per il passaggio di
un convoglio. Restai sul mio marciapiede, occultato dagli enormi piloni metallici che sostengono la
costruzione.
Vidi il mio uomo arrestarsi, consultare di nuovo il taccuino, raddrizzarsi la cravatta e,
ripartendo col piede sinistro, dirigersi verso una delle case dall'aspetto severo e opulento che si trovano
l, le finestre del secondo piano a livello della ferrovia. Suon a una porta, parlott con la persona che
venne ad aprirgli e spar nell'immobile.
Proseguii la mia strada, annotai passando il numero dell'edificio, scesi fino all'altra scala,
quella che sbocca sul lungofiume, ed entrai dal tabaccaio che fa proprio angolo, a sinistra. Era un caso
che iniziava bene, settore bistrot, e se fosse continuato cos, non avrei rischiato di morire di sete.
Uscivo da un caff per infilarmi in un altro. A prezzo di un bicchierino, sfogliai l'elenco telefonico
delle vie e constatai che in rue de l'Alboni, al numero che m'interessava, abitavano il barone e la
baronessa d'Aurimont. Una futura cliente per il sottoscritto, forse. Riposi la guida e tracannai
l'aperitivo. Per il momento, quelle dritte mi bastavano. D'altronde, le raccoglievo soltanto a titolo
informativo. Lasciai il bistrot. Sul marciapiede, un tizio che voleva attraversare avenue de New York
per andare verso il pont de Passy, azion il meccanismo a disposizione dei pedoni per segnalare il rosso
ed ebbi la fortuna di vedere un tass inchiodarsi davanti alle strisce. Mi feci portare alla mia agenzia
dove ritirai la valigia preparata da Hlne. Un altro tass mi accompagn ali Hotel de l'Assomption.
Ero in camera mia, in procinto d'inventariare il contenuto del bagaglio, quando bussarono alla
porta. Aprii alla servetta, tutta sorridente.
- Ho visto il signor Bnech - disse. - Gli ho spiegato il suo caso. Il signor Bnech  molto
gentile. Senz'altro le dar una mano. Naturalmente, non pu essere sempre a sua disposizione, capisce?
Quindi, se resta qui, verr da lei verso le dieci di stasera. Pensa di rientrare verso quell'ora, quarto d'ora
pi, quarto d'ora meno.
- Benissimo - dissi. - La ringrazio.
- Di niente, signore.
Se la squagli. Proseguii l'inventario della valigia. Avvolto in uno slip trasparente e bordato di
pizzo, scoprii il mio sputafuoco, di cui non avrei mai creduto di munirmi per fare visita a una vecchia
borghese della Muette. Hlne. Piccola Hlne. Aveva certe idee, per! E, soprattutto, un modo di
esprimerle! Rientrava nella psicoanalisi, n pi n meno. Feci una palla dello slip e lo misi in un angolo
della valigia. Non avevo bisogno di portafortuna. La questione si sarebbe risolta fra poche ore.
Comunque, intascai l'artiglieria. Se alla servetta fosse venuto in mente di sbirciare il mio
equipaggiamento, la presenza di un simile attrezzo m'avrebbe fottuto.
2
L'autista ne combina una delle sue
Verso le nove, fece buio all'improvviso. Era stata una bella giornata primaverile, una giornata
come non se ne vedeva da tempo, ma giustamente era troppo bello perch durasse. Col sopraggiungere
della notte, nuvole cupe invasero il cielo, accelerando l'oscurit incalzante. La pipa in bocca, leggevo
la stampa serale, allungato sul letto, la lampada del comodino accesa. Dalla finestra aperta, giungevano
radi rumori. Qualche ritmo musicale, emesso da una radio e trasportato dalla brezza, scivolava fino a
me senza disturbarmi troppo. Le auto che circolavano producevano un rapido fruscio. A tratti, uno
stridio metallico si alzava dal cantiere edile deserto: l'immenso braccio della gru spinto dal vento. Se
non avessi atteso la visita d'Yves Bnech, mi sarei addormentato tanto mi sentivo fiacco. Ma attendevo
Yves Bnech. Si present alle dieci, quando, senza motivo plausibile, non ci contavo pi. Mentre
bussava alla porta, scoppi un acquazzone. In altre parole, rientrava in tempo per non sciupare il suo
bel feltro grigio.
- Buonasera - disse appena gli ebbi aperto. -  lei il collega di cui mi ha parlato Josphine? - Si
chiama Josphine?
- S. Il signor Dalor, vero?
- S, sono io. Lei  Bnech?
- Piacere, amico...
Ci stringemmo la mano: -...Siamo colleghi, mi pare?
- Cos mi ha detto lei.
- Entri pure...
Entr. Aggiunsi: -...Lei conosce la baracca meglio di me. Possiamo avere in camera un
cicchetto qualsiasi?
- Ho tutto quello che ci vuole da me - sorrise scoprendo dei denti da giovane lupo. A meno che
il gin non le dispiaccia...
-  il mio digestivo preferito. Ma non vorrei andare al tappeto prima del tempo.
- Oh! un bicchiere, va e viene. E poi...
Il suo sorriso si accentu: - Anche lei  autista, diamine! Non devo insegnarglielo io certe cose.
Sospirai: - Il tipo dove lavoravo, in provincia, beveva sciroppo d'orzata.
- Non mi parli della provincia! - ridacchi.
- S, sono maledettamente arretrati, da quelle parti. Be', allora andiamo da lei - dissi.
Cambiammo stanza. Calmissimo, in apparenza innocente come un agnellino, mi offr una sedia
e and in bagno a sciacquare due bicchieri metallici spaiati che pos sul tavolo assieme a una bottiglia
di gin. Mentre si dedicava a quei preparativi, gli avevo servito la mia balla di autista in cerca di lavoro.
- Non so se potr esserle utile - disse. - Intanto, facciamoci un goccetto.
Vers da bere, non lesinando sulla roba, si sedette sul letto e lev il bicchiere verso la plafoniera
accesa: - Alla sua.
- Alla sua, Clestin.
E bevvi. Lui no. Rest col bicchiere in aria e aggrott le sopracciglia. La pioggia tamburellava
contro le persiane.
- Cazzo - disse l'autista.
Inumid le labbra nel gin, poi:
-...non mi chiamo Clestin.
- Io non mi chiamo Dalor. Siamo pari.
- Pari? Figuriamoci! Che cos' questa storia del lavoro? Per uno come me che sbarca dalla
provincia...
- Non mi faccia ridere. La provincia? Sono gi dieci anni che non vado oltre
Chatillon-sous-Bagneux. Vede bene che in fatto di provincia... Capir...
Trangugiai una sorsata e appoggiai il bicchiere.
- ...Famoso questo gin.  la signora Ailot che glielo fornisce? Non si direbbe, a vederla, che
apprezzi questo genere di tisana...
Ammutol. Gli affibbiai un mio biglietto, uno di quelli che dicono tutto. Lo lesse e rilesse, prima
di riuscire ad articolare: - Sbirro privato?
- Piuttosto conosciuto, anche. Mai sentito parlare di me?
Gonfi il torace. Forse poteva fare effetto alle sue padrone, ma non a me.
- Gli sbirri privati, io non li cago proprio - fece con dolcezza.
- Neppure io.  una questione di solidariet. S, sono uno sbirro privato. Non so perch io abbia
voluto fare il misterioso, questo pomeriggio. Comunque, adesso,  inutile continuare il gioco, tanto vale
mettere le carte in tavola.
Sghignazz: - Mettere le carte in tavola? Ha uno strano linguaggio, davvero!
- Ma s, in tavola. Diritti allo scopo per vie traverse...
Premetti la mano sul letto e ne provai il molleggio: -...mica male, ma quello della signora Ailot
doveva essere pi morbido, eh? A meno che non succedesse nel garage, su vecchie gomme, fra l'odore
di benzina. Ognuno ha i suoi gusti.
Scosse la testa: - Ascolti, capo - disse con voce sorda. - Lei  uno sbirro privato. Bene. Ma non
capisco di che cosa si occupi. Cosa gliene frega, che mi sia fatto o no la vecchia troia?
- Che cosa me ne frega? Un accidente. Vorrei soltanto farle notare che  un po' schifoso trattare
da vecchia troia quella che ci si  portati a letto, comunque esula dal nostro problema ed  del tutto
personale...
Scoppi a ridere: - Molto personale. Povero cocco. E che idee ammuffite per uno sbirro privato.
In che mondo vive?
- Ho la mia piccola filosofia dell'esistenza - dissi, versandomi ancora del gin. - Le mie idee.
Non piacciono a tutti. Quelli che non le gradiscono anch'io non li cago. Quindi, vede, siamo pari
ancora una volta.
-  tutto un blablabl - grugn.
- Serve anche questo. E quella brava baronessa,  ancora appetitosa?
- Cosa... quale baronessa?
- La baronessa d'Aurimont, rue de l'Alboni. Credevo che Honor...
- Honor?
Era cos sbalordito che non trov altro da dire, nient'altro a cui aggrapparsi se non a quel nome
che non sembrava rammentargli un gran che.
- Il calvo grassottello della Chausse de La Muette - spiegai - non si chiama Honor? Non mi
sorprende. Honor si deve essere ritirato dagli affari. Bisogner che aggiorni lo schedario. Come le
dicevo, credevo che il grassone calvo dell'ufficio di collocamento  nutrito, alloggiato, stirato e tutto il
resto  l'avesse sulla lista la baronessa. La lista rosa e gialla. Rosa come una camicia da notte e gialla
come i cornuti. La lista degli indirizzi giusti. Delle case giuste dove si va a letto con la padrona.
Si alz, deciso a sbattermi fuori. Lo si vedeva lontano un chilometro. Strano atteggiamento,
per. Ancor pi furbo di quanto non immaginassi, a meno che... Restai sulla sedia. Mi sovrastava con
tutta la sua mole: - Ascolta, capo - disse - gli intrallazzi del grassone calvo, come lo chiami tu, non
interessano nessuno. Possono essere un po' particolari, ma, senza essere legali, non sono illegali.
Inoltre, ha a che fare con un bel mucchio di poveri cristi del tuo genere, e non ti caga neppure.
- Ancora? Oggi ne sto facendo una collezione. Continua.
- Io...
- Anche tu non mi caghi. Per la seconda volta in pochi minuti. Senz'offesa.
- Chiudi il becco! - ringhi, esasperato. - Perdio! Di' quello che devi dire e vai fuori dalle palle.
Gli sbirri di stato non valgono molto, ma quelli privati, bella roba. Vanno per le spicce nella scelta dei
metodi per procurarsi la loro misera pagnotta, eh? Ma col sottoscritto, caschi male, ti avverto subito. Se
vado a letto con le mie padrone, sono cavoli miei, e se vuoi farmi cantare, hai sbagliato indirizzo.
- Va bene. Ci scaldiamo come due fessi - dissi con calma. - Me ne frego, io, che tu vada a letto
con le tue padrone. Puoi andare a letto anche con i tuoi padroni, se ti diverte. Tutto quello che ti ho
detto,  stato perch tu ti renda conto che non sono il primo venuto. Adesso, parleremo seriamente. Che
ne diresti di cento sacchi? Cento bei sacchi tutti per te?
- Cento sacchi?
- Per spassartela.
- Non capisco.
- Un corno che non capisci. Siediti. Mi dai le vertigini.
Si sedette. Ai bordi del letto, come prima, sbirciandomi con due occhi smunti e sgranati.
- Ti faccio una proposta, Clestin. Non ti terrai mica quei gioielli come ricordo, eh? Non sei
sentimentale fino a questo punto. Quindi, restituisci gentilmente i gioielli alla signora Ailot, lei ci passa
un colpo di spugna, e tu intaschi cento sacchi. In fondo non  quello che ti aspettavi? Una piccola
buona transazione. Una specie di assegno alimentare dopo il divorzio. Un piccolo buon sfruttamento
delle famiglie senza rischi n pericolo.
Riprese a respirare. Gli ci volle un trenta secondi. Poi si vers dell'altro gin. Ancora trenta
secondi. Fuori, pioveva sempre. Gracchi: - Uhm... I gioielli? Quali gioielli?
- Quali gioielli? Ma quelli che hai fregato a mamma Ailot, eh, drittone. Ascolta, collega, ti dir
una bella cosa. Pu darsi che tu sia furbo, ma di furbi ne ho conosciuti a bizzeffe. E la maggior parte, a
voler fare troppo il furbo, si  trovata buggerata. Se vuoi seguire questa strada, liberissimo. Me ne
frego. Ma se rifiuti la grana che ti offre mamma Ailot, sei fritto.
Sorrise.
- Benissimo, ridi pure - proseguii. - So che cosa pensi. Ti senti al sicuro perch mamma Ailot
non sporger denuncia per timore dello scandalo, eh? Non contarci troppo, per lei sar come bere un
bicchier d'acqua. Mamma Ailot pu cambiare idea e la cambier sicuramente se ti mostrerai troppo
testardo. Per adesso, preferisce soffocare la faccenda. Ti conviene quindi approfittare della sua
disponibilit. Cento sacchi,  un bel prendere. Mi ascolti?
Aveva l'aria di ascoltare, ma non me, e neanche la pioggia che sgocciolava. Forse la voce della
sua coscienza, forse quella del buonsenso. Giur, batt il pugno destro sulla palma sinistra. Ancora
un'imprecazione, poi: - Devo rifletterci - disse.
- Cento sacchi,  un bel prendere - ripetei.
Non rispose. Doveva riflettere, come aveva annunciato. In un attimo, si scosse: - Per! - zufol
- Cento sacchi?
-  un bel prendere - sbadigliai.
Ero stufo di discutere con quel testone. Non mi affaticavo pi a comporre delle frasi. Avrei
riciclato fino a saziet quelle che avevo gi detto.
-  un bel prendere - disse facendo eco. - Ce li hai?
- E tu?
- Io che cosa?
- I gioielli.
- Non sono qui.
Mi alzai: - Vado a nanna - dissi - Me lo merito. Hai l'aria brilla per poter riflettere. Smaltisci la
sbornia. Se delle volte avessi qualcosa da dirmi... abito qui accanto. Saluti e grazie per il gin.
Feci ritorno in camera mia.
Ero uscito lasciando la finestra aperta e la pioggia aveva rovinato il pavimento lucidato a cera.
Non pioveva pi. Quell'Yves Bnech doveva essere una specie di tempestano. Portava l'acqua con s e
bastava mollarlo perch cessasse. Un vero spirito maligno. Chiusi la finestra, sebbene fosse un po' tardi
adesso, ma la temperatura si era rinfrescata. Mi sedetti sul letto, con una nuova pipa in bocca. Senza
essere proprio a pezzi, mi sentivo molto strano. Non era il gin. Mi sembrava che qualcosa non girasse
per il suo verso. Ma capita sovente che, nel mio mestiere, si avverta quell'impressione. E sovente 
soltanto un'impressione. Non sempre, per... Terminata la pipa, scrollata e ripulita, mi slacciai una
scarpa. Fu in quell'attimo che percepii un movimento furtivo nel corridoio.
M'immobilizzai, gli orecchi ben aperti. Qualcuno pass davanti alla mia camera, si arrest, poi
si allontan. Spensi la lampada, e dischiusi la porta senza rumore. Nessuno in corridoio, ma alla sua
estremit, al chiarore anemico del lumino, vidi una figura dileguarsi nella scala. Impermeabile e
cappello grigio. Pi o meno la taglia d'Yves Bnech. Certamente lui. Forse aveva riflettuto a
sufficienza e il frutto delle sue riflessioni lo spingeva a una gita notturna. Mi rimisi la scarpa in fretta,
agguantai il cappello e mi lanciai sulle tracce di quel Don Giovanni prezzolato. In basso, nell'atrio
dell'albergo, era di turno un vecchio che avevo intravisto per la prima volta quella sera, ritornando dal
ristorante: un portiere dalla testa candida di neve che sogghign: - Per la miseria! si vede che siete
giovani. Non potete ronfare belli tranquilli, eh?
-  la primavera - dissi.
- Dannata primavera. Alla fin fine, me ne frego. Neppure io dormo. Ma vi passer prima che io
riprenda il sonno.
Avevo la chiave in mano. Gliela mollai: - Non era il signor Bnech quello che  appena uscito?
- Sicuro. Avete tutti l'argento vivo addosso, per la miseria!
Lo lasciai ai suoi mugugni e risalii rue de Boulainvilliers a lume di naso. I marciapiedi bagnati
luccicavano sotto i lampioni. Qua e l, dalle finestre, filtrava qualche luce. Ma non si vedeva nessuno
per la strada. Appena le undici e un quarto, minuto pi minuto meno. E in una notte di primavera. E
neppure un cane in giro, contrariamente a quello che s'immaginava il vecchio cerbero dell'hotel. 
anche vero che l'acquazzone di poco prima, che poteva essere seguito da un suo simile, non invitava
molto al passeggio. Motivo in pi per supporre che, se Yves Bnech era uscito, lo spingessero solide
ragioni.
Il ragionamento non faceva una grinza. Col cavolo per che sapevo dove fosse Bnech! Bella
cosa gli impulsi. A patto che diano un esito. Procedevo comunque, confidando nella mia stella. Non ne
brillavano tante in cielo dove il vento strapazzava le nubi, ma non importava. Qualcosa stava
maturando. Ora, ne ero sicuro. Forse stavo scoprendo che cosa. Oppure gelando per niente. Ancora
un'altra eventualit. Poich non faceva caldo. Avanzai di qualche passo nel silenzio immobile di
quell'angolo di Parigi ritornato in quel momento alle sue origini campagnole, attento al minimo
rumore, al pi piccolo movimento e, all'improvviso, uno stridio prolungato di freni spezz quel
silenzio in mille echi. A pochi metri davanti a me, all'incrocio, un'automobile proveniente a forte
velocit da rue du Ranelagh s'arrest appena in tempo per evitare un pedone che aveva inquadrato nel
fascio luminoso dei fari. L'automobilista e l'imprudente pedone si scambiarono sonore invettive. Il
silenzio era il silenzio. Compatto e cos via, quando era di servizio. Ma, una volta rotto, i responsabili
di tale rottura pretendevano i loro soldi. Uno dei due litiganti possedeva una voce avvinazzata d'effetto
suggestivo. Infine, a un'ultima frase molto espressiva, precisa, definitiva, la vettura ripart sempre in
tromba, e scomparve dall'altra parte di rue du Ranelagh. Lo scampato allo stritolamento si era confuso
nell'oscurit, ma io avevo approfittato dell'attimo in cui era rimasto abbagliato dai fari, per individuare,
sopra un impermeabile, un cappello grigio molto elegante. Affrettai il passo, ritrovai la pista del mio
uomo un po' pi in su, all'altezza di rue des Marronniers, quella che serviva da rifugio alla mia Dugat
12. Poco dopo, lo persi nuovamente di vista. Quella notte, la musica non era come nel pomeriggio.
Yves Bnech, se fino a quel momento era stato con la testa fra le nuvole, adesso non lo era pi. Stava
all'erta su ci che avveniva alle sue spalle. M'intravvide sulla sua scia e si rannicchi nel canto di una
porta della vecchia stazione della cintura, all'angolo di rue des Vignes, credendo di seminarmi. Ma ci
che si semina cresce, e non c' cintura che tenga. Dopo essere rimasto un attimo indeciso sul
marciapiede di fronte, lo scorsi, che cercava di farsi piccolo piccolo, vicino a una buca delle lettere. Mi
avvicinai. Era proprio lui.
- E allora? - domandai. - Aspetti il treno?
- Piantala - rispose.
- Volevi suicidarti? Hai cos tanti rimorsi?
- Suicidarmi?...
Abbandon il suo nascondiglio balordo: -...Ah! s! la macchina! Stavo riflettendo e il guidatore
correva come un pazzo.
- Non sembra che ti riesca bene.
- Che cosa?
- Riflettere.
- S...
Tir fuori un pacchetto di sigarette, se ne infil una in bocca e l'accese. Disinvoltura,
spigliatezza, su un greve sfondo di noia. -...S. Credilo pure che non riesca.
- Tanto meglio, allora. E cos dove andavi?
- A prendere un po' d'aria.  proibito?
- Dovremmo andarci insieme.
- E dove?
- A trovare il tuo compare. O i tuoi compari. Quello o quelli dove hai imboscato i gioielli.
Scroll le spalle: - Ero proprio uscito per schiarirmi le idee, vecchio mio. Ci hai rimesso le
spese. Sto andando a spasso.
- Allora andiamo a spasso insieme.
Sospir: - Insieme? Ah, come vuoi. Ma ti avverto. Non mi sono arrugginito guidando. Ho delle
buone gambe. Ti stancherai prima di me.
- Sono anch'io in gamba, se capisci l'antifona.
- Maledizione - sput. - A te e al tuo blablabl!
Alz gli occhi al cielo, sia per implorarlo, per prenderlo a testimone, sia per accertarsi delle
condizioni meteorologiche: - E va be', andiamo a spasso - si rassegn.
E, senza preoccuparsi delle mie preferenze in fatto di direzione, si avvi, affrettando il passo
d'autorit. Prendemmo rue des Vignes, dove non ci sono vigne, se mai ce ne furono. Tanto per
manifestare la sua indipendenza o il suo malumore, Bnech aveva cavato di tasca un oggetto metallico,
forse una chiave e, camminando, urtava le sbarre del cancello che costeggiavamo. Come i bambini. Pi
puerile di un bambino. Un furbastro. Allegava un po' i denti, ma non dissi nulla. Volevo ben vedere chi
si sarebbe stancato per primo. Giungemmo all'altezza delle case residenziali, che alcuni giardinetti
annessi, e protetti da muri, separano dalla via. I muri si prestavano poco al maneggio rumoroso
dell'autista. Smise, rinfoder il suo strumento di musica concreta, ma non per questo fu pi loquace.
Dietro di noi ronz un motore. Un'auto ci super, rallent e si ficc al pelo fra altre due
parcheggiate per la notte. Ne scese un giovinastro fischiettando, attravers la via, inciamp in una
vecchia scatola di formaggio caduta dall'immondizia. Le diede un calcio, mandandola sul marciapiede.
Sempre fischiettando, poi si accan e la spinse strascicando la scarpa finch non la inghiott la porta di
una di quelle palazzine che, su quel lato della strada, fronteggiano gli edifici a cinque piani.
L'involucro rimase nel canaletto di scolo, ad aspettare che un'altra scarpa caritatevole lo catapultasse
pi lontano sulla strada dell'avventura. Una bella coppia, quel tipo col suo formaggio e il mio Bnech
con la sua chiave! E, il primo, un marito su misura per quella tizia goffa col berrettino, che avevo visto
uscire dal borgo di Boulainvilliers, nel pomeriggio. Non potrebbero nascere che dei prodotti di qualit.
Gi fin d'ora me ne prenotavo uno.
- Ha l'aria del fesso quel giovincello - sghignazzai.
- Non  che ne manchino da queste parti - disse Bnech.
- Toh! T' tornata la voce?  bella, sai. Peccato che tu la usi cos poco.
- Me ne sono servito quanto  necessario.
E ripiomb nel suo mutismo.
Passammo davanti al cinema di rue des Vignes la cui insegna al neon faceva cilecca, e
sbucammo in rue Raynouard.
- Ritorniamo? - domandai.
Non rispose e prese la direzione opposta all' Hotel de l'Assomption. E bravo furbo, che mi
voleva mettere in ginocchio. Perch, in quel punto, rue Raynouard s'inerpica abbastanza. Non mi
seccava un po' d'esercizio, ma cominciavo ad annoiarmi un tantino nel sentir quello, al mio fianco,
bruciare una sigaretta dietro l'altra, tentare di prendermi in giro, o addirittura immaginare di esserci
riuscito. Raggiungemmo l'angolo di avenue de Lamballe. Oltre rue Berton, il fascio luminoso del faro
girevole della tour Eiffel s'infrangeva a intervalli regolari contro le nuvole. L'autista si accost alla
ringhiera che separa, per pochi metri, rue Raynouard da rue Berton pi in basso. Pareva esitare
sull'itinerario da seguire.
- Bisognerebbe rientrare - suggerii.
Brontol: - Chi te l'impedisce?
Gir sui tacchi, s'appoggi con i gomiti alla ringhiera e sput la cicca. Cadde tre metri pi sotto
in una pozza d'acqua ove si spense sfrigolando.
- Non vorrai mica farmi visitare la casa di Balzac, spero, eh? - dissi.
Si volt: - Balzac?
- Honor di nome, come il ciccione calvo della Muette, che, poi, non si chiama Honor. Balzac!
Un tipo della mia risma. La testa grossa e sempre al verde. Abitava l, in rue Berton.
- Rue Berton?
Gliel'indicai: - Una strana casa, con un passaggio segreto per sfuggire i creditori.
Scroll le spalle: - Cosa me ne frega?
Sordo all'aneddoto letterario, il ragazzo. Forse sul terreno professionale...
- Che cosa ne pensi della nuova Citroen?
- La nuov... Oh! basta!
Sbadigli: -...Andr a bermi un bicchierino nel bistrot all'angolo di rue de la Tour.
- Buon'idea.
E ripartimmo con lo stesso passo da montanaro, passando di fronte a case con gli ingressi
illuminati, spaziosi come quelli delle stazioni, certo pi eleganti, ma non pi caldi e, comunque, privi di
colore. Ci avvicinavamo all'incrocio che avevo gi avuto l'occasione di attraversare, nel pomeriggio,
sulle tracce del mio uomo diretto a rue de l'Alboni. Distinguevamo le luci che i caff della zona, e in
particolare il bar-tabacchi di rue Franklin, diffondevano sul selciato, e che le carrozzerie delle auto
trattenevano al passaggio. Ma i pochi metri di rue Raynouard che ci separavano ancora erano deserti e,
per contrasto, abbastanza scuri. Proprio in quel momento il mio collega parve irrigidirsi, tendere i
muscoli, come se preludesse a un attacco improvviso. Il segnale d'allarme funzion troppo tardi eppure
era un ragazzo svelto, all'occorrenza. E poi, non m'aspettavo un lavoretto simile... Mi travolse,
precipitandosi su di me con tutto il suo peso per farmi perdere l'equilibrio. Non capii subito le sue
intenzioni. Non pretendeva mica di fracassarmi la zucca contro il muro, eh? Il muro? Puoi capire, il
muro! Non esistevano muri, l, e non l'ignorava, lui che conosceva il quartiere. Fra due edifici si apriva
uno stretto passaggio, un passaggio costituito da una scala che scendeva a picco verso dei terreni
adagiati dietro rue Charles Dickens, almeno suppongo, e se sbaglio, che i gentili abitanti della via mi
perdonino. A ogni buon conto, la scala di cui parlo, quella,  proprio l. Potete andare a vederla.
Diventer storica. Si chiama Passage des Eaux. Io direi, non delle Acque, ma delle Ossa rotte.
Visto che amano tanto le targhe commemorative nel quartiere, ne farei affiggere una in quel punto, un
giorno. Se lo meritano. La mia capoccia ha familiarit con le armi contundenti. Ne ha fermati di colpi.
Colpi di calcio di pistola, di manganello, di sedia. Una volta, un figlio di puttana di
Saint-Germain-des-Prs mi ha persino rifilato un portone in faccia. Ma un colpo di scala dovevo ancora
riceverlo. Ebbene, grazie a Clestin, il focoso autista, l'ho ricevuto. Aveva capito quanto apprezzassi
l'originalit in tutte le sue forme. S, andate a vederla, quella scala. Una scala senza ringhiera n niente
per attaccarsi, e immaginatevi il piccolo Nestor Burma ruzzolare come se non avesse fatto altro in vita
sua, urtare di qua e di l, e prendere, per ultimo, una bella botta sulla nuca. E quando volli rialzarmi,
imprecando e bestemmiando, quello schifo di suole di para mi fecero lo scherzo di scivolare sui gradini
consumati e ancora umidi del recente acquazzone e, quella volta, fu il mio mento ad andarci di mezzo.
Mi allungai supino, terminando l'opera di recupero secondo il metodo dei fachiri, con gli
spigoli dei gradini che affondavano nella carne. Delle piume sarebbero state preferibili e infatti non
avrei tardato a raggiungere il mio letto d'albergo, ma nel frattempo avevo bisogno di riprendere fiato.
Mi sentivo come in fondo a un enorme camino nero, fra i muri di due edifici. Nello spicchio di cielo
che scorgevo in alto, le nubi viaggiavano, portate dal vento. Attraverso uno squarcio, scintillava una
stella. Forse la mia.
A poco a poco, l'umidit m'invadeva, come pure una dolce sonnolenza. Mi scrollai, mi drizzai,
prima a sedere, poi in piedi.
Poteva andare. Un po' sfinito, ma poteva andare. Bene, va' a dormire, Nestor. Per oggi basta.
Da un lato, quel violento imprevisto chiariva la situazione. Con Bnech non sapevi che pesci pigliare.
Adesso lo sai. Oddio, pi o meno... Non bisogna fare troppo il difficile, quando ti hanno appena rotto il
grugno.
Cadendo, la pipa e il cappello erano volati chiss dove. Partii alla loro ricerca, a furia di
fiammiferi, spenti appena sfregati, dal vento che s'intrufolava in quel budello stretto e maledettamente
inospitale. Li scovai qualche gradino pi in basso, il cappello piuttosto sozzo, ma la pipa intatta, senza
incrinature alle corna. La misi subito in funzione e risalii la dannata scala un po' meno svelto di quanto
non l'avessi discesa. Mi ritrovai a bagnarmi la gola nel bistrot all'angolo di rue de la Tour e di rue de
Passy, l dove Bnech progettava di andare, e dove non era  d'altronde non contavo di vedercelo 
dopodich rientrai all'Htel de l Assomption.
Nel casellario, la chiave numero 29 aspettava che venissero a staccarla. Presi la mia, sotto lo
sguardo un po' ironico del portiere insonne, che sembrava attirato dal mio cappello, e salii in camera.
Mi coricai, dopo aver constatato con sorpresa che non era pi di mezzanotte e dieci. Il tempo mi
era parso pi lungo.
A mezzanotte e mezzo non dormivo ancora. Allungato fra due lenzuola pulite, non mi sentivo
meglio di quando ero sulla scala. Il dolore non dava tregua alle mie costole. E forse anche l'attesa 
proposito del tutto legittimo  del ritorno del mio acrobata, per dirgli due paroline. All'una, non
dormivo affatto e non giungevano rumori dal corridoio. Nessun rumore da nessuna parte. All'interno e
all'esterno dominava il silenzio. Per smentirmi  come se ne avessi bisogno -un qualche orologio del
vicinato sgran l'una e un quarto. Ma non fece che rendere pi tangibile il silenzio, quando tutto si fu.
acquietato. Sbadigliai nel buio, cercai a tentoni la pipa, e l'accesi, aggravando la mia bocca impastata.
Quanto ai dolori, persistevano. Cercai la luce e mi rivestii, dopo aver spazzolato il vestito, che assieme
al cappello risentiva del contatto con la scala. Un affare di tutto riposo, in un quartiere tranquillo e
borghese! Aprii la porta della mia camera, ispezionai il corridoio, l'orecchio teso. Niente da vedere,
niente da sentire. Presi il pass-partout e, camminando con le sole calze, andai a rivisitare la stanza di
Clestin. Era vuota, cio il suo occupante non era ancora tornato. A parte questo, nessun cambiamento
sulla scena. I bicchieri di metallo e la bottiglia quadrata di gin erano l dove li avevo visti l'ultima
volta, quando avevo lasciato Bnech alle sue riflessioni. Ma non restava pi molto gin. Lo feci fuori, a
saldo di tutto, e mi misi a frugare la camera. Un buco nell'acqua. Ritornai sui miei passi. Avevo appena
imboccato il corridoio, quando nell'albergo riecheggi una suoneria. Era il telefono, dabbasso, e udii il
portiere di notte biascicare parole indistinte. Quasi subito, trill un'altra suoneria. Al piano, questa
volta. E nella mia stanza, salvo errore. Entrai e alzai la cornetta.
- Il signor Dalor?
Era giusto il vecchiaccio.
- S.
- Una signora - sghignazz.
- Una signora?
- Resti in linea. La vuole una signora...
- Pronto - fece una donna, qualche attimo dopo. - Il signor Dalor? Voglio dire Nestor Burina?
- Dalor, s. Chi parla?
- La signora Ailot.
- Mi scusi. Non avevo riconosciuto la voce.
- Bisogna che lei venga subito... subito...
Il suo eloquio era affannoso: -...Succede che... Ho paura di certe cose... Pu venire?
- Da lei?
- S. Succedono delle cose...
- S. Credo che succedano molte cose.
- Che intende dire?
Il suo tono non era pi lo stesso.
- Niente - dissi. - Glielo spiegher. A presto.
Riattaccai, m'infilai le scarpe e andai a vedere di che cosa si trattasse. Il portiere di notte,
quando gli consegnai di nuovo la chiave, non pot fare a meno di osservare: - Per fortuna che non
dormo. Telefonare alle due di notte!
Coprii la distanza che mi separava dalla casa della mia cliente a tempo di record. Al di l della
recinzione a forma di coratella, la costruzione modern style sembrava dormire, tende abbassate e porte
chiuse. Solitaria, una debole luce, probabilmente uscita da una finestra laterale, giocava fra i rami di un
albero, a destra del fabbricato. Mi domandavo se suonare o non, quando maneggiando il sistema di
chiusura del portone la stessa signora Ailot mi forn la risposta: - Mi segua - sussurr, un dito sulle
labbra per invitarmi al silenzio e tanto personaggio da quadretto galante.
Si era gettata un mantello di pelliccia sulle spalle, ma spuntava il lembo di una stoffa serica. Se
aveva intenzione di rimpiazzare Clestin, non ero preparato. La seguii comunque, lungo il vialetto.
Sulle nostre teste, gli alberi frusciavano pacificamente. Penetrammo nella casa per una porta laterale e,
dopo aver raggiunto la scala interna, ci accolse la stanza dove ero stato ricevuto il pomeriggio stesso.
- Non so cosa pensare - sospir la signora Ailot.
Si lasci cadere nella poltrona e si avvolse nel mantello. A parte la camicia da notte di seta rosa,
non doveva avere niente sotto quella pelle d'animale. Senza trucco, non pareva pi vecchia, ma il suo
viso, alterato da un'angoscia nervosa mal trattenuta, esprimeva anche una durezza che non avevo
notato durante il nostro primo incontro. La luce smorzata le faceva brillare la pelle spalmata di crema e
i capelli azzurrognoli reclamavano l'intervento di un pettine. Non rientrava certo nei suoi programmi di
sedurmi, a meno che sull'argomento non avesse idee particolari. Ogni volta che riuscii a cogliere il suo
sguardo, vi lessi un innegabile spavento, mitigato da una fredda risoluzione.
- Sono qui per pensare al suo posto - dissi. - Mi spie...
M'interruppe: - Che le  accaduto? - esclam, accorgendosi dello stato gualcito e... rinfrescato
del mio completo.
- Ecco a cosa alludevo poco fa al telefono - dissi. - Ho incontrato Bnech, gli ho riferito la sua
proposta, mi ha chiesto di lasciarlo riflettere, e al termine delle sue riflessioni mi ha fatto scendere una
dozzina di gradini con la schiena.
-  un uomo terribile - gemette. - Lui...  venuto qui.
Senza aspettare che mi invitasse, presi una sedia: - Quando?
- Intorno a mezzanotte. Devo confessarle che soffro d'insonnia e...
- Non si dorme molto, nel quartiere.
- Cosa intende?
Con la mano destra, si torceva nervosamente le dita della sinistra.
- Lei non dorme - dissi. - Il portiere del mio albergo non dorme. Clestin non dorme pure lui. E
io men che meno.  l'aria di Passy che fa quest'effetto?
- Oh! La prego. Niente commenti oziosi.
- Mi scusi. Che cosa voleva quello?
- Io... glielo dir dopo. Non dormendo, o molto poco, sono sensibilissima ai rumori
inconsueti... e forse non ho sentito rumori... forse  stato per puro caso che ho guardato fuori e...
comunque sia, l'ho intravisto sotto casa... deve aver conservato o fatto fare una chiave della porta
posteriore...
Toccava a lei adesso dilungarsi in discorsi oziosi: - Sono tutti dettagli - mi spazientii. - Poco
importa che l'abbiate visto da una finestra; poco importa da dove sia venuto; se abbia saltato il muro o
la recinzione.  venuto a trovarla, questa visita sembra averla sconvolta. Solo questo conta. Che cosa le
ha detto?
- Ma niente!
- Come niente!
Si nascose il viso fra le mani: - Credo - sussurr attraverso le dita - che ora non potr evitare lo
scandalo.
- Su, su. Ci sono io. Gli sbirri privati se ne intendono di angoli da smussare. Esistono per
questo. La sua storia non  molto chiara, ma meno  chiara, meglio mi trovo, io...
Affermazione gratuita. Mi sentivo la testa pesante.
- ...Uhm... mi scusi, non vorrei proprio passare per uno di quegli investigatori che marciano a
supercarburante, ma non avrebbe qualcosa di forte da offrirmi? Sento che avr bisogno di attivare le
meningi.
Si tolse le mani dal viso contratto: - Dovremmo avere del whisky - disse come in sogno.
Si alz e usc di stanza, portando con s come un odore. Non un profumo. Un odore. L'odore di
uno che traspira abbondantemente sotto l'effetto di un'emozione violenta. Lo scandalo. La fifa dello
scandalo. No, non era cos semplice come aveva immaginato recuperare i suoi gioielli. E andare a letto
con l'autista causava complicazioni... Torn, portando un vassoio con due bicchieri e una bottiglietta
panciuta contenente un simpatico liquido ambrato.
- Credo che ne prender anch'io - disse posando il vassoio alla mia portata. - Non  mia
abitudine, ma...
Si risedette senza terminare la frase.
- Niente soda? Niente ghiaccio? - chiesi.
- No, io... non lo sapevo. Non ho l'abitudine - ripet con un fragile sorriso sulle labbra esangui.
- Non importa. Si lascia bere benissimo puro.
Versai il whisky nei bicchieri, le tesi il suo e tracannai il mio. Non miglior il mio stato. Avevo
sempre la bocca impastata, le costole e la testa doloranti e il cervello di gommapiuma.
- Continuiamo - dissi comunque. - Allora, non le ha detto niente?
- No.
Aveva incrociato le gambe e agitava nell'aria un piede in una babbuccia rossa.
-  rimasto l davanti a lei, piantato come un palo e muto come un pesce?
- Ma...
Il piede acceler gli scatti.
- ...Non l'ho nemmeno visto! Non  venuto qua per me!
- Per chi, allora? - avanzai.
Disincroci le gambe, le rimise sotto di s, si dimen, e dopo qualche esitazione: - Ho una
nipote - disse. - Non avevo alcun motivo per raccontarglielo, oggi pomeriggio... Era del tutto inutile ed
estraneo a... Ho una nipote, Suzanne...
- Suzanne, s. Marie-Chantal, Suzanne.
- La conosce?
- Si tratta di una ragazzetta di diciannove o vent'anni, carina e ben fatta, lunghi capelli castani
che tirano sul rosso, unghie rosicchiate e un po' stupida, la conosco...
Spiegai in quali circostanze avevo fatto la sua conoscenza.
- Un po' stupida? - osserv la signora Ailot in tono irritato.
- Diciamo scervellata, se l'altro termine la offende.
-  l'impressione che le ha fatto, vero?
- La mia impressione non conta, se questo la pu rassicurare. Diceva dunque che sua nipote...
Si dimen ancora, visibilmente imbarazzata.
- Lei non mi facilita molto il compito, signor Nestor Burma - gemette con aria di rimprovero. -
Lei non capisce fino a che punto mi addolori...
Chiuse il pugno e colp con rabbia il bracciolo della poltrona.
- ...Non vuole proprio sforzarsi? Cercare di capire al volo? Vuole costringermi a mettere i
puntini sulle i?
- Inutile - sospirai.
La conclusione mi urtava, ma che farci? Sant'Iddio! Sbuffava come uno stallone quel tipo o
come i cavalli-vapore dei macinini che gli affidavano!
- ...Inutile.  l'amante dell'autista.
La signora Ailot chin il capo.
- Ecco perch l'ho licenziato, quando ho scoperto i loro maneggi. E per vendicarsi, mi ha rubato
i gioielli. Ma forse non gli bastava. Non gli bastava di certo. E stasera, stanotte,  ritornato a trovarla.
Non sapevo cosa fare, sul momento, dopo averlo visto introdursi in casa, sconcertata per simile audacia
e impudenza. Sono rimasta in camera mia, a camminare su e gi, come una bestia in gabbia...
Era lanciata. Parlava con loquacit, dalla sua bocca usciva a raffica una parola dietro l'altra.
Lasciai scorrere quel torrente: -...Un po' spaventata, lo confesso, esitavo a telefonarle e non lo facevo.
Perch avrei dovuto telefonarle? Ho continuato a camminare su e gi, finch mi decido e salgo da lei.
Ed  stato proprio allora che le ho telefonato. Lei solo mi pu aiutare, consigliare. Non c' pi, signor
Nestor Burma...
Le s'incrin la voce: - Non c' pi! Se n' andata!
3
La parola al revolver
Gracchiai: - Uhm... Andata?
- S - disse la signora Ailot.
- Con lui?
- Come pensare altrimenti?
- Evidentemente...
Una marmocchia in attesa che il Principe Azzurro venisse a rapirla. Non importa quale Principe
Azzurro. Avrei potuto anche fare il surrogato, quel pomeriggio. Ma l'eletto era stato Clestin. Un bel
Principe Azzurro!
- ...Quanti anni ha sua nipote?
- Venti.
- Lo incastreremo per sottrazione di minore, allora. Temo che dovr sporgere querela, signora.
Si torse le braccia: - Mio Dio! che scandalo! No, non  possibile! Quando mio marito torner
dal suo viaggio d'affari, fra qualche giorno...
Si riprese: -...No, signor Nestor Burma, non  possibile. Insomma, lei  un detective. Deve
trovare una soluzione diversa dalla querela.
- Non  facile. E poi... uhm... se Suzanne lo ama! La cosa mi urterebbe, non glielo nascondo,
poich, per quel poco che ho visto Bnech, ne ho una pessima opinione, ma  un'eventualit da
considerare.
Una fiamma fugace balen nei suoi occhi grigi: - Oh, la prego! L'amore! Lo sa solamente
quella ragazzina cos' l'amore? Lei non  nel pieno delle sue facolt mentali, ecco la verit. Perch
tenerglielo nascosto? Se n' accorto lei stesso, no?  una semplice di spirito e Clestin non ha avuto
problemi a infinocchiarla...
Pensai che il bel Clestin non seduceva soltanto le semplici di spirito, ma era possibile che la
piccola Suzanne avesse qualche rotella fuori posto, in effetti.
- ...Malgrado tutto dobbiamo farla ragionare - continu la signora Ailot. Me ne incarico io. In
fondo, sono la sua unica parente. Ma non posso occuparmi di Clestin.
- Io nemmeno - sospirai.
- Come sarebbe? L'ho pagata perch...
- Per favore, non confondiamo. Lei mi ha assunto per recuperare i gioielli senza patemi n
scandali. Onestamente, credo che sar costretto a restituirle i soldi. Questo Bnech  pi coriaceo di
quanto supponessimo. In tutti i casi, di quanto io supponessi. Credo che neppure per un milione le
renderebbe i gioielli. Preferisce tenerseli. Vede com' quel tipo: io lo metto al corrente della sua
proposta; lui chiede di riflettere, tanto per farmi tacere, ma ha gi riflettuto; ignoro per quale motivo, la
sua offerta lo indisponga. Ah!  cos dice fra s. Ebbene, la vedremo. E viene qui, rapisce pi o
meno sua nipote, dopo essersi sbarazzato di me, mandandomi a sbattere gi per quella maledetta scala.
Un tipo coriaceo, che non capisco ancora bene, ma col tempo... Intanto...
Cavai di tasca i cento biglietti da mille e li depositai su un mobile non lontano da lei: -...Inutile
che li conservi. Bnech non ci star. Ho fallito la mia missione. Devo renderle anche il mio onorario?
- Se ha paura di lui, certamente.
Aveva reincrociato le gambe e la babbuccia rossa danzava un ritmo frenetico sulla punta del
piede. Nel contempo le mani tamburellavano sui braccioli della poltrona. Sembrava sul punto di
schizzare veleno, di esplodere o di perdere le staffe.
- Paura di chi? - ridacchiai. - Di Bnech? Caspita, no, signora. Il mio desiderio  di ritrovarmi
faccia a faccia con lui.
Si alz bruscamente e misur a grandi passi la stanza. Camminava con una falcata sportiva. La
camicia da notte frusciava a ogni suo movimento.
- Non so pi cosa pensare - disse. - Temo le evenienze pi assurde. Se devo sporgere querela,
sporger querela, ma se una soluzione migliore  possibile... Voglio evitare il peggio. Io...
- Taccia - dissi.
- Come?
Si immobilizz, sbalordita.
- Taccia - ripetei.
Puntai il mento verso la porta, la mano a trombetta vicino all'orecchio. Avevo percepito come
un colpo contro il pannello. Forse Jrme, il lacch, e in piena tradizione ancillare. Mi alzai, ma la
signora Ailot finalmente aveva compreso e mi precedette. Apr la porta: - Ebbene, mio caro, cosa c'? -
domand con voce sottile.
Non era il lacch. Era un giovanotto drappeggiato in una veste da camera che avrebbe potuto
contenerne tre della sua taglia. Un giovane babbeo insonnolito, pallido, i lineamenti tirati, gli occhi
gonfi. La chioma alla Marlon Brando e le labbra sottili non abbellivano l'insieme. Mi sbirci con
interesse, ma senza troppa sorpresa. Forse era abituato a certe cose!
- E allora, Andr? - si spazient la signora Ailot davanti al suo mutismo.
- Scusami - farfugli. - Mi sembrava di avere sentito dei rumori.
- Torna a letto.
- S, ma'. Scusami.
Chin il capo e batt in ritirata. La signora Ailot richiuse la porta, la riapr per assicurarsi che
non fosse rimasto in corridoio a occuparsi di ci che non lo riguardava. La richiuse ancora, per davvero
questa volta:- Mio figlio - sospir.
A quella presentazione tardiva, sollev le mani all'altezza del viso, le dita allargate, e aggiunse:
-...Ah! Non si pu proprio dire che fra mio figlio, mio marito e mia nipote... Insomma!... Tornando a
Suzanne, voglio evitare il peggio. Che scandalo! Se quell'uomo la portasse chiss dove. Non mi sembra
che se ne sia andata con l'intenzione di tornare, date le condizioni della sua camera, ma chi me
l'assicura? Non hanno certamente lasciato Parigi. Me l'auguro che non l'abbiano lasciata.
-  difficile saperlo - dissi risedendomi. - Comunque, alle due, quando lei mi ha telefonato,
Bnech non era ancora rientrato in albergo. E i suoi effetti erano a posto. Ora...
Consultai l'orologio. Il tempo languiva. Ero l solamente da una mezz'ora.
- ...Dov' il telefono?
Me l'indic, in mezzo a ninnoli meno moderni. Feci il numero dell'Hotel de l'Assomption.
- Pronto. Il signor Yves Bnech, per piacere.
- Resti in linea - disse il portiere meccanicamente.
Ma in quel momento dovette guardare verso il casellario: -...Non  in camera, signore.
- Grazie.
Riattaccai, e alla signora Ailot:
- Ancora fuori.
- So dov'! - esclam allora con foga. - Mio Dio! perch non ci ho pensato prima? La cosa mi
sconvolge. Sto perdendo la testa. Non sa che l'ho visto aggirarsi qui, stanotte. Non sa che mi sono
accorta dell'assenza di Suzanne. Quindi si fidano. Devono essere andati l dove s'incontravano di
solito.
- Cio?
- In rue Berton.
- Rue Berton?
Mi rammentai che Bnech aveva storto il naso quando, tanto per arricchire la conversazione e
con la speranza di strappargli una o due parole contro le mie trecento, avevo citato quella via, durante
la nostra passeggiata.
- Abbiamo un villino laggi - spieg la mia ospite. - Ci serve da disimpegno. Una parte 
abitabile, ma l'insieme minaccia di crollare e malgrado tutti i nostri sforzi per venderlo non abbiamo
trovato acquirenti. Noi...
Ancora particolari superflui, come i cavoli a merenda. Li troncai: - Che cosa le fa credere che
siano andati l?
- S'incontravano l, le dico.
- Dopo tutto, pu essere - opinai. - Magari potrei andare a vedere - aggiunsi senza convinzione.
- Ma che vantaggio avremmo? Ammettendo di trovarci qualcuno.
Squitt: - Voglio vederci chiaro. Adesso, ho qualcosa a cui attaccarmi. Ci andr io l e se ci
sono...
S'interruppe, perdendo la bussola, domandandosi forse che cosa avrebbe fatto, se li avesse
trovati. Glielo domandai a mia volta.
- Non... so - confess in tono lamentoso.
Mi alzai: - Forse lo so io. L'accompagno. A ogni modo, mi piacerebbe proprio ritrovarmi di
fronte a Bnech.
Ed era l'unico mezzo per finirla con lei, che minacciava di attaccar bottone fino all'alba, se la
lasciavo fare. Arrossendo  non ce n'era motivo  mi disse che andava a vestirsi. Usc dalla stanza e
torn quasi subito, sempre senza trucco, sempre spettinata, sempre avvolta nella sua pelliccia, ma
vestita pi adeguatamente con un tailleur di tweed. Aveva sostituito le babbucce con scarpe piatte,
sportive, sopra le calze. Un po' per il nervoso, un po' per il freddo, tremava impercettibilmente.
- Ci andiamo in macchina - disse. - Ovviamente, sa guidare, vero? Io non riuscirei.
Acconsentii. Dopodich, badando a non attirare l'attenzione dei residenti  figlio e lacch
-scendemmo in garage. Sorgeva in disparte dall'abitazione, in fondo al giardino, in vecchie scuderie
trasformate. Accoglieva due auto: una limousine e un'elegante piccola cabriolet Tallemet. Era un
ottimo e maneggevole giocattolo che corse sulla pista cementata fino alla strada con poco pi rumore di
un gattone che faccia le fusa.
Suonarono presto le tre al mio campanile personale e portatile. Passy era di una calma lugubre.
Inchiodai in rue Berton, ai piedi della scala che porta a rue Raynouard, e scendemmo
dall'automobile. Rue Berton non  praticabile per tutta la lunghezza. A un certo punto, si restringe fino
a non permettere quasi il passaggio a due persone che s'incontrino. Tuttavia, avremmo potuto inoltrarci
ancora un po', ma era inutile segnalare prematuramente il nostro arrivo; il nostro motore, per quanto
silenzioso, non avrebbe mancato di farlo. Ammettendo che ci fosse qualcuno dove andavamo, era
chiaro che la signora Ailot pareva pronta a dare in escandescenze e la mia opinione era che quella
sortita non avrebbe portato a niente. Insomma, avremmo visto. Intanto, inciampavamo sulle selci
irregolari, le stesse, mi compiaccio d'immaginare, che provocarono delle storte ai creditori di Balzac
quando venivano ad assillare lo scrittore, poich tale pavimentazione ha l'aria di essere l'originale. Non
se ne trovano pi cos, a parte in qualche sobborgo. Avanzavamo senza dire nulla. Era la mia
prerogativa, quella notte. Andavo a spasso solamente con dei taciturni. Nel parco dell'ambasciata turca,
di cui costeggiavamo il retro, gli alberi mormoravano dolcemente sotto una brezza carica di umidit.
L'edera che ricopriva la sommit del muro di cinta ricadeva in pesanti grappoli cupi lungo i mattoni
sbrecciati dagli anni. Su per gi al centro della via, un lampione di modello vecchio  la lanterna
assomigliava veramente a una lanterna, il manicotto a gas sostituito da una lampadina elettrica 
illuminava le selci, rilevandone la posa disarmonica. Si ergeva accanto a un cippo che una di quelle
targhe cos apprezzate nel quartiere segnalava per avere indicato un tempo i limiti delle signorie
d'Auteuil e di Passy. Il lampione cattur le nostre ombre e le allung davanti a noi fino ad annientarle
nell'oscurit totale del budello che diventava rue Berton. Il suo gemello, a mo' di sentinella un po' pi
avanti, nel gomito dove rue Berton cambia ancora una volta di ampiezza e di aspetto  e anche di nome
(rue d'Ankara, per via dell'ambasciata turca)  faceva sciopero.
La signora Ailot mi afferr il braccio: - Eccolo - ansim - il villino. - E fece un gesto per
indicarmelo. Possibilissimo che dietro il muro adorno di vegetazione in faccia a me ci fosse un villino.
Avevo poca visuale per rendermene conto ed era troppo buio. Ma credevo alla mia cliente. - Bene -
dissi. - Vuole ancora che andiamo a visitarlo? Sembra tutto tranquillo.
A parte il vento che agitava gli alberi, il silenzio era assoluto.
- Oh! parli pi piano - mormor.
Con lo stesso tono, aggiunse: -...Devo vederci chiaro. Mi attir nella rientranza di una rustica
porta di legno, con un sinistro spioncino protetto da due corte sbarre di ferro incrociate. D'istinto, la
mia mano vol verso la serratura e tocc una chiave. Una chiave che non serviva molto, poich la porta
era socchiusa.
- Vede! - bisbigli la signora Ailot, con accenti di trionfo lamentoso, quando a sua volta se ne fu
resa conto. - Vede! Sono qui. Questa chiave...
- Questa chiave non prova nulla. O meglio, significa che se qualcuno  stato qui, questo
qualcuno se n' andato dimenticando di richiudere, e che ora non c' nessuno.
- Ssst! Ssst! - supplic.
Spinse la porta che gir sui cardini senza cigolare. Varc la soglia. La varcai al suo seguito.
- Chiave o non chiave, non c' nessuno - dissi testardo.
Eravamo due testardi.
- Ssst!
I miei occhi cominciavano ad abituarsi all'oscurit. Non sarei riuscito a leggere il giornale, ma
riuscivo a distinguere il contorno delle cose. A pochi passi, nascosta fra il pietrame e gli arboscelli,
s'indovinava una vasca grande come la bacinella di una famiglia numerosa. Un viale relativamente
scosceso saliva verso una casetta di stile campagnolo, tutta accartocciata su se stessa, incappellata di un
tetto sbilenco, con un'aria viva come all'obitorio, quando il dottor Paul e i suoi dipendenti se ne
tornano a casa. Era proprio quello che pensavo. L dentro, nessuno. N rumore, n luce. Nessuno.
Eccetto ragnatele e topolini, tutt'al pi! Assolutamente nessuno. Ero stufo di ripeterlo.
- Voglio vederci chiaro - fece la signora Ailot. - Venga... - La sua mano cerc la mia, la trov,
l'imprigion. Il suo palmo era umido.
- ...Andremo a vedere. Venga.
La seguii restando in guardia. Era lei adesso che stava per abusare dell'investigatore d'assalto.
Perch, maledizione!, non c'era nessuno in quella baracca. Assolutamente nessuno.
La smentita mi arriv sotto la doppia forma sonora di un grido di donna isterica e di una breve
detonazione.
4
Nuda... come la verit
Schioppettata e urlo provenivano dall'interno del villino di aspetto cos tranquillo.
Le dita della mia cliente si contrassero sulla mia mano. Sfuggii alla loro stretta, con la stessa
velocit la pistola sbocci sulla cima delle mie braccia e mi precipitai.
Fin dal primo balzo, inciampai in un gradino consumato per la sosta degli asmatici, a met
viale, rischiai di andare lungo disteso, ripresi in mano la situazione con una litania di bestemmie
appropriate, e ripartii ancor pi alla svelta. Un alberello mi frust il viso con i rami e arrivai davanti
alla porta della casa senza altri intoppi. Ignoro se fosse aperta o no. Comunque, non resistette alla mia
pressione sul chiavistello. Un tanfo composito  odori di polvere, di chiuso e di umidit mescolati  mi
accolse, sulla soglia di un vestibolo ottenebrato.
Non cos ottenebrato, guardandovi meglio. Le finestre dovevano essere ben sigillate come
durante un oscuramento perch dall'esterno non fosse visibile neppure un raggio di luce, dato che di
luce ce n'era in alto, in una stanza del primo piano: una luce gialla che lambiva gli ultimi pioli di una
scala di quercia. Corsi verso quella scala e la salii in velocit. Lo slancio mi port in una specie di
stanza che abbracciai con un'occhiata...
...Intanto un secondo sparo salutava allegramente la mia irruzione.
Un tavolo massiccio, un com basso, un divano, due poltrone sfondate sotto le loro fodere e una
sedia rovesciata costituivano tutto l'arredo. Spesse tende di velluto cremisi, di un'infinita tristezza,
mascheravano le finestre. Un'altra tenda, tirata a met sulla sua asta, pendeva davanti a una porta di
comunicazione. L'atmosfera era ammorbata da cicche stantie e da una vaga puzza di cordite. Due
esseri di sesso complementare occupavano l'ambiente. L'uomo disteso sul tappeto sottosopra, nel
disordine del suo impermeabile, non pareva pi nervoso della lobbia grigia che gli era rotolata accanto.
Persino meno. Molto meno. Il cappello avrebbe potuto servire di nuovo, mentre il tipo... La ragazza
era in piedi, sul fondo, davanti alla tenda, la delicata manina dalle unghie rosicchiate armata di un
revolver fumante. Nel suo viso spaventato, gli occhi marroni, sgranati, davano l'impressione di
guardare senza vedere, ma forse era soltanto un'impressione, poich avevo rischiato di bloccare uno dei
suoi confetti.
Imboscando la mia artiglieria, balzai sul cadavere di Clestin e agguantai il braccio nudo della
marmocchia. Si dibatt senza una parola, dalle sue labbra esangui non sgorg che un rantolo lamentoso.
Le assestai uno spintone, le torsi il polso. Lei moll il revolver. Io non la mollai. Continuai a scuoterla,
dopo avere scaraventato la pistola lontano da noi.
Non mi sarei mai aspettato quello che avvenne, ammettendo che non mi aspetti mai qualcosa
che non sia inaspettata.
Indossava un abito lungo e ampio di raso nero, vertiginosamente scollato, dove risaltavano le
braccia e le spalle. Non so come successe. Forse la scrollai con troppa foga; forse nel pieno dell'azione,
tirai la stoffa un po' troppo violentemente; forse quell'abito non le calzava a pennello; forse...
Insomma, le scivol bruscamente dal corpo, adagiandosi in un mucchietto serico intorno alle caviglie.
E Suzanne m'apparve nuda come un verme, senza slip n foglia di fico, senza nient'altro che la
sua bellezza, e cos diritta, scultorea, i seni minuti, turgidi di giovane linfa, frementi, cos diritta e
immobile, magnificamente impudica, come sorgesse da un fiore velenoso. Lasciai la presa un po'
sbalordito. Ne conosceva di trucchi per mozzarvi il fiato, quella Marie-Chantal!
- Dio mio! Dio mio! - singhiozz la signora Ailot, dietro di me.
Mi aveva raggiunto da un attimo. Avevo sentito il suo odore: l'odore selvatico della sua
traspirazione che stagnava, scacciava tutti gli altri. Non mi voltai. Ritornai a Suzanne, che non si era
mossa, e le appoggiai le mani sulle spalle.
- E allora? - feci dolcemente. -  cos che si ricevono gli amici?  cos che si riceve il Principe
Azzurro? Non mi riconosce? Si ricorda? Nestor. Il Principe Azzurro. Il buontempone che si credeva
d'Artagnan.
Mi guard con i suoi occhi vacui, profondi e insondabili, senza rispondere. Bene. Aspetter.
M'inginocchiai e la spogliai definitivamente del vestito sollevandole le gambe una dopo l'altra, senza
proteste da parte sua, e senza alcun effetto da parte mia. Era un fantoccio zeppo di droga, come gli altri
lo sono di paglia. Un manichino picchiatello che non mi faceva pi effetto della foto dell'homo sapiens
di Cro-Magnon o Gros-Mignon, un nome di quel genere. Mi rialzai e prendendole il braccio, la
condussi fino al divano. Camminavo come in un sogno, e lei come sulle uova, per via dei tacchi alti, e
mi sembrava di avere gi vissuto quella scena. Non l'avevo vissuta, ma, a proposito di sogni, mi
rammentava qualcosa. Assomigliavamo alle due figure (una donna nuda, un uomo vestito) del disegno
che decora il vecchio libro di Hervey Saint-Denis, un'opera sui sogni, per l'appunto. Soltanto che noi
non vivevamo un sogno. La feci sedere sul divano, arraffai uno scialle ricamato che era proprio l,
glielo gettai sulle spalle e ne riportai i lembi sul petto. Le lunghe frange pendenti dovevano solleticarle
le cosce, ma non reag. Non subito. All'improvviso, disse, con voce angosciata: - Che cos'ho fatto?
Che cos'ho fatto?
- Poco o niente - replicai.
- Ho... - Fece uno scatto col mento. -...Ucciso quell'uomo.
- Non se la prenda. Capita tutti i giorni. Mi ha sparato addosso, ma anche questo  affare
quotidiano. Ci sono abituato. Non mi arrabbio.
- Ho gi ucciso mia madre.
- Ah!...
Questa mi era nuova.
- ...Quando?
- Ho gi ucciso mia madre, - ripet a mo' di risposta.
- Certo. Prima si uccide la madre, poi l'autista della zia. Non ci pensi pi.
Un silenzio, che osserv non so per cosa, poi: - L'autista! L'autista! - singhiozz.
- Non badi a lui.
Stava diventando freddo l'autista. Riconobbe: - L'autista!... era con me.
- Non c' pi. Non ci sar mai pi.
- L'autista!
Fissava il suo cadavere con gli occhi sbarrati, ma pareva pensare ad altro. Non si poteva
rimanere l, a giocare alle frasi smozzicate, finch Yves Bnech non resuscitasse. Abbandonai la
pivella ai suoi rimorsi, o a ci che ne faceva le veci, e mi voltai verso la signora Ailot.
Giusto in tempo perch mi fornisse un lavoro supplementare.
Non si scioperava con lei, e pretendeva tutto ci che le spettava. Mi assumeva per recuperare i
suoi gioielli. Poi, mi trascinava in una delle passeggiate notturne pi eccitanti. Adesso, mi toccava
vestire i panni dell'infermiere. Non si reggeva pi sulle gambe, si era lasciata cadere su una delle
poltrone foderate. Tutto, nel suo atteggiamento irritato, annunciava l'imminenza di una crisi di nervi
coi fiocchi. E me n'accorsi. Ero addirittura sorpreso di non essermene accorto prima. Sobbalz come
sotto una scarica elettrica, poi, mentre si contorceva, la sua gola emise un suono lacerante, simile
all'urlo rauco della sirena di un rimorchiatore. Avete gi schiaffeggiato una signora di cinquanta
primavere? Non  piacevole, ve lo garantisco, sadismi polizieschi a parte. Fra gli altri inconvenienti, si
rischia di farle saltare o ingoiare la dentiera. Insomma, mi sacrificai. La cosa arrecava sollievo anche ai
miei nervi. Riuscii a calmarla, non senza avere ricevuto, durante lo spettacolo, qualche colpo sulle tibie
dalle sue scarpe sportive. Dopo aver sgambettato, si afflosci sulla poltrona, pi o meno nelle stesse
condizioni della nipote. Che famiglia! Stavo fresco, io, con quelle due cittadine! Feci buon viso.
Nestor, il famoso vitaiolo. Il re del triangolo. Franco-tiratore e vitaiolo. Una donna non gli basta, per
occupare le sue notti. Ce ne vuole un assortimento per lui. Una non troppo sfiorita e un germoglio un
po' svitato, appena appena assassino. Insomma,  cos.  troppo vecchio per cambiare.
- Dio mio! - gemette la signora Ailot.
- Non ricominci! - ringhiai.
- Ma che... che... che cosa facciamo?
- Prima di tutto togliamo le tende. Mi dia il suo cappotto. Ne ha meno bisogno di sua nipote.
Mi tocc levarglielo di persona. Feci alzare Suzanne e le infilai la pelliccia.
- Battiamocela. Clestin far la veglia da solo.
Prima di andare, raccolsi il cannone che avevo fatto saltare dalle mani della pivella, l'avvolsi in
un fazzoletto e l'intascai.
Ritornammo al macinino, impresa non da poco. Ci stipammo nella Tallemet e partii. Il mio
orologio segnava le quattro e passa. Questa volta, il tempo era trascorso in fretta.
Non raggiungemmo la casa di rue du Ranelagh cos tranquillamente come quando ne eravamo
usciti. Con le mie due brave donne nello stato in cui si trovavano, un minimo di cagnara era inevitabile.
Ma, adesso, poco importava. Il rumore, presto, non sarebbe mancato. Quindi, un po' pi, un po'
meno... Dopo aver messo l'auto in garage, ci accingemmo a far salire Suzanne in camera sua, io
sostenendola, e la signora Ailot cercando d'imitarmi, ma piuttosto appoggiandosi alla nipote per non
cadere lei stessa. E proprio allora fummo sorpresi dal maschio di casa, che il nostro arrivo aveva ancora
una volta sradicato dal letto.
- Cos' questa storia? - brontol la madre, riprendendo le forze, ma senza eccessiva animosit.
E senza aspettare una giustificazione, riprese: - Va' immediatamente a letto. Va' a letto e dormi.
Non disse nulla. And a letto, ma mi domando se dormisse. Subito ci aveva guardati
stupidamente, poi i suoi occhi si erano attardati sulla cugina, fino al momento giusto. Giusto al
momento in cui, in seguito a un gesto, si erano aperti i lembi del cappotto, e, stagliata nell'oscurit,
l'aveva vista nuda, tutto quello che c'era da vedere. Un bellissimo spettacolo. Fortunato, quel
giovanotto. Il quale adoperava gli occhi a proposito. N troppo presto, n troppo tardi. Dopo tutto, non
doveva avere scoperto nulla di nuovo. Cugino-cugina, non so mica io, ma mi  sempre parsa equivoca,
come parentela.
-  terribile! - si lament la signora Ailot. - Terribile! Io... che... che facciamo?...
Per la terza volta nel giro di qualche ora eravamo di nuovo soli, nella stanza riservata ai nostri
incontri. Alla lunga, i ninnoli che l'ingombravano non avrebbero pi avuto segreti per me. Ma
sarebbero sempre stati un diversivo. La mia cliente aveva messo a letto la nipote e ora attendeva che le
facessi un ultimo piacere, senza osare formularlo di punto in bianco. Credevo d'indovinare quale.
- ...Forse dovrei chiamare un dottore? - fece.
- Se vuole - dissi. - Se conosce un medico fidato che si disturbi a quest'ora. Gli sbirri ne
porteranno di sicuro uno con loro, non fosse che per Bnech.
- Gli... Intende... la polizia?
- S. Bisogna avvertirla.
- Lei non potrebbe...
S'interruppe. C'eravamo.
- Non potrei cosa? - domandai.
Non rispose subito. Il suo sguardo abbandon il mio, si fiss volutamente sulla grana che le
avevo restituito, i cento sacchi che erano rimasti sul mobiletto dove li avevo deposti. Dalla grana, i suoi
occhi passarono su di me: - Certo, non  una grossa somma. Ma, nel frattempo... voglio dire... se lei
accettasse di...
Non and oltre. Scossi il capo.
- Non credo di poter accettare - dissi - non sono un angelo, e centomila svanziche  un bel
prendere, come disse l'altro, soprattutto se  possibile un supplemento, ma la faccenda  troppo seria.
Che lei l'abbia ucciso con premeditazione, che non abbia saputo quello che faceva o che sia stato un
incidente  vede che sono piuttosto elastico  la faccenda non cambia. Il tizio  morto. Non posso
coprire la cosa, qualunque sia la posta in gioco. Un giorno o l'altro scopriranno il cadavere, anche se lo
buttassi nella Senna  ed  escluso che io mi comprometta fino a questo punto  e si verr a sapere che
ho avuto contatti con lui, quando si reggeva ancora in piedi, e parlando, parlando... Anche in assenza
del cadavere, la scomparsa di Bnech sar segnalata dall'albergatore. E gli sbirri stabiliranno senza
fatica che ho preso una camera nel suo albergo, che ho interrogato la servetta sul suo conto, che quella
ha facilitato un incontro con lui, che sono uscito immediatamente dietro di lui quando ha lasciato
l'albergo, stanotte, per non tornare pi, e che una signora mi ha telefonato alle due del mattino. Il
portiere ha notato gli ultimi due particolari.
Incollerita, batt sul bracciolo della poltrona: - Per, che idea stupida ha avuto di prendere una
stanza nel suo albergo! Veramente...
-  un'idea Nestor Burma. Ho delle idee cos. A volte sono buone, a volte non lo sono. A ogni
modo, non si pu tornare indietro. E non parlo di suo figlio, che possiamo avere allarmato con i nostri
maneggi  anzi sicuramente allarmato  e che pu chiacchierare. Le frasi pi insignificanti non cadono
sempre nell'orecchio di un sordo.
-  ridicolo. Mio figlio non dir nulla.
- Il pi pericoloso non  suo figlio. Lo citavo soltanto a titolo informativo.
- Benissimo - fece in tono secco.
M'indico il telefono: -...Avverta la polizia!... Dio mio! che scandalo! Non ce la far a
sopravvivere!
- Informer i poliziotti a viva voce - dissi - e non uno qualunque. Conosco il capo della Sezione
Omicidi, il commissario Florimond Faroux. Sono il suo fornitore. Tenter di limitare i danni.
Fece un gesto stanco: - Oh! adesso...
La lasciai ai suoi guai e mi trasferii in rue des Marronniers. Si ammazzavano a ogni angolo, ma
i macinini non li rubavano. Il mio mi aspettava. M'installai al volante e verificai la vecchia carcassa.
Avrei dovuto avvisare Faroux subito dopo avere scoperto quello che era successo in rue Berton. Ormai,
una mezz'ora in pi o in meno non avrebbe cambiato nulla. Non avrei evitato la sfuriata. Misi la pipa in
bocca e il timone verso rue Berton.
5
Gli indizi parlano
Nulla era cambiato nel tragico villino. La plafoniera, che avevamo lasciato accesa
squagliandocela, continuava a spandere la sua luce gialla sul cadavere d'Yves Bnech. Mi chinai sul
corpo. Il confetto che aveva ricevuto in pieno cuore e che aveva attraversato impermeabile, giacca e
camicia doveva averlo ucciso sul colpo. Giaceva sulla schiena, i tacchi spingevano un tappeto che, di
conseguenza, s'increspava in pieghe disuguali, come le onde del mare di un teatrino ambulante. Mi
rialzai. Yves Bnech! Un mandrillo raffreddato! Lui che amava tanto la posizione orizzontale, era
servito. La signora  servita! Lo era a sua volta. Un furbone! L'avevo avvertito. Un furbone simile non
era destinato a diventare vecchio!
Su quell'orazione funebre, provai il bisogno di sedermi. La stanchezza si stava impadronendo
subdolamente di me. Forse era anche la stanchezza che mi snervava cos, mi faceva sragionare. Non
cercare scuse Nestor! Sei maleducato, ecco tutto. E impresentabile. E scandaloso quanto mai. Per un
po' l'offenderai, il Bnech. Gelosone! Non del suo stato attuale, in ogni caso.
Mi sedetti sul divano e lasciai vagare tutt'intorno uno sguardo panoramico.
Assomigliava pi a una trappola per topi che a un nido d'amore, ma i gusti sono gusti. Non
c'era un mobile davanti ai miei occhi che non fosse destinato al rigattiere. Quasi tutti presentavano un
qualche difetto: il tavolo zoppicava; al com mancava un cassetto; sotto le fodere, le poltrone
probabilmente perdevano il crine. La signora Ailot me l'aveva detto: Ci serve da disimpegno. Ci si
disimpegnava di tutto, l dentro. Dei mobili e dei tappeti usati. Il tappeto che Bnech aveva spostato
nella sua caduta non era il solo. Si sarebbe annoiato. Ne incrociava altri che coprivano tutta la
superficie del parquet, in modo che non appariva un solo centimetro di legno. Cos la polvere era
invisibile, se ne esisteva.
Scossi la cenere dalla pipa, mi alzai e andai a vedere pi da vicino le cicche sparpagliate fra il
tavolo e il com. Una mezza dozzina di mozziconi, di lunghezza variabile, gettati l fin da... Proprio
d'importanza capitale, vero? Sherlock Holmes avrebbe saputo dirlo, da quanto si trovassero l, come
pure la rispettiva et dei fumatori. Io non ero Sherlock Holmes e tutto ci significava pestare l'acqua
nel mortaio. Cercavo di perdere tempo, non avendo nessuno a portata di mano, per ritardare finch
potevo il momento di avvertire Florimond Faroux del dramma. Alzai le spalle.
Ritornando verso il divano, scorsi, fra i peli pi o meno schiacciati di un tappeto, i bossoli
espulsi dall'artiglieria. Due. Un colpo per l'autista... uno per il sottoscritto. Li lasciai dov'erano,
accontentandomi di guardarli dall'alto. I bossoli mi rammentarono la pistola che avevo requisito. La
cavai di tasca. Era una pistola, non un ectoplasma. Essendomene convinto, la rimisi in tasca. Per
estrarla quasi subito, ed esaminarla meglio. Una volta sicuramente, un silenziatore  che aveva lasciato
delle tracce sulla canna  l'aveva adornata. A ogni modo, non un'arma da signora. La rinfoderai.
Raccolsi il vestito che indossava Suzanne, quel vestito di raso nero che vi si squagliava fra le
zampe in un battibaleno, a piacere e nel momento cruciale, per cos dire. Avevo concluso che doveva
essere un po' troppo ampio per la ragazza, e c'era del vero, ma c'era dell'altro. Un dispositivo
ingegnoso di bottoni automatici. Bastava che alcuni cedessero per provocare la caduta libera del
vestito. Curioso abbigliamento per una fanciulla bene educata e di buona famiglia. Mi sarei piuttosto
aspettato di trovarlo fra gli accessori professionali di una battona. Quella marmocchia, in attesa del
Principe Azzurro, nutriva nella sua testolina certe idee coi fiocchi. Ma, oggigiorno, non bisogna stupirsi
di nulla. Non ci sono pi bambini, come dice Jean-Jacques Delbo.
Strana marmocchia, quanto meno! Ho gi ucciso mia madre! aveva detto. Guardai sotto il
divano, nel caso ne avesse occultato il cadavere. Sotto il divano niente. Ma, fra le gambe basse e tozze
del com, c'era qualcosa che avevo notato, grazie alla mia posizione accovacciata. Qualcosa che
brillava debolmente, giusto al limite dell'ombra. Un terzo bossolo? Se era un terzo bossolo, il problema
si complicava. O piuttosto, ne insorgeva uno, poich, finora, non ce n'erano. Non era un terzo bossolo.
Si trattava di una spilla a forma di cuore, un aggeggio analogo a quello che Clestin aveva
fregato alla signora Ailot, sebbene quel tipo di spille debbano circolare a migliaia. Non sono un grosso
intenditore, ma non mi sembrava d'oro, e i diamanti che la punteggiavano qua e l avevano dei riflessi
molto spenti per essere diamanti. Girai e rigirai la mia scoperta da tutti i lati. Una minuscola cerniera
permetteva di aprire il cuore e di vedere che cosa ci fosse nel ventre. L'aprii. Bravo furbo, va'! Che
cosa t'immaginavi? Di liberare un diavoletto che fa le smorfie? Non c'era niente nel cuore. Forse non
c'era mai stato niente. Molti cuori sono cos. Mi misi la spilla in tasca.
Passai nella stanza accanto. Silenzio e oscurit. Cercai un interruttore, lo manovrai. La luce
funzionava. Dipendenza del deposito di mobili malandati, ripostiglio numero due. Un com panciuto su
un altro di stile meno nobile, un tavolo allungabile, un orologio normanno dal bilanciere lavorato, muto
da anni, ecc. Un guardaroba conteneva una caterva di abiti maschili e femminili, relativamente ben
allineati sulle grucce e leggermente naftalinati. Qualche gruccia vuota. Bene. Armadio dei tesori per
bisognosi. Si pescava di l, quando si trattava di rifornire di abiti le opere di beneficenza. Niente per
me, l dentro. Non parlo delle giacche o delle brache, dei panciotti a righe sciupati e dei due vecchi
berretti da autista che si allineavano su un ripiano con tre paia di scarpe smesse. Niente per me da
nessuna parte, in ogni caso. Cosa credevo?
Adocchiai sullo schienale di una sedia una gonna a quadri che mi parve di riconoscere. Era
quella che avevo visto a Suzanne nel pomeriggio. Stava accanto alla camicetta azzurra a cui mancavano
dei bottoni e a uno di quegli impermeabili in seta nera, leggeri come una cartina da sigarette.. Il piano
della sedia reggeva le ballerine. Si era cambiata proprio qui. Impermeabile, gonna, camicetta e scarpe.
Niente mutandine, niente reggiseno, niente calze. Mutandine e reggiseno non erano indispensabili,
sotto il famoso vestito a sorpresa. Erano persino superflui. Ma le calze? L'educazione
erotico-sentimentale di Marie-Chantal aveva delle lacune.
I miei passi mi condussero in una stanza da bagno, in perfetto stato. Era un bagno-mobile-bar.
Sotto il lavabo erano ammucchiate alcune bottiglie. Bottiglie vuote e due appena cominciate. Di gin.
Mi comportai come se non le vedessi e tornai vicino a Bnech, sempre rigido in attesa dei becchini
della ditta Borniol.
Il suo incarnato ingialliva, avvicinandosi al colore dei capelli. I tratti assumevano
un'espressione dura. Mi chinai e lo frugai. Avrei potuto pensarci prima. Per quello che ne ricavai, avrei
potuto benissimo non pensarci affatto. Le sue tasche accoglievano un fazzoletto, una chiave, un
pacchetto di bionde, una scatola di fiammiferi svedesi in un astuccio pubblicitario di metallo, un
taccuino e un portafoglio. Il taccuino non mi rivel nulla. Le pagine erano quasi tutte bianche. Tra gli
indirizzi figurava quello della baronessa d'Aurimont, ma lo conoscevo gi. Nel portafoglio, trovai un
po' di grana, i soliti documenti personali e una foto da dilettante di Suzanne in bikini.
Mi rialzai e contemplai il morto.
Caricarmelo sulla schiena e andare a gettarlo nella Senna, la vecchia buona servizievole Senna!
O meglio! sotterrarlo nel giardino o nella cantina, se ce n'era una. Sarebbe stato semplice, se non di
buon gusto, e avrebbe risolto tutto. Bisognava prendersi cura di Suzanne. Bisognava stare attenti.
Capirai! Sei tu che dovresti stare attento, Nestor Burma! S, certamente.
Gli rimisi tutte le sue cianfrusaglie in tasca.
- A presto, amico - dissi.
La mia voce scivol su di lui e and a morire  anch'essa  contro le pieghe delle tende di
velluto, restituendo un suono sgradevole. Riguadagnai la strada.
A est, una striscia bianca cominciava a rosicchiare la notte. Come sempre, nelle prime ore del
mattino, si avvertiva maggiormente la frescura. Rabbrividii e rialzai il bavero della giacca. Fra gli
alberi dell'ambasciata turca, gli uccelli, che ne avevano passate di tutti i colori durante quel rigido
inverno, si sgolavano, salutando l'alba nascente di un'altra giornata primaverile, garruli, leggeri e
spensierati. Passeri gioiosi! Monelli piumati! Io mi sentivo la bocca impastata, bruciata dal tabacco.
Voltando la schiena al macinino, che avevo lasciato all'altro capo, ai piedi della scala, continuai
a discendere per rue Berton, verso avenue Marcel Proust e rue d'Ankara. Poco dopo la curva, quasi di
fronte all'ambasciata di Turchia, scivolai su una macchia d'olio che un'auto parcheggiata in quel punto
aveva sparso sul selciato e rischiai di caderci lungo disteso anch'io. Attraverso rue d'Ankara raggiunsi
quai de Passy. Dal fiume saliva un'umidit penetrante. Tutto era di un grigio sporco, di uno schifoso
colore livido. Una macchina sfrecci, soddisfatta di avere tutta la strada per s, spostando l'aria come
un ciclone e sollevando un giornale abbandonato che venne a incollarsi sulle mie gambe fiacche.
I due caff che si fronteggiano, ognuno a un angolo di rue de l'Alboni, sotto il viadotto del
mtro  il tabaccaio dov'ero andato il giorno prima, e un altro bistrot  erano chiusi. Era ancora molto
presto, ma il mtro non avrebbe tardato a riprendere la corsa. Lampeggiavano delle luci sulla stazione
in superficie di Passy. I convogli fra breve avrebbero viaggiato, trasportando verso le fabbriche il loro
carico d'umanit lavoratrice assonnata. Dall'altra parte dell'acqua, la Tour Eiffel montava la sua vigile
guardia, la cima della sua carcassa a volte di un'irreale nitidezza, a volte evanescente. I miei occhi
stanchi giocavano al miraggio.
A pochi passi dai bistrot chiusi, sull'avenue de New York, che  soltanto il prolungamento di
quai de Passy, un garage semiaperto manifestava qualche segno di vita. In una guardiola di vetro, un
tizio in tuta bianca attendeva gli eventi. Mi autorizz a usare il telefono, malgrado il bavero rialzato, le
mani unte e la faccia terrea che mostravo. Composi il numero personale di Florimond Faroux. Dopo tre
squilli, sollevarono e una voce aspra berci: - Cosa c'?
Immediatamente nei panni del personaggio, un decimo di secondo dopo il suo risveglio, senza
esitazioni intermedie.
- Faroux - dissi.
- E allora?
- Be', sono Nestor Burma.
- Davvero? Ha un'idea di che ora sia? Ma lei non dorme mai? E ha una di quelle voci!
- C' chi ronfa per gli altri. C' chi addirittura non pu pi farlo.
- Ah! S? E che cosa significa?
- Che ne ho uno.
- Uno che cosa?
- Un cadavere. Il primo della stagione.
Florimond Faroux si era sbarazzato di me dirottandomi al commissariato della Muette, in rue
Bois-le-Vent, ma, prudentemente, lo aspettai lontano da quel luogo, sempre suscettibile di riservare
sorprese a chi si avventuri da solo, soprattutto conciato com'ero, sporco e malvestito. Il capo della
Squadra Omicidi arriv poco pi tardi delle sei, dopo essersi fermato a raccogliere un suo subordinato
al Quai des Orfvres.  strano, non possono mai spostarsi da soli, i piedipiatti. Eppure passano per tipi
coraggiosi. Insomma, arriv, scortato dall'ispettore Fabre.
Nel frattempo, le vie si erano animate ed ero entrato al Paris-Passy, appena aperto, un bistrot
che fa angolo (specialit dei bistrot, spesso in agguato) con rue de l'Annociacion. Due panini formato
gigante, due bicchieri di acqua gassata, altri due di una mistura pi consistente, due tazze di caff e due
compresse di Corydrane  di cui ho sempre un tubetto con me  destinate a rimettermi gli occhi in
sesto. Tutto marciava in coppia come gli sbirri e le schioppettate. Una buona pipata sopra, una buona
pipa dal gusto un po' sgradevole, bisogna confessarlo, e tutto andava a gonfie vele, pi o meno.
Dal caff, scorsi la Renault blu mare sbucare da rue de Passy, aggirare il gabbiotto della
R.A.T.P. costruito al centro della piazza, bloccare davanti al mercato e sbarcare i miei due colleghi. Mi
avvicinai.
- Allora? - mi apostrof Florimond Faroux, non appena mi ebbe visto. - Ha fatto ancora un
bagno, eh?
- Non ancora - risposi - dovr farne uno. Mi ci vorrebbe proprio. Si tira avanti?
Ci stringemmo la mano.
- Non tireremo molto avanti se comincia a dire fesserie. Cos' questo nuovo imbroglio?
- Nessun imbroglio.  un lavoro senza complicazioni. Gliel'ho detto al telefono.
-  proprio questo che mi preoccupa. Senza complicazioni? Da quando si interessa di faccende
senza complicazioni?
- Da stanotte. C' sempre una prima volta.
- S...
Fece una smorfia e alz le spalle.
- ...Conosce Fabre, vero?
Punt il pollice verso l'ispettore che l'accompagnava.
- S, ci siamo gi incontrati.
L'ispettore mi tese la mano e sorrise.
- Ai Champs-Elyses. All'epoca, lei abitava al Cosmopolitan Palace. Detto fra noi senza offesa,
monsieur Nestor Burma, lei era un po' pi gag.
Mi squadr da intenditore. Faroux mi squadr a sua volta. Grugn: - Mi sembra un po' male in
arnese, in effetti.
- Vecchio mio - ridacchiai - non si pu farsi cappottare gi da una scala, scoprire un cadavere e
svegliare un commissario, senza subirne conseguenze.
- Una scala? Non mi ha parlato di scale, al telefono.
- Non potevo dire tutto. L'essenziale era gi lungo di per s, avevo al fianco il tizio che mi
aveva prestato l'apparecchio, e si domandava che cosa succedesse. Lo vedevo sul punto di avvertire gli
sbirri. Non ci tenevo proprio.
- Non me lo dica. Bene. Entriamo qui.
Entrammo nel commissariato che si apre tra un negozio di mode e una farmacia. Ci dovrebbe
essere sempre una farmacia, accanto ai locali della polizia. Non so esattamente il perch, ma ho l'idea
che servirebbe.
Florimond Faroux punt diritto verso un brigadiere e si present. Il brigadiere salut. Gli sbirri
in uniforme che giocavano a belote abbandonarono le carte, si alzarono e salutarono.
- Buongiorno commissario - fece il brigadiere - che novit ci porta?
Il suo sguardo si pos su di me.
- Del lavoro - disse Faroux -  stato commesso un delitto, stanotte, nel vostro distretto. Ho
bisogno di un paio di uomini per fare un sopralluogo.
- Un delitto?
Il brigadiere mi sbirciava con accresciuta insistenza.
- In rue Berton - dissi - con questa.
Cavai il cannone di tasca, ancora avvolto nel fazzoletto, e lo posai rumorosamente sul banco.
Poco manc che il brigadiere facesse un balzo al soffitto.
- Santo cielo! - url. - Ehi...
- Non  lui l'assassino - intervenne Faroux che a volte  veloce di comprendonio. - Questo tizio
, come dire, un nostro collega. Settore privato. Si chiama Nestor Burma...
- Ah? Be'! - fece l'altro, imbronciato.
La mia professione non l'impressionava favorevolmente. Non era lungi dal considerarmi molto
al disotto di un pregiudicato. Si tir su il cinturone e, con lo stesso elegante movimento degli
avambracci, il bordo dei calzoni nascosto dai lembi della giubba, col gesto di colui che si assicura di
possedere tutta la propria libert di gambe, libert di cui avr bisogno per... Non so niente io. Ballare,
forse? S, esatto. Ballare. Sembrava essere un appassionato della danza, quel graduato.
-  lui che ha scoperto il cadavere - prosegu Faroux - ci si dedica tutte le notti.
- Uhm... - gracchi il brigadiere.
Guard il revolver come si trattasse di un campione raro. Florimond Faroux lo prese fra le sue
dita ossute, e alla mia volta: - L'arma del delitto?
- S.
- Perch non l'ha lasciata sul posto?
-  stato un gesto meccanico.
- D'accordo. Mi rammenti che le devo un fazzoletto.
Intasc il tutto.
-  terribile - esclam il brigadiere. - Un delitto? E stanotte? in rue Berton?...
Non faceva nulla per dissimulare la propria incredulit. Scroll la testa: -...Mai sentito parlare
di delitti stanotte, commissario...
Sottinteso: questo detective privato si  inventato la storia per mettersi in mostra.
- ... un quartiere tranquillo, questo.
- Tranquillissimo - ridacchi Faroux, con qualcosa di pi che un'ombra d'impazienza nella
voce.
Il brigadiere cominciava visibilmente a dargli sui nervi.
- ...Tranquillissimo - ripet. - Prima di venire, ho dato un'occhiata, in ufficio, su ci che 
accaduto di recente nel perimetro, settore cronaca nera. Procedo sempre cos quando c' di mezzo il
mio amico Nestor Burma. Quest'individuo ci sa cos fare a risolvere certi casi contorti e aggrovigliati,
che  capace di conoscere a menadito la storia criminale del quartiere dove opera, almeno a partire
dalla Rivoluzione dell'89. La cosa permette, se non di cavarsela bene come lui, almeno di non perdersi
per strada. Be', mi sono accorto che  proprio un posto tranquillo il vostro. Tanto tranquillo che, la
settimana scorsa, la donna di rue Jasmin che  caduta, completamente nuda, dal quinto piano,  rimasta
tranquillamente sul marciapiede finch un lattaio non c' inciampato contro. Per non parlare della
figlia del medico di rue Scheffer, n del portinaio di avenue Henri-Martin, entrambi assaliti da teppisti
sconosciuti.
- Non sono che eccezioni - farfugli il brigadiere, rosso come un gambero, ma meno aggressivo.
- Eccezioni che confermano la regola. Nell'insieme  un angolo tranquillo...
Doveva appartenere all'Azienda Autonoma di Soggiorno della zona.
- ...Un angolo tranquillo, popolato da gente tranquilla.
- Bisognerebbe andare in rue Berton, adesso - suggerii con garbo. - Un tipo assolutamente
tranquillo ci aspetta. Completeremo la nostra documentazione sulla tranquillit del luogo.
Quella panchina mezzo tarlata, dai listelli un tempo verdi, sembrava messa l, fra un albero e il
piccolo bacino, apposta per noi. Florimond Faroux la osserv con aria tetra e disse: - Sediamoci!
Uscivamo dal villino dove scorrazzava un vero e proprio esercito di piedipiatti. Ce n'erano di
tutti i tipi e di tutte le provenienze. Alcuni in grigio e alcuni in blu mare. Piedipiatti del quartiere. Sbirri
del Quai des Orfvres., chiamati in rinforzo dal loro capo. Senza dimenticare gli artisti della
Scientifica, con le loro macchine fotografiche e compagnia bella.
Ci sedemmo.
Il commissario estrasse una borsa di tabacco, una cartina di sigaretta e prese ad arrotolarne una.
L'accese e gett il fiammifero nella vasca.
- Riassumiamo - fece. - Una certa signora Ailot che fra poco andremo a trovare...
A quell'idea, sospir, come si trattasse di una spaventosa incombenza.
- Una certa signora Ailot l'assume per contattare il suo ex autista che sospetta di furto...
- Non lo sospettava soltanto - osservai - era sicura che quello le aveva sgraffignato i gioielli.
- E lei?
- Anch'io. Yves Bnech andava a letto con lei. Andava a letto anche con sua nipote...
- Andava a letto con molte.
Faroux esal un secondo sospiro. Sulla sua giovinezza perduta, questo.
- Esistono tipi simili - dissi - Bnech era uno di quelli. Sicuro come l'oro che andava a letto
anche con la servetta dell'Hotel de l'Assomption e che aveva delle mire sulla baronessa d'Aurimont.
Non restava certo con le mani in mano.
- La baronessa d'Aurimont? Ah! s! la tizia di rue de l'Alboni che  andato a trovare nel
pomeriggio?
- S.
Aggrott le sue folte sopracciglia: - Uhm... Non ci vedo chiaro. Che questa baronessa abbia
l'abitudine di concedere i propri favori ai suoi autisti e che pertanto figuri nella lista del ciccione calvo
di Chausse de la Muette, passi! Questo non ci riguarda. Sono cavoli suoi, oserei dire. Ma, sant'Iddio!
non basta  almeno voglio sperarlo  presentarsi da lei, dire: Sono un autista perch l'affare vada in
porto. Non so io, ma la cosa richiede un minimo di riflessione, di studio del... del soggetto. Insomma,
il candidato deve prima farsi assumere come autista.
- Bnech era autista.
- Lo so benissimo che era autista. Autista e fregone. Cos, frega gioielli e invece di dormire
sugli allori, cerca lavoro? Non quadra. Lei obietter che era un lavoro legato a certi particolari
vantaggi. Ma gli restava pur sempre quella pivella: la nipote.
- Lei non l'ha conosciuto da vivo - dissi. - Era un furbastro. O tale s'immaginava. Non ha mai
fregato i gioielli con l'intenzione di venderli. Ecco come la vedo io. Riparto da dove mi ha interrotto.
Bnech  l'amante della sua padrona...
- Mi scusi se l'interrompo ancora una volta - fece Faroux - Gliel'ha detto quella?
- No, ma l'ho capito. Abbiamo almeno qualcosa in comune, io e lei, vecchio mio.  che anch'io
so fare domande stupide. E grazie alle mie domande stupide o frasi poco pi intelligenti su biglietti di
banca nuovi dei quali si poteva rilevare i numeri (cosa che non era successa), ho acquisito la certezza
che non era tanto il furto stesso che la signora Ailot non voleva divulgare, quanto la natura di quel
furto. Se si fosse trattato di denaro liquido, la donna non avrebbe fatto tanti complimenti. Ma era
lampante che non voleva far sapere che le avevano rubato dei gioielli. Perch? Certo perch i gioielli di
solito vengono riposti in un angolo della casa dove hanno accesso soltanto gli intimi... e certo non
l'autista, e la cosa avrebbe provocato commenti. Mi dir che se la signora ha l'abitudine di accettare gli
omaggi dei suoi autisti, si dovrebbe sapere in giro, e che un po' pi di pubblicit o un po' meno... Ma
potrebbe non aver l'abitudine. Potrebbe non figurare sulla lista del... del sindacato. Magari  la prima
volta che cede, come si dice, non essendo riuscita a resistere al fascino di Bnech. Ma, abitudine o non,
 stata la sua amante-padrona, in tutti i sensi. Si  maledettamente turbata, quando le ho chiesto (per
confermare i miei sospetti) se non possedesse una foto dell'individuo. E quando me l'aveva descritto
come un bell'uomo, la sua voce la diceva lunga. Quanto a Bnech, lui non ha detto n s n no, ma era
piuttosto s.
- Bene, Bnech quindi era l'amante della sua padrona...
- ...E l'amante di sua nipote. La signora Ailot congeda Bnech, sia per gelosia  ha scoperto la
relazione con Suzanne  sia perch  pu capitare   stufa di quel tipaccio. E forse i due motivi si sono
assommati. Bnech, nell'andarsene, si porta via i gioielli. Sa che la signora Ailot non lo denuncer, pur
comprendendo che  il colpevole  forse lui si  dato da fare per farglielo comprendere  e che tenter
di recuperare i suoi ninnoli.  un espediente di tutto riposo. Ma che, comunque, non gli frutter di che
vivere sino alla fine dei suoi giorni... e che necessiter di patteggiamenti. Quindi, in attesa, si rivolge
all'ufficio di collocamento particolare tenuto dal nostro ciccione calvo. E, forse, persino questa mossa 
una manifestazione di furbizia. In apparenza non vuole modificare il suo tipo di vita. Autista senza
lavoro, cerca lavoro come autista. O fa finta, per allontanare i sospetti se, per mera ipotesi, la signora
Ailot agisse diversamente da come spera lui.
- Pu darsi - disse Faroux.
- Ma la signora Ailot agisce proprio come spera lui. Gli offre cento sacchi. Un'elemosina.
Bnech me l'ha fatto capire. Ha s ripetuto tre o quattro volte che cento sacchi era un buon prendere,
ma con un tono che significava: Quella roba vale molto di pi. E chiede di riflettere. Come se fosse
dotato per questo genere di attivit! Insomma, gli va il sangue alla testa o non so dove, ed esce per
andare a raggiungere Suzanne, tanto per placare i nervi, probabilmente. Lo seguo. Se ne accorge e
invece di recarsi in rue du Ranelagh... o, pi esattamente, in rue des Bauches, poich la signora Ailot
mi ha detto che doveva essere entrato dalla porta posteriore, una porta di servizio,
sicuramente,...continua la sua strada, tenta di seminarmi, non ci riesce e, allora, cominciamo insieme la
nostra breve passeggiata che termina con il mio lancio gi per la scala del passage des Eaux.
Sbarazzatosi del sottoscritto, corre da Suzanne, la trascina qui... e Suzanne lo fa fuori. Ne ignoro il
perch, per esempio!
- Glielo domander - disse Faroux. - Non avr che da domandarglielo.  semplice e senza
complicazioni, come dice lei. Bnech  morto e conosciamo la sua assassina. Lei  stato testimone
dell'omicidio, per cos dire. Non capisco perch stiamo spaccando il capello in quattro al riguardo e
perch son qui a rompermi la testa.
- Lei magari sperava che io mi contraddicessi - continuai con un sogghigno roco. -  la terza
volta che le racconto la faccenda. Una volta al telefono. Una volta nel villino. Una volta su questa
panchina. Che cosa crede che le nasconda?
Non rispose. Con un calcio rabbioso, mandai un sasso verso la vasca. Era un ottimo bersaglio,
bello grande, ma lo sbagliai. Dissi: - Sono un buon cittadino. Mi  venuto voglia di scaraventarlo nella
Senna o di seppellirlo nella cantina della bicocca, ma l'ho repressa. Forse ho avuto torto.
A sua volta Faroux catapult un sasso, e il sasso cadde nell'acqua della vasca con un pluf
sonoro.
-  proprio cos bella lei? - domand.
- Cazzo - dissi.
- Benissimo. Ha esaminato l'artiglieria?
- Esatto.
- Cosa ne pensa?
- Intende parlare delle tracce di silenziatore visibili sulla canna?
- S.
- Cosa vuole che ne pensi? A parte il fatto che non pu certamente appartenere a Suzanne. N a
Suzanne in particolare, n alla famiglia Ailot in generale.
- A Bnech, allora?
- Sarebbe pi plausibile. E potrebbero aprirsi nuovi orizzonti sull'individuo, no?, ammettendo
che questi nuovi orizzonti d'ora in poi siano utili. Non nutro alcun sentimento particolare contro quegli
autisti, non accecati dalla lotta di classe, che sappiano effettuare una piacevole collaborazione, ma lei
converr che sono comunque delle strane categorie. Bnech, in ogni caso, era uno di quelli. Poteva
avere delle compagnie dubbie, conoscere dei cittadini per i quali possedere una pistola col silenziatore
 cosa normale. C' anche la droga. Silenziatore e droga possono andare di pari passo. Suzanne era
ubriaca di droga. Forse  stato lui a procurargliela. Forse per lui  stato l'unico modo per raggiungere il
suo scopo e, stanotte, ha fatto fiasco. Questione di dose, probabilmente. E allora, a proposito di Bnech
e di tutto quello che ho appena detto, mi correggo. A ben vedere, forse ha rubato i gioielli per riciclarli
nel modo pi classico del mondo. Forse era in combutta con una gang specializzata in questo genere di
commercio. Lei che, come dice, ha studiato la storia criminale del quartiere, non ha visto nulla che
possa quadrare con il tutto?
- No. Ma se si attaccano a delle tizie che non sporgono denuncia...
Sbuff.
- ...Ricominciamo a parlare senza dire nulla. I mariti si sarebbero accorti un giorno o l'altro
della scomparsa dei gioielli e avrebbero sporto denuncia. Insomma, vedremo pi avanti. Dica... A che
ora  arrivato qui con la sua cliente?
- Verso le tre.
- Se l' presa comoda prima d'informare la polizia. Non  che modifichi molto la situazione, ma
glielo faccio notare comunque.
- La signora Ailot  mia cliente. Non potevo piantarla in asso cos.
- E poi, ha dovuto pesare il pro e il contro, vero? Vedere se non c'era modo di nascondere il
delitto, vero? Facendo sparire il cadavere o altro, vero? Mi ha appena confessato spontaneamente che
era stato sfiorato da quest'idea.
- S, ma da buon cittadino, l'ho respinta. Come ho rifiutato di lasciarmi corrompere dalla
signora Ailot.
- Quella ha tentato...
- Si tratta di sua nipote. Dio santo! Crede che si divertir a vederla partire per la Petite Roquette,
con l'accusa di omicidio?
- Certo che no!  lo stesso, Burma! Non credo che quella far ancora ricorso a lei. Per l'aiuto
che le ha dato! Non ha ritrovato i gioielli ed  stato testimone del delitto commesso da sua nipote.
- Non proprio testimone. Ho sentito lo sparo, mi sono precipitato e li ho trovati come le ho
detto.
- Lo sparo?
- Ma, s, andiamo, lo sparo!  stato forse ucciso all'arma bianca?
Florimond Faroux scroll il capo.
- Hanno sparato due volte con questa pistola, Burma. Ci sono due bossoli, di sopra, sul tappeto.
Una pallottola  in quel farfallone di Bnech, l'altra nello stipite della porta.
Feci scricchiolare le dita.
- Certo - dissi con foga - ci sono stati due spari. Insomma, uno solo  veramente importante:
quello che ha ucciso il tizio. Ecco perch trascuravo l'altro. S, ci sono stati due spari. Immagino che lei
prima abbia mancato l'uomo e che col secondo proiettile abbia fatto centro. O il contrario. Non ho
assistito alla scena. Quando sono arrivato, era tutto finito.
- Non se la prende molto per ricostruirla - sospir lo sbirro, con dolcezza. - Lei  sfinito. Non
aggravi la sua situazione. Le cose si sono svolte come ha detto lei o diversamente? Su, sputi il rospo,
vecchio mio. Crede che non abbia notato la sua aria imbarazzata? E' convinto della colpevolezza di
quella ragazza, ma si rifiuta di affossarla con una testimonianza decisiva. Vuole far aleggiare un
dubbio.  molto cavalleresco, ma inutile. Mi ascolti: se la palla incastrata nello stipite fosse stata
sparata verso qualcuno che accorreva, eh? Qualcuno che non si aspettava, qualcuno che
sopraggiungeva a mal proposito, e il partito pi semplice non era sbarazzarsene, eh? La sorpresa ha
annullato la precisione del tiro, ecco perch lei sta seduto su questa panchina. Andiamo, Suzanne le ha
sparato addosso, vero?
- Se avessi avuto l'intenzione di nasconderglielo, avrei fatto sparire un bossolo - dissi.
- Esagerato. Non avrebbe potuto far sparire il buco nello stipite, neppure togliendo la pallottola.
Penso che si prefiggesse di parlarmi dei due colpi come ha appena fatto, diretti entrambi contro
Bnech, senza che lei fosse presente, ma la stanchezza e le preoccupazioni l'hanno spinta a raccontarmi
le cose esattamente come si sono svolte: percezione di uno sparo e corsa sul posto. E ora, riconosce  s
o no  che quella le ha sparato contro o vuol menare ancora il can per l'aia? Anche se non era
intenzionato a nascondermi qualcosa, devo cavarle le parole a una a una. Perdiamo tempo.
- Va bene - dissi - S. Mi ha sparato addosso. Anch'io ho molto successo con le ragazze... Ma,
santo Cielo! - aggiunsi - non sapeva quel che faceva.
- Forse non lo sapeva meglio quando ha schiantato l'autista, ma questo sar compito degli
psichiatri...
Si alz, strofinandosi vigorosamente le natiche per sbarazzarsi dei ramoscelli attaccati al fondo
delle brache: -...Andremo a far visita a quella donzella... uhm... Io sono nato a Montreuil. Quella
gente un po' su mi fa sempre una certa impressione.
Abbandonai anch'io la panchina: - Capisco i suoi sentimenti - dissi. - La prossima volta,
cercher di trovarmi coinvolto in un affare dove saranno compromessi soltanto i manovali della
Citroen. Potr sparare a zero su di loro senza remore.  gente priva di protezioni.
- Non  bello, Burma - fece. - Mi ha mai visto sparare a zero su qualcuno?
- Non da quando  capo della Sezione Omicidi. A cosa servirebbe salire di grado, se si dovesse
lavorare quanto un ispettore?
6
Chiacchiere
Lo sbirro che pilotava il macinino era la discrezione in persona. Quando blocc davanti
all'albergo modern style, piant una frenata cos fantastica che rue du Ranelagh, piuttosto letargica a
quell'ora, vibr in tutta la sua lunghezza. Attirata dalla cagnara, alle varie finestre apparve qualche
servetta, con una spazzola o il manico dell'aspirapolvere in mano. Poterono cos constatare che casa
Ailot aveva visite: quattro distinti gentlemen, di cui uno sbadigliava da slogarsi le mascelle.
Da domestico ricco di stile, capace di adeguarsi alle circostanze, Jrme sfoggiava la pi
riuscita faccia da funerale che si potesse auspicare. Ci introdusse dalla sua padrona, la quale, sotto il
profilo della freschezza fisica, non rivaleggiava con la mitica rosa, e non era difficile accorgersene.
Non ci ricevette nella stanza che cominciavo a conoscere a memoria, ma in un ampio salotto del
pianterreno. Sulle prime mi guard, taciturna, poi guard Faroux, e quindi l'ispettore Fabre e, prima di
ritornare a me, il terzo poliziotto in abiti civili. Negli occhi stanchi che puntarono sui miei, le brillava
come una luce di rimprovero. L'avevo lasciata da parecchie ore e forse, col passare del tempo, aveva
sperato...
- Commissario Faroux - si present Florimond. - Nestor Burma mi ha messo al corrente, ma
avr bisogno lo stesso di farle qualche domanda.
- S, commissario - balbett. -  un dramma spaventoso...
- S, signora.
I drammi  spaventosi, non spaventosi, pi spaventosi, meno spaventosi  erano il suo pane
quotidiano.
- Dov' lei?
- Nella sua camera. - disse la signora Ailot. - Ho chiamato un medico. Il dottor Valois. Ha
prescritto... non so cosa... un calmante, credo... Mi ha appena mandato un'infermiera.
- Ci accompagni - disse Faroux.
Le tende erano tirate davanti alle finestre, ma in modo che la luce penetrasse nella camera senza
disturbare la dormiente. Era una stanza graziosa, ma in disordine, e vi aleggiava un profumo pesante.
Suzanne sembrava pi svenuta che addormentata. Nella massa della sua chioma castana dai riflessi
rossicci, il suo viso si stagliava, bianchissimo, appena meno bianco delle lenzuola e del guanciale.
- Ma  una ragazzina! - esclam Faroux.
- Credevo di averglielo detto.
- Vent'anni - piagnucol la signora Ailot.
- Anche Violette Nozires aveva vent'anni - disse Faroux, come se ci fosse un nesso.
L'infermiera, una brava donna dai lineamenti rozzi e severi, inamidata come la sua uniforme, ci
squadr con stupore.
- Il dottor... - azzard.
- Polizia - tronc Faroux. - Dormir cos ancora per molto?
- Circa un'ora o due - rispose l'altra, sconcertata.
- Tu stai qui, Grgoire - disse il commissario al terzo poliziotto in borghese, quello che non
conoscevo. - In camera o in corridoio, dove vuoi. E da' un'occhiata, caso mai trovassi qualcosa.
- Bene, capo. Che cosa dovrei cercare?
- Qualsiasi cosa che possa meritare il tuo interesse.
Lasciammo quel tale Grgoire alla sua missione. (In fin dei conti, l'appresi pi tardi, doveva
scoprire su uno scaffale della piccola libreria un flacone della droga a cui si dava la sciagurata
Suzanne.) La signora Ailot, Faroux, io e Fabre ritornammo in salotto, e il commissario raccolse la
deposizione dell'anziana donna. A un certo punto produsse una chiave: quella che Bnech aveva in
tasca, e con la quale, verosimilmente, si era divertito ad allegarmi i denti facendola scorrere sulle sbarre
del cancello in rue des Vignes. La signora Ailot disse che la chiave assomigliava a quella della porta di
servizio, in rue des Bauches. Faroux mand l'ispettore Fabre a verificare, e questi ritorn dichiarando
che era proprio cos. Faroux allora domand informazioni supplementari sulla ragazza. Prima di tutto il
nome: - Marie-Chantal Suzanne Varney - disse la signora Ailot - Varney, con una e e una y alla fine.
Faroux storse il naso e guard l'interlocutrice come se lo prendesse in giro: - Marie-Chantal?
Guarda, guarda!  un soprannome o che?
- Quando  nata lei, non era un nome pi ridicolo di un altro.
- S, forse.  sua nipote, no?
- S.
- I suoi genitori...
-  orfana.  la figlia di mio fratello. Io sono una Varney. Mio fratello  morto nel 44, durante
un'operazione militare. Suzanne  stata allevata in provincia fino a... un anno e mezzo... s, un anno e
mezzo...
- E sua madre?
- Anche sua madre  morta... uhm... il signor Nestor Burma le ha forse detto che si  accusata
di avere ucciso la madre?
- No, non me l'ha detto. Il signor Nestor Burma non dice tutto. Soprattutto quando si tratta di
cose interessanti.
-  una fesseria - protestai.
- S - approv la vecchia signora, lanciandomi uno sguardo riconoscente. - Una fesseria...
un'immaginazione delirante... Sua madre  morta dandola alla luce e quando lei l'ha saputo, la cosa
l'ha... come dire?... traumatizzata... complessata...  questo che lei chiama aver ucciso sua madre...
Sospir: -...Non  normale... non servirebbe a nulla negarlo...
- Ah! bene! - disse Faroux - E tutto qui?
Fece ancora qualche domanda, poi: -...Mi scusi, signora, ma sono costretto ad accertarmi che
sua nipote...
Non rispose. -...Per il momento, lascer l'ispettore al suo capezzale. Ma fra qualche ora...
La donna mantenne lo stesso silenzio penoso. Per alcuni secondi il commissario ne fu
influenzato. Poi, chiese il permesso di servirsi del telefono. C'era un apparecchio in salotto. Chiam la
Centrale e diede diverse istruzioni riguardanti il suo lavoro. Dopodich, delegando all'ispettore Fabre
la cura di compiere tutto ci che esigeva la prassi abituale (interrogatorio dei domestici: Jrme e una
cameriera), si conged. Mi sarebbe piaciuto rimanere per domandare alla mia cliente se potessi
continuare a ritenerla giustamente tale, ma Faroux mi trascin con s. Desiderava perquisire la camera
del fu Bnech, all'Hotel de l'Assomption, e siccome ci abitavo anch'io...
Dalla nostra visita all'Htel de l'Assomption non apprendemmo nulla di nuovo. Ma appresero
l'albergatore e Josphine, la servetta, che l'autista s'era fatto accoppare e che io mi chiamavo Dalor
quanto Charles de Gaulle. A ogni modo, non bisognava sperare di mantenere troppo a lungo
l'incognito, adesso.
Florimond Faroux se la squagli e io ritenni che, per il momento, dormire era la cosa migliore
da farsi. Ero troppo ammosciato per intraprendere qualunque cosa, ammettendo che ci fosse qualcosa
da intraprendere. Prima di rintanarmi a letto, telefonai a Hlne. La misi al corrente degli avvenimenti e
la pregai di portarmi nel pomeriggio, verso le cinque, un vestito di ricambio e un impermeabile, a ogni
buon conto. La incaricai anche di raggiungere il nostro compagno Marc Covet, il giornalista-spugna del
Crpuscule, di raccontargli la vicenda e di chiedergli di andarci piano, nella misura del possibile.
Detto ci, tendina tirata e persiane chiuse, mi addormentai, sdegnato per l'attivit del vicino
cantiere edile.
Sognai che camminavo in una via sconosciuta, stretta e fiancheggiata da edifici smisuratamente
elevati. Hlne, tutta nuda, sembrava scendere dal cielo, come un uccello malefico. La separavano
pochi metri dal suolo, quando il corpo di un uomo, in uniforme da autista privato, si era appena
sfracellato sul marciapiede. Hlne teneva un revolver fumante nella mano destra, e capivo che prima
di gettare l'uomo nel vuoto gli aveva sparato addosso. Mi guardava con aria di rimprovero, come per
dirmi: Non avrebbe dovuto essere qui! Non avrebbe dovuto essere qui!. Un profondo smarrimento mi
sommergeva. Malgrado tutta la mia volont, non avrei potuto salvare Hlne. Aveva appena ucciso
quell'uomo sotto i miei occhi. Una voce sogghign sarcasticamente: Sempre in prima fila, Nestor
Burma! Una malattia. Non  normale. Dovresti curarti. Curarti. Il sogghigno si trasformava in
mormorio, il mormorio che producono le foglie agitate dal vento: Non  normale. Normale. Normale.
Prima fila.
Mi svegliai un po' dopo le quattro. L'ora della merenda per i bambini buoni. Avevo fame e sete.
Soprattutto sete. Per telefono, chiesi se potevano mandarmi un liquido qualsiasi. Josphine mi port
una bottiglietta di birra. Senza salamelecchi, senza una parola, niente. Ma mi fiss con due occhi dalle
palpebre arrossate. Anche lei sembrava volermi subissare di rimproveri.
- Non l'ho ucciso io - dissi.
La bionda servetta brontol:
- Le ho forse chiesto qualcosa?
- S. Lei sta pensando che senza il mio intervento... Dopo tutto, me ne frego. Ma lei non aveva
l'esclusiva, sa? Andava a letto con la sua padrona, e con la nipote della sua padrona, e non so con chi
altre. Inoltre, era un ladro.
Alz le spalle.
- Sono una stupida - biascic. - Che cosa dovrebbe fregarmene di quelli che sono venuti a letto
con me, a volte una sola notte, come avessero bevuto un bicchiere d'acqua? Ma  pi forte di me...
- Il fatto  che lei  una bella ragazza.
- Neppure lui era uno scimmione.
- No. Non avrebbe mai fatto del male quando dormiva.
Se ne and. Non era uno scimmione, ma un famoso mandrillo.
Una donna in ogni porto. E bravo l'amico! Bevvi la mia birra, mi lavai la faccia e mi rasai. Poco
dopo, si annunci Hlne con i vestiti richiesti, parzialmente avvolti nella carta di una lavanderia.
- E allora? - esclam, posando il fagotto sul letto. - Sempre in prima fila, come al solito!
- Un corno! - dissi. - Nell'incubo che ho avuto stanotte mi prendevano in giro con questa frase.
E, fra l'altro, lei faceva una parte sconcia, cocca mia. Nuda, svolazzava come un vampiro sopra un tizio
che aveva appena preso a pistolettate.
- Che orrore!
- S. Non  mai piacevole venire a sapere che abbiamo ucciso qualcuno, neppure in sogno.
- Oh! ma mi riferivo alla mia tenuta.
- La sua tenuta non aveva niente di orribile.
Cambi argomento: - Cos questa  la sua nuova residenza? - fece lasciando errare uno sguardo
per tutta la camera. - Ci rester a lungo? Credevo che non avesse pi niente da fare nel quartiere,
perch adesso la faccenda non  pi segreta. A meno che non mi sbagli... che lei abbia qualche idea
personale... come al solito...
- Ho pagato otto giorni di anticipo - dissi.
Presi il completo che mi aveva portato Hlne, mi defilai in bagno, e mentre mi cambiavo:
-...Otto giorni d'anticipo. Sarebbe meschino esigerne il rimborso e stupido regalarli al commerciante di
sonno. E gi abbastanza grasso. E poi, restano i gioielli. Bnech li ha imboscati chiss dove. Il mio
lavoro consiste nel ritrovarli... ammesso che la signora Ailot abbia ancora fiducia in me, cosa che
sapr subito. La vicenda di rue Berton  secondaria.
- In qualche modo, un dono degli dei, affinch non si annoi nella sua prima notte qui?
- Esattamente.
Ritornai vicino a Hlne. Era seduta sul letto e aveva sparso tre giornali sulla coperta: Le Temps
de Paris, France-Soir e Le Crpuscule.
- Le ho portato i quotidiani della sera - disse. - Marc Covet non ha avuto problemi nel mostrarsi
discreto. L'articolo assomiglia a un comunicato della polizia ed  press'a poco lo stesso in ogni
giornale. Ma Covet le fa della pubblicit, come sempre.
Il trafiletto era breve. Riportava il dramma in termini succinti, senza ricami. La giovane
assassina veniva citata col suo nome di Marie-Chantal, perch faceva pi snob, pi sedicesimo arrondissement
e tutto il resto, eccetera. Avevano stampato solamente l'iniziale del cognome. Idem per la zia. Il mio,
per contro (nel foglio del Crpu; gli altri quotidiani mi ignoravano), spiccava a grandi lettere e, in
trenta righe, Marc Covet era riuscito a menzionarlo tre volte. Avevo persino acquistato un leggero
vantaggio su Brigitte Bardot, di cui si parlava nella colonna vicina, citandola soltanto due volte. 
anche vero che l'attrice era avvantaggiata da una sua foto, mentre a me veniva negata. I lettori non ci
perdevano nel cambio, ma, insomma! Non sono soltanto gli uomini a leggere il Crpu... Covet era
comunque molto gentile, dal momento che disponeva di poco spazio. Per, proprio per questo motivo,
il suo testo, ingigantito dalla pubblicit per l'investigatore d'assalto, sembrava, all'ultimo momento,
essere stato tagliato a casaccio, e avevo l'aria di entrarci come i cavoli a merenda e per opera dello
Spirito Santo. Per ritornare a Marie-Chantal - poich ci tenevano - lei, secondo tutti quei giornali, era
stata condotta al Quai des Orfvres dove il commissario Faroux procedeva al suo interrogatorio.
Massimo riserbo su quest'ultimo.
- Benissimo - dissi. - Non c' che da lasciar correre. E ora, a proposito di correre, vado a
chiedere alla signora Ailot se devo ancora correre dietro i suoi gioielli.
- Non ha pi bisogno di me? - domand Hlne, alzandosi e scrollandosi la gonna come se
abbandonasse un luogo non pulito.
- Per ora no. A meno che... Sa perch ho fatto quel sogno, quel sogno dove lei mi appariva...
- La prego - m'interruppe, facendo moine - rispetti il mio pudore.
- Lo rispetto al punto che non oso dirle dove pu metterlo il suo pudore. Santo Cielo! parlo sul
serio. Era nuda, tutta nuda, armata di un revolver e fluttuante nel vuoto come se cadesse dall'alto, ma
lentamente. Lei era una rappresentazione di Suzanne, ma anche la rievocazione di un'altra donna nuda
di cui ha parlato Faroux...
- Ci sono soltanto donne nude nei paraggi?  l'usanza locale?
- Non so, ma si direbbe che qualcosa mi spinge a specializzarmi in donne nude. Forse finir col
dirigere il Concert Mayol. Forse sono segni premonitori. La donna nuda in questione  stata l'eroina di
un altro episodio. L'hanno trovata morta sul marciapiede di rue Jasmin, non so in quale giorno della
settimana scorsa. Era caduta dal quinto piano. Bizzarra, quest'abbondanza di donne nude!
- Abbondanza  dir molto.
- Non fa niente. Mi domando se lei non potrebbe...
- Indagare sulla morte di quella donna nuda?
- No. La donna nuda di rue Jasmin  campo mio. Non vorrei che la sospettassero di gusti
particolari. Per via del suo pudore. Ecco il suo compito. Il metodo di Florimond Faroux forse non 
tanto stupido. Lei andr a consultare la collezione del Crpu di questi ultimi tempi - pu informare
anche Marc Covet; l'aiuter - e mi preparer una lista di tutta la cronaca di questo quartiere. Se non ci
ricaveremo nulla di buono, neppure ci coster molto.
- Tanto pi che non  lei a respirare la polvere degli archivi. Mi dica, lei cerca di stabilire un
nesso...
- Non so quello che cerco. Sono quelle donne nude a crearmi dei problemi.
- Sar piuttosto la primavera - sorrise. -  meglio che me ne vada.
Le diedi della stupida e scesi con lei. In basso, restituii la chiave al padrone in persona. Una
copia del Crpu era spalancata davanti a lui, sul banco. Ci batt sopra con la sua grossa zampa e
ridacchi, abbastanza scherzosamente: - Me l'ha contata, eh? Autista! E di provincia, per giunta!
Ebbene, per un autista, mi domando e dico!
- Non le ho mentito del tutto - dissi - mi piace guidare nei posti dove si mette brutta.
- S. Tiene la camera oppure...
- S, fino a contrordine. Il quartiere comincia a piacermi.  pi animato di quanto non si dica.
- Per caso - domand uno dietro di me - prevede dei nuovi sviluppi nella faccenda, signor
Nestor Burma?
Mi voltai. Un tale che avevo scorto vagamente in una poltrona della hall aveva lasciato il suo
posto e si era avvicinato. Era un giovanotto alto, dal fisico gradevole e simpatico, e dall'andatura
sciolta come se uscisse dal monte di piet. Legato al collo da una cinghia, un involucro, tipo borsina da
bigliettaio di autobus, gli batteva sul ventre. Ma non era un dipendente della R.A.T.P.
- Mi chiamo Maurice Lemay - si present - Faccio il reporter per Europe n.1.
- Congratulazioni - dissi - mi sembra che ci sappia fare. Come diavolo sapeva...
- Potrei dirle che siamo un gruppo dinamico - sorrise - Sarebbe la verit, ma ho scoperto la sua
presenza qui in modo molto banale. Leggendo su Le Crpuscule che era stato testimone di quel delitto,
ho pensato di intervistarla. Mi sono recato nel suo ufficio, giusto in tempo per vedere uscire la sua
segretaria, con un vestito da uomo sotto braccio. L'ho seguita...  una signorina molto invitante da
seguire, quando cammina...
- S, vista di schiena non  male.
- Anche di faccia. L'ho seguita e mi ha condotto qui.
- Sarebbe un buon detective. Migliore, comunque, della mia segretaria.
Hlne arross violentemente.
- Sono soprattutto a caccia di un buon servizio - disse Lemay, tamburellando sul magnetofono
portatile. - Ecco il coso per registrare le dichiarazioni pi scottanti. Che cosa pu dire ai nostri
ascoltatori?
- Non molto, vecchio mio.
- Ci racconti semplicemente quello che ha visto. Ci baster.
Cedetti, senza entrare nei particolari, n esporre le ragioni della mia presenza sul posto. Lev le
tende, dopo aver domandato a Hlne di pronunciare anche lei qualche frase, per dare un tocco gentile.
Quella sporca esibizionista, che si lasciava incantare come una contadinotta della profonda
Seine-et-Oise, non si fece pregare. Dopo la partenza del giornalista, io ed Hlne ci separammo. Una
volta solo, mi recai dalla signora Ailot.
Fu sollecita nel ricevermi. Era sconvolta, al tempo stesso agitata e annientata, aveva un diavolo
per capello, come si dice; ci fa supporre che i calvi non vengano mai posseduti dal diavolo. Aveva un
diavolo per capello, quindi, ma l'avrebbe avuto anche per molto meno. M'inform che l'ispettore
Grgoire aveva trovato della droga nella camera di Suzanne.
- Mi domando come abbia potuto procurarsi quelle porcherie - sospir.
- Io no. Il suo fornitore sicuramente era Yves Bnech. Un bel cittadino, il suo autista, signora.
Non mi stupirebbe che fosse schedato alla polizia. A mio avviso, apparteneva a una banda - Una
banda? S, certo - fece, come si trattasse di una cosa assolutamente naturale.
Ma, bruscamente, aggrott le sopracciglia e riprese contatto con la realt: - Una banda? Che
cos'intende? Dei banditi? Dei criminali? Una banda a Passy?
Era ridicolo, vero? Ridicullo. Feudalmente ridicullo.
- Una cricca che pu prosperare solo qui a Passy, signora. Una banda specializzata nel furto di
gioielli e ricatto. Un'associazione di individui poco raccomandabili che abusano della... della
situazione e della fiducia mal riposta che certe ricche persone imprudenti gli accordano. Che
approfittano delle loro debolezze... umane.  solo un'idea, ma credo di non sbagliarmi.
- S, forse - articol lentamente, e arrossendo molto pi in fretta - Eppure Bnech possedeva
ottime referenze, per quanto me ne rammenti - aggiunse, come se quella fosse la questione.
- Quella gente, signora, come vedo io la loro organizzazione, non pu averne di cattive...
Uhm... Per quanto riguarda i gioielli, non li hanno trovati n in camera di Bnech, all'albergo, n al
villino di rue Berton... Mi sorprenderebbe che fosse andato a nasconderli l, sebbene non si possa mai
dire, ma francamente,  pi facile che li abbia passati a qualche complice, quelli della combriccola
incaricati di riciclare il bottino. Credo di sapere dove rivolgermi per scovare un inizio di traccia. Non
garantisco, per, che questo conduca ai gioielli. A proposito, volevo chiederle   lo scopo della mia
visita  sono sempre al suo servizio?
- Certo...
Il tono era poco convinto. Era indubbio che adesso i gioielli passavano quasi in secondo piano.
- ...Faccia del suo meglio - aggiunse.
- Cercher. Nel frattempo...
Mostrai la spilla a forma di cuore, raccolta sotto il com, nel tragico villino di rue Berton:
-...Vorrei che l'esaminasse - dissi tendendole l'oggetto.
Lo prese, ebbe un sussulto e balbett: - Ma... si direbbe... ma...  la mia spilla! Com... dove
l'ha trovata?
Glielo dissi, poi: -  proprio la sua spilla?
- Ma s - Guardi meglio.
Fu me, e non la spilla, che lei gratific con un lungo sguardo, sorpreso e indagatore: - Che...'
che cosa intende dire?
-  paccottiglia. Latta dorata e scaglie di vetro. Un gran bel lavoro per essere paccottiglia, ma 
pur sempre una patacca. Nient'altro.
- Andiamo... andiamo...  impossibile!
- Guardi meglio - insistetti.
Si chin sulla spilla, la gir e rigir da tutte le parti: - Deve avere ragione - disse infine con voce
sorda, rialzando il capo.
Forse per un fenomeno di mimetismo, i suoi occhi avevano riflessi metallici: - ... 
incredibile. Non so pi che cosa pensare. Certo, non ho mai preteso che questa spilla fosse un modello
esclusivo... e se l'avesse trovata fuori del villino... ma siccome l'ha trovata l... c' un nesso... Ma
non  la mia spilla. Non  la mia vera spilla. Allora... crede che qualche abile falsario...
- Abile e rapido, magari? Be', non  escluso. E mi viene un'idea. Perch non vedere qui un altro
imbroglio dei soci di Bnech? Di Bnech e compagni. Fanno copie dei gioielli rubati, per cui non ci si
accorge immediatamente della scomparsa dei pezzi autentici. Con lei, le cose si sono svolte in maniera
diversa. L'ipotesi per rimane valida. E se ci sono buone ragioni di pensare che anche la vittima della
sostituzione preferisca tale sostituzione a una scomparsa improvvisa...
- S, deve essere cos - approv la signora Ailot, senza polemizzare, la spilla nell'incavo della
mano e gli occhi sul ninnolo.
Sospirai. Lo smarrimento eliminava in lei ogni traccia di senso critico. Tutte le spiegazioni le
sembravano giuste. Le accettava senza discutere. Si allineava docilmente alla vostra opinione. Non mi
era di grande aiuto per far nascere la verit, semprech dal confronto delle idee nasca la verit. Farsi le
domande e le risposte, sentirsi sempre rispondere s, favoriva poco. Tanto valeva rimuginare il tutto
da soli, in quelle condizioni. Ammettendo che rimuginare sia utile. Tutto quello che prendevo in
considerazione si rivelava vano. E che cosa dovevo, recitare forse il mio numero davanti a quella brava
donna? Per sentirmi rispondere s? Sempre di s. Sempre di s? O addirittura... Mi alzai.
- Cercher di mettere le mani su quella gente prima che abbiano riprodotto delle copie di tutti i
gioielli e disperso i pezzi autentici. Cercher. Ma richieder pi tempo del previsto.
Un fremito la percorse: - Il tempo non conta pi - disse mestamente - dopo tutto quello che 
successo... - Cercher comunque di fare alla svelta.
- Grazie.
Tossicchiai: - Poco fa ho detto che la vittima delle sostituzioni di gioielli talvolta preferiva la
sostituzione a una scomparsa improvvisa. Mi meraviglio che non mi abbia domandato il perch.
Mi lanci uno sguardo da bestia braccata: - Ah! s?... Perch?... In effetti non l'ho seguita. Non
penser che la mia testa sia soltanto qui?
- Ebbene, signora Ailot, adesso che mi sta ascoltando, le vorrei fare un'ultima domanda. Una
domanda poco importante, ma che non deriva da semplice curiosit.  soltanto per verificare lo stato
del nostro rapporto. Insomma, signora, Yves Bnech era pi di un autista, vero?
Parve sollevata nel vedere finalmente affrontare quell'argomento. Ma non rispose direttamente
e si mise a piangere: - Lei  un mostro. Perch torturarmi cos? Non sono gi abbastanza punita? Con
quell'uomo, sono entrate in casa le disgrazie...
- Non sono un moralista, signora, e non mi permetter di giudicarla in nome di un concetto fra i
pi relativi. Sono privo di pregiudizi e non mi occupo, per quanto possa sembrare, di ci che non mi
riguarda. Ma vorrei sapere.  s?
Lev su di me un viso grondante di lacrime: - S - ansim.
- Grazie. Buonasera, signora.
- Un momento...
Lasci la sedia, mi si avvicin, mi gherm il braccio, e sommergendomi di un profumo al quale
si mescolava il suo odore: -...Ero costretta, volevo recuperare quei gioielli prima che ritornasse mio
marito attualmente in viaggio d'affari. Non volevo che se ne accorgesse... Sarebbe rientrato fra una
settimana. Ma dopo... dopo quello che  successo, ho dovuto mandargli un telegramma. Sar qui
domani o dopodomani.  un uomo tremendo, uno spaventoso tiranno. Si ricordi quello che le dico,
signor Nestor Burma. Caso mai mi capitasse una disgrazia...
- Non sapr nulla da me, signora - la rassicurai. (Mi sarei meravigliato che non fosse al corrente,
ma erano cavoli suoi.) - Le ho posto quella domanda soltanto per mia curiosit. Non sapr nulla da me.
E se potr nascondergli per qualche giorno la scomparsa dei gioielli, forse sar abbastanza fortunato da
recuperarli prima che diventi pericoloso. Cercher di fare alla svelta. Glielo devo. Finora non le sono
stato di grande aiuto. Sono riuscito soltanto ad assistere all'eliminazione dell'autista da parte di sua
nipote. Non  proprio quello che definisco fare un favore n guadagnarsi onestamente la pagnotta.
Le lasciai la spilla. Se voleva divertirsi...
Erano appena suonate le sei. Le diciotto, nel gergo dell'ora esatta. Aperitivo, nel linguaggio
civile. Me ne andai a scolarmi un Cinzano l dove pensavo d'imbattermi in un altro tizio: il grassone
calvo del bistrot della Chausse de La Muette; il gestore dell'ufficio di collocamento e sindacato
assolutamente apolitico. L'inizio di traccia di cui avevo parlato alla signora Ailot era lui. Purtroppo 
sia che fosse latitante, sia per altri motivi  al bistrot non lo trovai e le soffiate che il cameriere mi diede
non avrebbero oltrepassato il reggiseno di Gina Lollobrigida. Caspita che fallimento. Seppi soltanto che
si chiamava Ren. Signor Ren. Questo o niente, era lo stesso. Bene. Sarei ritornato. Dopo il grassone
calvo, a noi le donne nude! Forse avrei avuto pi successo con una donna nuda. Me l'auguravo.
Preferivo avere pi successo con una donna nuda che con un ciccione calvo. Sono ancora all'antica, io,
sotto certi aspetti.
Da avenue Mozart, m'incamminai verso rue Jasmin, dal nome cos grazioso. Trovare da quale
casa di quella via fosse caduta, la settimana precedente, una donna completamente svestita e il suo
nome, fu facile. Avevo un bel dire, ma non  che tutti i giorni si scopra una donna nuda sul
marciapiede, neppure in rue Jasmin. La prima portinaia alla quale mi rivolsi mi forn tutte le dritte
possibili. Si trattava della signora Klette, una gran bella donna, trent'anni, soggetta a crisi di
sonnanbulismo. Una di quelle crisi era finita male, ecco tutto. Storsi il naso. Avevo sentito dire che i
sonnambuli sono piuttosto abili e che se non li svegliano, se non intervengono troppo brutalmente,
riguadagnano pi o meno in fretta il loro letto senza gravi intoppi. L'avevo sentito dire, s, ma ebbi
comunque l'impressione di sbagliare strada. Mi lasciavo trascinare dalla mia immaginazione; avevo la
maledetta tendenza a fare di ogni erba un fascio. E questa volta, era colpa di Florimond Faroux...
Lasciando la portinaia, dissi fra me che ci avrei piazzato, per, Roger Zavatter, un mio agente, con
l'incarico di esaminare il caso in tutti i suoi aspetti. Per scrupolo, poich non bisognava illudersi: da
quel lato, non avrei ricavato nulla.
Da quando mi ero alzato da letto, il tempo era stato bello, ma ora il cielo si copriva,
annunciando un po' di pioggia imminente. Rientrai all'albergo per munirmi dell'impermeabile portato
da Hlne. E poi, volevo telefonare a Florimond Faroux, e sarei stato pi tranquillo nella mia camera
che in una cabina pubblica. Quando entrai nella hall, il padrone ascoltava la radio: - Quel giovanotto mi
ha detto che l'avrebbero trasmesso alle sette e mezzo - fece. - Ci saremo noi. Hanno annunciato il
servizio. Vuole sentirsi? Pare che non si riconosca la propria voce.
- E ora, gli avvenimenti del giorno - pronunci una voce alla radio - Maurice Lemay, credo che
lei abbia realizzato un servizio abbastanza interessante sul delitto di rue Berton?
- S, Maurice Sigel - rispose il sunnominato Lemay, pure lui Maurice - Ho intervistato il
detective privato Nestor Burma.
- Bene, passiamo il servizio.
- Mi trovo - attacc la voce un po' pi sorda del giovane giornalista - all'accettazione dell'Hotel
de l'Assomption, in rue de Boulainvilliers. In quest'albergo, dove risiedeva l'autista privato Yves
Bnech che... ecc.
...risiede anche il famoso investigatore privato, investigatore d'assalto, Nestor Burma. Sono
davanti al proprietario dell'esercizio, Signor Champloit. Signor Champloit, per favore, vorrebbe...
Segu una breve conversazione fra l'albergatore e il cronista.
-  straordinario! - esclam l'omaccione, con la sua bocca, quella che gli vedevo. - Non si
riconosce la propria voce. Ho una voce cos, io?
- Peggiore - dissi.
Ed ecco prosegu il giornalista che Nestor Burma in persona, accompagnato da
un'affascinante ragazza, la signorina Hlne, la sua segretaria...
Mi ascoltavo raccontare le mie balle. Appena finito, quello che si chiamava Maurice Sigel
riprese: Bene, grazie, signor Nestor Burma; grazie, signor Champloit; grazie, Maurice Lemay. E, per
concludere, un'ultimissima informazione, riguardante il caso, che ci arriva in questo istante dalla
Polizia Giudiziaria: la giovane assassina, la signorina Marie-Chantal Suzanne V... sta per confessare.
Salii in camera a infilarmi l'impermeabile. Era inutile telefonare a Florimond Faroux, adesso.
Appena sceso, il padrone mi diede una voce, ridendo sguaiatamente. Mi disse di avere qualcosa
da domandarmi e subito attacc. Il suo locale stava per diventare maledettamente celebre, eh? con gli
onori della stampa scritta, della stampa parlata e tutto il resto. Se l'immagina! Un cliente che si era fatto
accoppare... Gli feci notare che se fosse accaduto l, il suo albergo sarebbe diventato ancor pi celebre,
ma che lui avrebbe riso molto meno. Ne convenne, ma ci non ostacolava il suo entusiasmo, vero?
Quindi, uno che si fa accoppare e un altro che  addirittura Nestor Burma.
Insomma, se non avevo niente di meglio da fare e siccome era l'ora di uno spuntino, mi invitava
a cena. Era un tipo solitario, di regola si annoiava, e non gli capitava tutti i giorni di permettersi un
ospite del mio genere. Il signor Champloit aveva l'aria del chiacchierone, quando ci si metteva. Forse
mi avrebbe illuminato su Bnech.
- Prima di tutto devo dare un colpo di telefono - dissi.
Cercai nell'elenco il numero del bistrot di Chausse de la Muette e lo feci.
- Il signor Ren, per piacere.
- Non c', signore.
Riattaccai: - Possiamo andare a tavola - dissi.
- Immediatamente - fece Champloit - Vedr... Josphine  un'ottima cuoca.
- Piano! - scherzai. -  Josphine a far da mangiare?  sicuro che non dar una spolveratina
d'arsenico al cibo?
- Perch diavolo vuole...
- Io non voglio, ci mancherebbe altro, ma ho la sensazione che Josphine non mi digerisca
troppo...
E gliene spiegai il motivo.
- S, s - fece un po' dopo, nella sala da pranzo, passandomi il sale e attaccando bottone. -
Sapevo che entrambi, Jos e Bnech, una volta di qua, una volta di l... Era un bel tipo, comunque, eh?
Jos qui, la giovane riccona l. In effetti andava a letto con la sua padrona, no?
- Lei lo conosceva meglio di me, signor Champloit. Dovrebbe parlarmi un po' di lui.
Me ne parl  e pi di un po' -ma non appresi niente di nuovo. Storie senza interesse. Nulla che
potesse orientarmi sulle possibili relazioni losche del brettone, sul traffico dei gioielli o altra attivit
dubbia. Conclusione dell'albergatore: non capiva che un lavoro simile fosse capitato al suo cliente,
personaggio di certo vanesio e parecchio sicuro di s, pi o meno borioso, ma tranquillo nell'insieme. 
vero che non avevano rapporti continui. E il signor Champloit vers una tenera lacrima su quel cliente
modello che pagava al prezzo massimo una camera occupata soltanto per puro caso.
- E perch aveva quella stanza? - domandai. - Riceveva visite?
- Veramente, nei giorni di riposo, preferiva dormire qui che dai suoi padroni. E poi, ogni tanto,
prima di legarsi a Josphine, ci portava delle donne. Finir per credere che quel tizio era veramente
tagliato per le donne.
- Anche degli uomini, qualche volta?
- Oh! no di sicuro, signor Burma...
- Non volevo dire quello. Insomma, niente visite?
- No.
Inghiottimmo qualche boccone in silenzio  relativamente in silenzio  poi l'albergatore riprese:
- Lui e le sue donne, diamine! E si  fatto bucare, cos, in piena attivit? Mi sarebbe proprio piaciuto
vederlo, signor Burma. Una specie di orgia, andiamo! Di orgia...
- ...Romana.  l'epiteto comunemente usato. Fa alto borghese e intellettuale.
- Era un'orgia romana?
- Non so. Non ho mai assistito a orge romane. Ero troppo giovane. Comunque, se la ragazza era
pi o meno nuda, Bnech non si era neppure tolto l'impermeabile.
- Forse  un tocco inedito da raffinato - fece l'albergatore, con aria trasognata. - Andiamo, io ne
valgo dieci! - scoppi a ridere, all'improvviso. - Blatero, blatero, e non ho ancora pensato a domandarle
che cosa ci fa qui dentro, signor Burma. Non sono riuscito a capirci un cavolo leggendo il Crpuscule o
ascoltando la radio.
- Non faccio niente - sorrisi. - Sono qui, e basta. Sono gli astri a comandare.
- Gli astri? Ah, be', non volevo essere indiscreto.
A proposito di astri, and a cercare un coso a tre stelle. Ne scolammo alcuni bicchierini, poi,
dopo un'occhiata al mio orologio, che segnava le nove e un quarto, dissi: Grazie per la mangiata.
L'arsenico non si sentiva. Ha mica un garage? Non vorrei lasciar ancora il mio macinino all'aperto.
- Le faccio vedere.
Uscimmo. Le nuvole che un po' prima minacciavano erano andate a morire timidamente
altrove. La notte incombente era mite; una bella notte di primavera in vista. Il bistrot di fronte,
all'angolo di rue de l'Assomption e rue de Boulainvilliers, sfavillava di mille luci. Ne sprigionavano il
tintinnio dei bigliardini elettrici in piena azione e le ondate di musica prodotta dai juke-box. Sul
marciapiede, alcuni giovani, maschi e femmine, si raccontavano sciocchezze che li facevano ridere,
quel genere di sciocchezze che fanno ridere per non far piangere. L'albergatore mi mostr il garage.
Una rimessa in fondo a un cortile interno a cui si accedeva attraverso un passaggio fra il suo edificio e
un altro. Ritornammo sul marciapiede, urtando quasi un tizio che camminava su e gi, in attesa
dell'autobus 52.
- Il passaggio rimane aperto, ma la porta del garage  solida, signor Burma - fece il grosso
Champloit. - E la sua auto star sempre meglio qui che fuori, no?
- S. Andr a cercarla. L'ho lasciata in rue Berton...
L'avevo parcheggiata l, ai piedi della scalinata, prima di perquisire il villino, e dopo non
l'avevo pi toccata. Dal garage di avenue de New York, da dove avevo telefonato a Faroux, ero andato
a piedi in rue Bois-le-Vent, perch volevo riflettere e io rifletto meglio muovendo le gambe, anche se
sono stanche. Poi, ero andato in giro sulla bagnarola degli sbirri.
- ...Spero che non me l'abbiano grattata.
- Grattata? Che razza di idea!  un quartiere tranquillo questo!
- Finir per crederlo - ridacchiai.
-  vero! - chiocci l'albergatore. -  questione di abitudine, comunque, eh?
La mia Dugat 12 non si era mossa. M'installai al volante e presi la direzione di Chausse de La
Muette. Avrei avuto pi fortuna, forse, a quell'ora. Ebbi pi fortuna. Il grosso Ren, che pareva ancor
pi calvo alla luce violenta del bistrot, disputava una belote con tre altri tizi, di cui uno con la
goffaggine da autista modello Bnech, ma per di pi vivo. Mi accampai non lontano dai giocatori e
attesi la fine della partita. Non fu lunga. Doveva essere cominciata gi da parecchio tempo. Il signor
Ren trangugi subito la sua birra, si alz e fil al gabinetto. Lo segui. E quando fummo soli in un
corridoio stretto: - Il signor Ren? - feci.
- Sissignore.
- Avrei del lavoro...
- Non stasera - disse. - Sono gi di corda.
Del suo antico mestiere di domestico, gli restavano alcune maniere, anche qualcosa nella voce,
di ossequioso, di mellifluo, di appicicaticcio e di sornione.
- Prenda comunque il mio biglietto - dissi.
Lo prese e vi gett una rapida occhiata. La sua bocca di rospo si raggrinz leggermente,
provocando l'apparizione di un mento supplementare.
- Il mio nome le dice qualcosa? - domandai.
- Perch dovrebbe?
- Se legge il Crpu o ascolta la radio, s. E la professione? Sbirro privato, non le dice nulla?
La facciata prese a sgretolarsi:
- Sono io che ho qualcosa da dire. Gli sbirri privati, io li...
- L'ultimo che mi ha detto cos  morto qualche ora dopo.
-  cos cattivo, lei, signore?
- Per niente, ma ho il Diavolo dalla mia. Non ho ucciso il tipo in questione, ma  morto lo
stesso. Si tratta di Bnech, se il nome le dice qualcosa.
Gracchi: - Un famoso cretino, quello, salvo il rispetto che si deve ai morti.
- Bisognerebbe andare a discuterne da qualche parte - suggerii. - Qui, si finirebbe per far
spettegolare e nel bistrot c' troppa gente. Ho la macchina.
Brontol, parve riflettere, poi:
- Credo che l'unico modo per sbarazzarsi di lei sia quello di usare un'arma contundente o mi
sbaglio?
- Anche cos, non sempre si riesce.
- Be'. Non avevo l'intenzione di accopparla - sghignazz. - Non  il mio genere. Lavoro
piuttosto con dolcezza, io.
- Lo so. Dolcezza e ambiente ovattato, seta e raso, fronzoli e lenzuola lussuose.
- Uhm...
- Andiamo?
- Bene. Andiamo. Non so che cosa voglia e me ne frego. Se crede di farmi paura, si sbaglia.
Girogirotondo, affrontiamo pure il mondo. Ma deve proprio avanzarle del tempo per permettersi di
sprecarlo cos.
Ritornammo nel caff, si conged dai compagni e salimmo nel mio trabiccolo. Innestai la
marcia. Si mise a ridere.
- Cosa c' di strano? - domandai.
- Tutto - rispose. - Non solo sciupa il suo tempo, ma per giunta spreca inutilmente benzina. Io
mi ci diverto.
- La vedremo. Andiamo a fare un giro al Bois?
- Uhm... non vorrei che ci prendessero per donne di facili costumi.
- Gli intenditori non sono poi cos miopi.
Attraversammo i giardini di Ranelagh. Dissi: -  un giro che frutta sempre?
- Quale?
- Le battone motorizzate, le amazzoni profumate del lungolago. Le auto che procedono al
rallentatore, lucenti e agili, civettuole e discrete. Che si bloccano vicino al passante solitario, delle volte
che questo solitario sia stufo della solitudine. E un'affascinante voce fascinosa dice: Scusi, signore.
Un'informazione, per piacere. E quando ti chini verso la portiera, scorgi all'interno, in una deliziosa
penombra, un paio di gambe in mostra che fioriscono da una nuvola di nylon, se non  una tetta
impertinente ad aggredirti come un cagnolino festoso.
- A parte qualche parola, lei si esprime come un mio vecchio padrone. Un poeta.
- Non si pu dire cazzo tutto il giorno. Si passerebbe per sboccati, alla lunga.
M'infilai in avenue Ingres. In parecchie case sontuose che la fiancheggiano, alcune finestre
erano aperte, proiettando sugli alberi vivide luci di lampadari sfavillanti.
- Allora, frutta sempre? - insistetti.
- Perch vorrebbe che non fruttasse pi? - sospir. -  una piacevolissima attivit dove vengono
soddisfatti tutti i gusti. Nido d'amore ambulante o camera discreta pi confortevole, a scelta.
- Pare che la conosca a menadito, vecchio mio.
- Non vengo dalla provincia, ecco tutto.
- Io neppure.
Tagliai boulevard Suchet, poi avenue du Marchal-Maunoury. Mi addentrai nel Bois lungo la
Route des Lacs. Le automobili che attraversavano il Carrefour des Cascades sembravano partecipare a
un carosello. Ci fu qualche lampeggiamento di fari. Forse stupidamente dovuti a una manovra; forse un
segnale.
- E l'altro giro?
- Quale altro?
- Il suo. Il giro in seta e raso, valorizzato dal cuoio con cui fanno i gambali. Il giro per la
propagazione degli amori ancillari.
Presi il Chemin de Ceinture du Lac Infrieur.
- Senta, signore - disse il calvo, pacatamente. - Le ho gi detto che non sapevo quello che
voleva da me e che, a ogni modo, me ne fregavo. Le ho anche detto che non riuscir a spaventarmi. Lo
ripeto. Non mi diverto a negare qualsiasi cosa. Lei pare molto al corrente. Le dir solo che la polizia,
ufficiale o meno, non sta, che io sappia, a guardia della virt delle nostre padrone, e che la loro vita
privata non la riguarda. Ecco perch mi vede cos tranquillo ed ecco perch perde il suo tempo. Non ho
commesso nulla d'illecito n di criminoso.
- Non nega nulla?
- Non ne vedo la necessit.
- Posso comunque farle qualche domanda?
- Tutte le domande che vuole.
- Per adesso ne baster una. Perch poco fa ha dato del cretino a Bnech?
- Perch lo . E un cretino disonesto per giunta. Quando si occupa, in un certo ambiente, il posto
che occupava, non si cerca di aggiungere al proprio carniere la ragazza della casa.  sleale.
- Insomma, non ha avuto quello che meritava?
- S.
Un silenzio, poi: - Le rende molto, quest'affare?
Prese un tono offeso: - Lei  di una tale curiosit!
- Su, su, signor Ren! Visto che non ha nulla da temere...
- E sia! In genere quei posti sono posti eccellenti e i signori ai quali li procuro mi elargiscono un
po' di spiccioli.
- Sufficienti per campare?
- No. Ho altre cose.
- Forse sono queste altre cose che mi interessano.
Si mise a ridere. Un riso fresco, franco e leale, di cui non l'avrei creduto capace.
- Non mi dispiace di averla seguita, signore - disse, una volta acquietata la sua ilarit. - Lei fa
dei discorsi divertenti. Incomprensibili, ma divertenti. A meno che lei non sia stato incaricato
dall'esattore del mio quartiere di indagare sulle origini delle mie entrate...
- Non sto scherzando. Quali sono quelle altre cose?
- Un mio vecchio padrone, il poeta di cui le ho parlato, in riconoscenza dei miei devoti servigi,
alla sua morte mi ha lasciato una somma abbastanza consistente. Siccome non ho grosse esigenze, i
proventi dell'eredit e le mie piccole percentuali...
- Insomma, il suo ufficio di collocamento, lo tiene per passione? Per la gloria, oserei dire?
- Lei ha gi fatto il cameriere privato, signore?
Me lo domand con voce strana, mutata, talmente mutata che mi voltai di scatto verso di lui,
aspettandomi di trovare un altro al posto del signor Ren. No, no, era sempre l, era sempre lui, grosso e
calvo. Al chiarore della luce del cruscotto, vidi il suo viso assumere un'espressione indefinibile.
- Ho fatto molti mestieri, salvo quello - dissi.
- Io, lo sono stato - articol un po' sordamente, con la sua nuova voce. - A lungo. Sempre. Non
ho fatto che questo. Ho cominciato da giovanissimo. Si dice che nessun uomo  un grand'uomo agli
occhi del proprio domestico. Il domestico, invece, per i padroni addirittura non  una persona.  un
oggetto, un mobile. Insomma, forse non ho avuto fortuna, ma mi hanno considerato cos  se di
considerazione si pu parlare  in tutti i posti dove sono passato. Magari esistono altri padroni. Me
l'auguro. Ma anche quell'idiota del poeta, quello che mi ha messo sul testamento, era cos. Perci,
oggi, con la mia listarella di belle signore... quando guardo questa lista di belle signore... le belle
signore alle quali mando autisti a volont, non so pi chi sia la vera puttana fra i due... le umiliazioni
che ho dovuto subire sbiadiscono.  una rivincita, ecco. Una vendetta, una vendetta bassa e meschina,
una vendetta da lacch, che per non incorre nei rigori della legge. Tutto qui, signore.
E nel pronunciare queste ultime parole, riprese la sua solita voce.
- O.K., signor Ren - dissi - Lei non si spreca troppo. Fino adesso le  andato tutto bene. Troppo
bene, persino. D'ora in poi potrebbe diventare un po' pi dura.
Si girava intorno al lago. Ma non bisognava pi girare intorno all'argomento.
- E il numero due? Quello che si aggancia al numero uno?
- Non capisco.
- Le spiego. Quelle belle signore, come dice lei, mi sembrano estremamente vulnerabili. Deve
essere facile ricattarle in continuazione, addirittura fregargli i gioielli senza che protestino troppo...
Esposi il mio pensiero, parlando senza peli sulla lingua della possibilit di una cricca
organizzata, eccetera. Il signor Ren non si turb e disse persino con innegabile accento sincero: -
Capisco che cosa vuole dire, signore, ma le posso garantire che non esiste nulla di simile. Quei
giovanotti godono di notevoli vantaggi. Se ne pu criticare la mentalit, ma sono onesti. Non  nel loro
interesse...
E mi snocciol qualche argomento abbastanza convincente.
- Possibile - brontolai. - Ci non toglie che Bnech abbia sgraffignato i gioielli della signora
Ailot.
- Ah! Ah!
- Non mi pare che si stupisca troppo. Per uno che mi ha appena decantato la purezza di quei
signori...
- Scusi. Pi niente di quello che mi dir su Bnech potr stupirmi. Non avrei creduto che quel
brettone fosse cos deludente. Ma bisogna arrendersi all'evidenza ed  possibile che si sia reso
colpevole di un furtarello. Non ne so nulla, ma non abbiamo la prova che talvolta prendeva delle
iniziative personali scabrose?
- Una pecora nera, dunque?
- Sissignore.
- Uhm... Quello che ha fatto, sono riusciti a farlo altri, prima di lui. Non ha mai avuto grane del
genere?
Esit: - N...o. No... mai.
- Bum, signor Ren. Continui pure a cantare. Visto che la sua coscienza  tranquilla.
- Tranquillissima. S, c' stato qualcosa, una volta. I giornali, d'altronde, hanno riportato quello
scandalo. Si trattava di gioielli, in effetti. Gioielli falsi.
- Gioielli falsi?
- S. Una macchinazione.
- Sono molto interessato ai gioielli falsi e alle macchinazioni. Mi racconti, signor Ren.
- Volentieri. Non  pi un segreto. Ne ha parlato la stampa, come le ho detto. Un mio amico
autista... insomma, quel tipo di autisti,  stato compromesso, ma si  felicemente scagionato.
Succedeva circa due anni fa. Il signor e la signora... diciamo X...
- Misteri inutili. Dato che la stampa ne ha parlato, perch nascondere il nome?
- Va be', si chiamavano Fitzauray. Il signor Fitzauray e signora. Avevano stipulato una sorta di
contratto. Si dividevano la servit. L'autista per la signora; le domestiche per il signore. Ma il marito
era come molti uomini; se trovava normale tradire la moglie, gli autisti di lei, alla lunga, gli
diventavano insopportabili. O forse pensava che, non essendo pi la sua donna, la signora non aveva
alcun motivo di continuare a pavoneggiarsi con i gioielli che le aveva regalato. In breve, fece eseguire
copie di alcuni gioielli  dei pezzi autentici non ne so pi nulla  e quando lei si accorse della
sostituzione, le sugger di rivolgersi al suo autista. Ma l'autista era un osso duro. Forte della propria
innocenza, si dibatt come un ossesso, e dagli oggi dagli domani la macchinazione venne scoperta.
Ecco, signore.  l'unica seccatura che io conosca. E non era colpa dell'autista.
- S, mi sembra di ricordare proprio un fatto del genere - dissi. - Grazie per il suo racconto.
Stavamo sempre girando intorno al lago. Ritenevo che presto avrei dovuto prendere un'altra
direzione. Non potevamo restare tutta la notte nel Bois. Feci ancora qualche domanda al grosso calvo,
tendendogli un po' di trappole. Zero.
- Ebbene, grazie ancora, signor Ren...
L'avevo spremuto come un limone. Non ne avrei ricavato pi nulla.
- ...Tutto questo non mi ha aiutato un granch, ma grazie comunque.
- Se posso permettermi, signore... Che cosa sta cercando esattamente?
- I gingilli della signora Ailot. I complici a cui Bnech ha consegnato i gioielli... Rientriamo in
citt, adesso.
Infilai avenue de Saint-Cloud. Direzione Porte de La Muette.
-  sicuro di non averli lei in casa? - chiesi.
- Ma che cosa?
- I gioielli.
Scroll le spalle infastidito.
- Pu venire a verificare quando vuole. Abito in rue de la Tour... in una camera per la servit...
- Una camera per la servit si addice bene a un ex servitore.
- Ha detto giusto. Ammettendo che lei l'ignori, mi chiamo Ren Gauratel.
- Grazie. Quando voglio?
- Quando vuole.
- Se ci andassimo subito?
- Perch no?
Restammo silenziosi per tutta la durata del percorso. E, una volta a casa sua, non fummo pi
loquaci.
La stanza di M. Ren non offriva infinite possibilit di nascondigli e non trovai nulla. Eppure
frugai a lungo, senza scusarmi, pi sbirro di Faroux, e un po' rabbioso. Non mi andava gi quella
sensazione di perdere la calma, di essere fuori strada. Il grosso calvo mi guardava eseguire il mio
numero senza manifestare impazienza. La piantai l.
- Il sottoscritto ha finito.
- Le avevo detto che avrebbe perso il suo tempo.
- Be', so sempre dove ritrovarla all'occorrenza.
- Sissignore.
- Va bene, per stasera  tutto.
Sul marciapiede, fece un inchino: - Buonasera, signore.
Gentilezza gelida, senza traccia d'ironia. Ritornato lacch, come lo era stato per anni e anni. Lui
e le sue belle signore, cavolo! Mi sembrava di vederlo davanti alla sua lista, mentre ingiuriava tutte
quelle che vi figuravano sopra. Le ingiuriava alla terza persona.
7
Breve conversazione
Era un giovanotto di venticinque anni, o poco pi. Di statura media, piuttosto gracile,
abbastanza ben fatto, indossava un bel completo dal taglio elegante, un po' vistoso forse, chiaro,
chiarissimo, troppo chiaro per la stagione; ma il suo proprietario aveva forse i mezzi per potersi
permettere abiti sporchevoli. Cappello calcato sulla zucca e scarpe se non nuove almeno ben lucidate.
Anche il cappello sembrava nuovo. Un'ombra di baffi alla Charlot sotto le narici. Non doveva essere
uno di quei figli di pap di Passy, un Grard o un Gontran qualunque. Ma sarebbe stato un ottimo
autista, tipo Bnech. Gli mancava soltanto l'uniforme. L'uniforme gli sarebbe stata a meraviglia. E il
berretto a visiera cerata avrebbe evidenziato le sue orecchie piuttosto a sventola. Pareva avere l'eternit
davanti a s. Allungato su una poltrona nell'atrio dell'albergo, una sigaretta all'angolo della bocca,
leggeva tranquillamente un giornale di ippica.
- C'ha una visita, signor Dalor... Dalor o Burma - fece il vecchio portiere di notte, strizzando
l'occhio e indicandomi il giovane.
Questi si alz subito, si sbarazz della cicca, ficc il suo giornalucolo in una tasca della giacca,
e venne verso di me con passo agile, dondolando leggermente le spalle. Con un cenno disinvolto, si
sfior l'ala del cappello, poi mi tese la mano, una mano bianca e fine, delicata, quasi femminea.
- Ah! il signor Nestor Burma? Buonasera - sorrise, lasciandomi ammirare un canino d'oro. - Mi
chiamo Roger Lozre. Sono un giornalista.
Consultai l'orologio. Quasi mezzanotte.
- Non se ne sta in ozio - dissi. - Giornalista? Dove?
- Al Parisien Libr. Non si sprema le meningi. Non ha certo mai sentito parlare di me. Sto
iniziando... e mi piacerebbe che lei mi desse una mano.
- Non credo che abbia bisogno di me. Per un principiante, non se la cava male. Come ha
scovato il mio indirizzo?
- Be', non  poi stato difficile! L'ho sentito alla radio.
Mi morsicai le labbra. Se il discorso continuava cos, sarei passato per uno sciocco. Ma forse
non era una tattica sbagliata passare per sciocco.
- Ah! s, certamente! la radio! E allora?
- Vorrei domandarle alcune cose e, da parte mia, dirgliene altre. Il tutto per poter fare un
articolo come si deve. Possiamo metterci l! - fece, indicando la hall con un ampio gesto.
- Staremo meglio da me.
- Eh... s... non osavo...
Salimmo in camera mia. Schiena rivolta alla porta, chiusi a chiave, di nascosto dal sunnominato
Lozre, ma il catenaccio cigol un tantino e il giovanotto dovette accorgersene. Comunque fosse, non
lasci trapelare nulla. Rimisi la chiave in tasca, allungai una sedia al mio visitatore e mi sedetti sul
letto.
- L'ascolto - dissi - Che cosa vuole?
- Sapere che cosa fa qui. Sar il primo ad annunciarlo e far un figurone. Ho letto Le Crpu, ho
ascoltato la radio, ma non ci ho capito nulla.
- Lei  il terzo, in poche ore, a domandarmi che cosa combino qui dentro.
- Dimostrazione che  interessante, no?
- Pu darsi.
- E ha fiutato una pista?
- No.
- E io ho qualche probabilit?
- Molto scarse. Ma credo che anche lei abbia qualcosa da dirmi?
Lev la sua mano bianca, mano fine, mano da donna: - Non si d niente per niente - disse. - Io
so qualcosa... o, piuttosto, sospetto qualcosa. Badi bene che non so se l'aiuter nel suo lavoro, ma
insomma potr fornire un argomento di conversazione. Solo che prima di tutto vorrei proprio sapere
che cosa combina qui dentro. Lei  un amico della signora Ailot o di quella povera ragazzina?
- Non lo so neanch'io.
- Mi dia una risposta!
- Diciamo che  mia cliente. La signora Ailot, intendo dire. La gente in contatto con uno sbirro
privato in genere  cliente dello sbirro.
- E per quale motivo l'ha assunta?
- Per ritrovare i suoi gioielli.
Ecco che cosa succede a dire la verit! La mia risposta lo fece ridere.
- Senza scherzi! - esclam.
- Tassativo. Glieli hanno fregati; vuole recuperarli.
- Non ho visto niente di tutto questo sui giornali.
- Non abbiamo ritenuto opportuno parlarne.  l'aspetto strettamente privato della faccenda,
capisce? Non ha nulla a che vedere con l'aspetto pubblico: l'eliminazione dell'autista da parte della
ragazzina in questione... quella che sembra averla mossa a piet.
- S, s. Lei  gentile a fare un'eccezione per me.
- Figuriamoci! - ridacchiai.
- Per quanto potr andare lontano...
- Non capisco che cosa vuol dirmi.
- Non posso lasciarle stampare questa notizia, vecchio mio - lo blandii. - I miei clienti non mi
affidano un lavoro riservato perch io vada a spifferarlo ai quattro venti. A meno che quello che lei
debba dirmi non cambi il mio modo di vedere. Che cosa doveva dirmi?
- Eh... be'. Nulla. Proprio nulla. Era soltanto un espediente per abbordarla. Basta che lei non mi
mandi a quel paese.
- Un trucco da giornalista, andiamo.
- S.
- E io che credevo ci fosse un rapporto con la ragazzina, la povera ragazzina in questione.
Gliela buttai l a casaccio. Reag vivacemente, come se avessi indovinato i suoi pensieri,
pensieri non belli da vedersi: - No - disse, alzandosi.
Mi alzai anch'io.
- Adesso, devo scappare - fece con un sorriso imbarazzato.
- Se avessi saputo che lei era cos poco leale, non mi sarei preso questo disturbo. Non mi ha
raccontato che delle balle, e per di pi, riflettendo bene, non mi piacciono i suoi modi. Chiudere la
porta come ha fatto lei, come se volesse sequestrarmi!
- Oh, non  cos grave! E poi, andiamo, il sequestro... la clausura... lo sapr bene che cos',
no? Non parlo della redazione del Parisien Libr...  proprio Le parisien Libr, vero?
- S.
- Non sar piuttosto Le libr e basta? - ridacchiai - O Le libr de Centrale? O L'Echo de
Fresnes-ls-Rungis?
Invece di fare dello spirito - soprattutto di questa qualit - avrei dovuto continuare a
fingermi sciocco oppure puntargli di primo acchito il mio cannone nella pancia. Non era un tipo che si
faceva abbattere dalle spiritosaggini dell'almanacco Vermot, il signor Lozre. Quando si sent
smascherato, non perse tempo. Mi si scagli subito contro. Ma avevo previsto la mossa e aspettavo il
buonuomo. Gli mollai una di quelle castagne... che and a finire non so dove. Forse verso il pont
Mirabeau? S, era quella la direzione. Quei fetenti di Giapponesi! Vi renderebbero razzisti con le loro
sporche invenzioni, con il loro jujitsu e il loro judo. Capisco che abbiano usato la bomba atomica
contro di loro. Impossibile venirne a capo altrimenti. Non diffidavo di quel tipo, gracile come una
pulzella. Credevo di poterlo liquidare in quattro e quattr'otto. E chi avrebbe pensato che le sue
zampette da fanciulla... Trasformandomi in razzo interplanetario, mi fece descrivere nello spazio
un'orbita delle pi originali e siccome il mio cranio era un fortunato, nel suo genere, atterr su una
colonna del letto. Nel corso della traiettoria, ero riuscito comunque a estrarre la pistola, ma lo
pseudo-giornalista stronc sul nascere le mie intenzioni pirotecniche. Con una seconda presa della
casa, a chiave o a scalpello, ignoro come quegli svitati la chiamino, fece volare il mio arnese. E poi
estrasse il suo, o si serv del mio, o raccolse un'altra cosa, non voglio saperlo, ma quello che so  che,
ritornando alle procedure tradizionali in vigore nei tafferugli da strada, la lotta sfrenata, mi appiopp
uno di quei cazzotti dietro la testa! E grugniva qualcosa come: - Scusa, amico. Ero venuto con buone
intenzioni.
Ecco come sono i malviventi di Passy. Un po' rtro. Si scusano delle eccessive libert. E di uno
snobismo, con i loro metodi d'importazione! Mi scusi, ero venuto con buone intenzioni. Per fortuna,
altrimenti...
Lo sentii che affondava la sua mano delicata nella mia tasca per prendere la chiave. Lasciai fare,
incapace di opporre la minima resistenza, di abbozzare il pi piccolo movimento. Ci saremmo rivisti di
sicuro. Almeno, lo speravo. In altre occasioni, preferibilmente. Abbastanza lontani l'uno dall'altro
perch lo judo fosse inefficace. La pistola rende uguali gli uomini, amico. Tu che sei una canaglia,
medita questa frase potente da canaglia. Sentii aprire la porta, la sentii richiudere, sentii che davano una
mandata dall'esterno. Precauzione superflua. Non ero in grado di corrergli dietro. Un vero peccato...
Restai immobile sullo scendiletto, ad ascoltare il silenzio notturno e i battiti del mio cuore che
lo disturbavano, e anche la schiera di piccoli folletti che si agitavano nel mio cranio. In distanza, una
voce di cui ero il solo a percepire il suono, una voce consolante, la voce del mio inconscio disse: Sei
stato trascinato sulle montagne russe. Vanno su e gi. Eri sicuro della colpevolezza di Bnech e poi ne
hai dubitato. E anche altre volte. Eri sicuro dell'esistenza di una banda e poi ne hai dubitato. E anche
altre volte. Adesso, non puoi pi dubitare. La banda esiste e ti ha appena mandato un ambasciatore.
Grazie della dritta, signor Lozre, Aveyron, Hrault o Puy-de-Dome. Grazie mille.
Pass del tempo. Abbandonai il mio scendiletto e mi spostai in bagno per prepararmi degli
impacchi con i fazzoletti che applicai sui bernoccoli. Poi, raccolsi il mio cannone, chiamai il portiere di
notte al telefono e gli chiesi di venire a liberarmi. Il giovane giornalista, burlone come tutti i giornalisti,
mi aveva chiuso dentro andandosene. Che tipo, eh? Il portiere sal a liberarmi. Tutto questo gli sar
parso bizzarro, soprattutto i miei impacchi, ma non si permise nessun commento. Dopodich, m'infilai
sotto le lenzuola.
8
Qualcuno ha perso la lingua gioved
Ore undici. Un sole pimpante, tutto nuovo, per l'intera popolazione parigina. Per me, la bocca
impastata come sempre. Fedele compagna, buona vecchia bocca impastata dei magici risvegli, ma ben
poco trionfanti. A mo' di acquavite, mi accesi la pipa e mi abbandonai a qualche riflessione. La prova
era evidente, ora, dopo l'intervento di Lozre, che doveva chiamarsi diversamente. C'era di mezzo una
banda, una vera banda, composta di malviventi, pesci piccoli e altri trafficanti. Quel giovane judoista
difficilmente poteva nascondere le sue pinne. Bene. Quindi, la banda mi aveva spedito quel tizio per
sondarmi? Stentavo a capire che senso avesse un tale sondaggio. A meno che... che non sia venuto
unicamente per parlarmi di Suzanne e che all'ultimo momento si sia tirato indietro. Mi aveva dato
l'impressione di conoscere la ragazza (la povera fanciulla, come diceva lui), e di avere forse delle cose
da rivelarmi sul suo conto. Suzanne, che era gi in un bagno, come la sua casta e santa patrona,
rischiava di cadere in un secondo? Suzanne e i gangster! La cosa mi faceva pensare a Susanna e i
vecchioni. Bricconi che non erano propriamente amici della vergine in questione. Lasciai cadere
queste considerazioni ai margini della Bibbia e mi feci portare da Josphine, che non sembrava pi
avercela con me, una qualsiasi colazione, integrata dai giornali del mattino.
Ero in piena lettura, quando squill il telefono. Alzai il ricevitore. Era Florimond Faroux.
- Ah!  l? - fece.
- In carne e ossa - dissi.
- Bene. Le ho telefonato a casa. Nessuno. Le ho telefonato in agenzia. Nessuno. Le ho
telefonato da Hlne. Nessuno. Ho pensato all'albergo...
- Avrebbe dovuto cominciare da qui.
- S. Che cosa sta combinando ancora in quel quartiere? La faccenda non  liquidata? Ha
qualche motivo di pensare il contrario?
- Dio buono! Non sbraiti cos. A meno che non lo faccia per svegliarmi. Ho l'impressione che
non abbia le idee molto chiare stamattina. La faccenda di cui mi occupo io, non l'ho ancora liquidata.
Cerco dei gioielli rubati. Resto in zona finch non li ritrovo.
Si calm: -  giusto. Volevo farle una domanda, a proposito di quella ragazza, Suzanne.
- Vada.
- Ne abbiamo gi discusso, ma... quella le ha sparato addosso, vero?
- Ahim! Mi sembra che sia fuori discussione.
-  che sono arrivato a una constatazione e lei stesso mi ha confermato la cosa, ma mente cos
bene... Quindi, le ha sparato addosso?
- Mi sta dando una mano o che?
- Le faccio solo una domanda. E le chiedo di rispondermi francamente. Se ne  capace.
- S, mi ha sparato.
- Grazie.
- Non riattacchi - dissi - Ho appena letto i giornali. Allora, ha confessato?
- La stupisce?
- No, ma vorrei qualche particolare. La stampa non ne fornisce poi tanti.
- Senta - sospir - lei che mi procura sempre del lavoro, non conoscerebbe un duro, un coriaceo
particolarmente cattivo, un sicario o un venditore di morte qualsiasi, su cui sfogare i miei nervi? Un
tizio che cerchi di reagire; un fusto magari della mia taglia; ecco cosa desidero. Delle volte il mio
mestiere mi schifa. Lavorare su una ragazzina come quella Suzanne, non  divertente, glielo confesso.
- Era cos noiosa?
- Non faccia il finto tonto.
- Capirei meglio se mi raccontasse.
Reso loquace dall'irritazione, mi fece un racconto abbastanza diverso da quello dei giornali.
Suzanne aveva confessato, senza confessare, mentre confessava. Faroux la compativa piuttosto, quella
ragazzina, ma che cosa ci poteva fare? Non era stato uno spasso, me lo garantiva. Non sapeva se lei
stessa avesse preso la droga di cui era imbottita, o se gliel'avessero somministrata con la forza, ma era
sorprendente che non fosse crepata. In ogni caso, era ancora sotto l'effetto di quella porcheria e mentre
gli sbirri l'interrogavano, a tratti era con loro, un istante dopo era a cento chilometri. Aveva
riconosciuto di avere sparato su Yves Bnech, ma non sapeva il perch. L'autista era il suo amante. Da
quando? Non lo sapeva. Ma era il suo amante...
- ...Per questo - grugn Faroux - Suzanne  d'accordo con noi sotto tutti i punti. Tanto che
finisco per domandarmi se sia vero. Si direbbe che si vanti.
- L'ha visitata qualche medico?
- Vuole dire... a quello scopo?
- S.
- Non  vergine, se vuole saperlo. Non sa spiegarsi la sua presenza in rue Berton. L'autista 
andata a cercarla in camera, e lei ha dovuto seguirlo, ma asserisce di non ricordarsene pi. Alla fine, ha
avuto una crisi nervosa. Non simulata, glielo garantisco io. Piangendo e urlando che tutto ci doveva
accadere, che aveva ucciso sua madre. Per farla breve, era impossibile continuare l'interrogatorio. Da
un lato, non mi  neppure dispiaciuto. L'hanno trasportata all'ospedale dove, per il momento,  in cura.
Nel giro di un paio di. giorni, ricominceremo. Noi o il giudice. Ecco tutto. Non c' che da aspettare.
- Insomma, non ha raccolto una piena confessione ed  perplesso?
- Non si raccolgono mai piene confessioni d'acchito, soprattutto quando si tratta con una che
starebbe meglio in un letto che su una sedia. Quanto a essere perplesso, non  la parola giusta, ma
aborro queste storie dove sono coinvolte marmocchie di vent'anni, che siano vittime o colpevoli. A
parte ci,  indubbio che quella ragazza non  normale, ma come tutte le mezze matte o solo per un
quarto,  scaltra.  cosciente della propria anormalit e ci marcia.  un sistema di difesa come un altro.
Che crea confusione a volont. Vedr che credito si pu dare alle sue parole. Sa perch le ho appena
domandato conferma della revolverata che ha subito? Perch nega una cosa simile.
- Ah! allora...
- Non pu pi far marcia indietro, Burma. Le ha sparato addosso, ecco il fatto nudo e crudo.
- S. E mi chiedo perch lo neghi.
- Forse perch  pi picchiata o pi furba di quanto non crediamo. Non l'ha vista nessuno
sparare su Bnech. Lei ha soltanto sentito il colpo. Ma Suzanne ammette di avere tirato su Bnech.
L'ha vista e sentita far fuoco su di lei e la ragazza lo nega. Cos crea lo scompiglio, e mi sono chiesto
per un attimo se quella tattica non fosse destinata a coprire qualcuno. Un attimo soltanto, perch,
andiamo, i fatti parlano, eh?
- Coprire qualcuno? Mi chiedo chi allora?
- Io non me lo chiedo pi. Era soltanto un'idea. Dal momento che le ha sparato addosso...
La mia mano si contrasse sulla cornetta. Davanti ai miei occhi volteggi un'ombra di baffi, dei
baffetti alla Charlot: - Dovrebbe fare il giro delle sue conoscenze - dissi.
Faroux replic: - Crede che noialtri dobbiamo occuparci di un solo caso alla volta? Si
commettono furti e omicidi ai quattro angoli di Parigi e non siamo poi cos numerosi. Resta da
aspettare che sia in grado di sostenere un altro interrogatorio. A meno che nel frattempo non cada
nell'imbecillit pi completa, e non  da escludere.
- Al suo posto, e nell'attesa, farei ugualmente il giro delle sue conoscenze. Forse scoprirebbe
che ne aveva delle belle.
- Ehi, adagio, Burma! - fece sul chi vive. - Che cosa significa? Lo dice in tono strano. Mi ha
nascosto qualcosa, eh? E qualcosa d'importante, evidentemente.
- Non le ho nascosto proprio nulla.  soltanto un'idea ch mi  venuta per via di un fatto
recente. Fra poco andr a tavola, se acconsentisse a parlarmi un po' del gingillo. M'interessa quel
gingillo. Gliel'ho gi detto. Non  quel che si dice una pistola da donna e le tracce del silenziatore sulla
canna mi sconcertano e mi danno da pensare. Vuole parlarmene? Dopo tutto, mi hanno sparato addosso
con quello, no? Avr il diritto di farne pi ampia conoscenza.
- S.  una M.A.S. speciale, abbastanza comune, usata parecchie volte, a giudicare dal
contenuto del caricatore, dove restava solo una pallottola. Un'altra era infilata in canna. Con quella
fermata da Bnech e quella che ha mancato lei, fanno quattro. I caricatori di quest'arma contengono
sette munizioni. In un qualunque momento, sono state sparate altre tre pallottole.
- Non in rue Berton, spero?
- In rue Berton, abbiamo trovato solamente due bossoli e due fori corrispondenti: Bnech e lo
stipite della porta. Ma qualcuno pu averla usata altrove, e non so quando, beninteso.
- Se nei suoi archivi ha una pallottola non identificata, estratta dal corpo di qualcuno, pu darsi
che...
- Fa parte della prassi - ridacchi Faroux. - Vuole insegnarmelo lei?
- Qualche risultato?
- Ancora nessuno.
- Le impronte?
- Quelle della ragazza. E non troppo chiare. Non avrebbe dovuto raccogliere il gingillo.
Nonostante le precauzioni...
- S... Le tracce di adattamento di un silenziatore sulla canna di un'arma funzionante
confermano la mia ipotesi. Puzza di gangster professionale, Faroux. Perch, evidentemente,
quell'arnese non appartiene alla mia cliente, vero?
- Ancora la solita prassi. Gliel'abbiamo mostrato, e anche al figlio e ai domestici. Lo vedevano
tutti per la prima volta. E nessuno ha potuto dirci se Bnech possedesse una pistola. Il signor Ailot,
attualmente fuori Parigi, ne tiene una, ma beninteso non  quella.
- Non credo che ci si debba occupare della famiglia Ailot - dissi. - Salvo i legami di parentela
con Suzanne, e il fatto che Bnech avesse fregato i gioielli della sua padrona,  del tutto estranea al
colpo. Siamo in presenza di un triangolo i cui tre vertici sono: l'autista, la ragazza e alcuni gangster. A
proposito di loro, ecco che cosa mi  capitato stanotte...
- Ah! Perch, le  capitato qualcosa?
- Ho ricevuto la visita di un certo Roger Lozre; un nome falso, naturalmente. Mi piacerebbe
ritrovare quel tipo e per lei sar pi facile, soprattutto se, come sospetto, si tratta di un vostro vecchio
cliente. Un pesce piccolo, sicuramente... A proposito, Bnech non era schedato da voi?
- No.
- Be'. Quel Lozre...
Gli raccontai il nostro cordiale colloquio e lo misi a parte delle conclusioni  se quelle si
potevano chiamare conclusioni  che ne avevo tratte.
- ...Se lo agguantiamo, sono persuaso che non dovr pi rompermi la testa per ritrovare i
gioielli e che le ombre intorno a rue Berton svaniranno.
- A chi assomiglia il suo tizio? - domand il commissario.
Glielo descrissi meglio possibile: mani femminee, baffetti alla Charlot, judoista, eccetera.
- Vedr - disse Faroux. - Certo  un intervento un po' strano che merita attenzione. E dato che
per il momento la ragazza non pu rispondere alle nostre domande...
Riattaccammo.
Poco dopo, ricevetti una telefonata da Hlne e, conseguente alla telefonata, la visita della bella
pupa. Andammo a pranzare insieme e, durante il pasto, mi comunic l'albo d'oro crimino-delittuoso
del quartiere, frutto delle sue ricerche nella collezione del Crpu. I furti o sparizioni di gioielli
m'interessavano maggiormente, ma ne segnalavano soltanto uno in avenue Foch. A parte questo, c'era
la lista abituale di svaligiamenti o tentativi, una lista abbastanza sparuta. Rue Scheffer, avenue Henri
Martin  Faroux ne aveva parlato  rue Nicolo... La morte per defenestrazione della donna nuda di rue
Jasmin era citata a titolo informativo.
- Credo proprio di averla fatta lavorare per niente, tesoro - dissi. - Dubito che nessuno di questi
fatti di cronaca abbia un rapporto con quello di cui mi occupo. Ma, insomma! abbiamo fatto trenta,
facciamo trentuno. Non si sa mai. D'altronde,  un lavoro che verr presto sbrigato se io, lei e Zavatter
ci dividiamo il compito. Ho visto la donna nuda di rue Jasmin  insomma, si fa per dire  e non credo
che ci sia niente per me, da questo lato, ma che Zavatter esamini il caso pi da vicino comunque. Io,
questo pomeriggio, m'incarico del furto di gioielli di avenue Foch. Un furto di gioielli,  ancora quello
che si avvicina di pi alla mia attuale missione...
Ci separammo e mi recai in avenue Foch.
La persona a cui, in avenue Foch, avevano fregato una collezione di bazzecole del valore di
parecchi milioni come niente fosse, si chiamava Ghislaine de Choban de Tourettes  bel nome che pare
uscito da una favola  e abitava non lontano dal Palais Rose, del fu Boni de Castelane, l'arbitro
dell'eleganza. A parte questo, non ne seppi di pi. Al limite sarebbe stato sufficiente per un cronista
mondano non per il sottoscritto. Presi contatto con domestici di ogni et, dimensione, specialit e sorta.
Risultato: zero.
Scoraggiato, rientrai in albergo, accarezzando la speranza che Hlne o Roger Zavatter avessero
impiegato meglio il loro pomeriggio e scoperto un particolare a cui potersi attaccare, oppure che
Florimond Faroux mi avesse mandato un mare di dritte sul judoista del mio cuore. Non mi attendeva
nessun messaggio dei miei aiutanti o del commissario, ma ce n'era uno del signor Ailot. Desiderava
vedermi e prima potevo meglio era. Aveva trasmesso la richiesta per telefono e l'albergatore che
l'aveva ricevuta, mi disse che il suo orecchio vibrava ancora.
Partii ad affrontare il signor Ailot.
Era un personaggio di mezza et, coetaneo della moglie a parte uno o due anni, alta statura,
dritto come un fuso, piglio militare. Quando si era in sua presenza, si cercava la giannetta che doveva
tenere in mano per frustarsi gli stivali. Non aveva n giannetta n stivali, ma l'impressione perdurava.
Indossava un completo grigio scuro, di taglio attillato. Calvizie galoppante, colorito acceso, baffi
bianchi a peli radi e occhi iniettati di sangue. La stanza dove mi ricevette comprendeva fra gli altri
elementi decorativi, una panoplia di armi antiche. Non dubitavo che Faroux se ne fosse accorto, ma
guardai ugualmente che non ci fosse un vuoto.
Era stupido, ma guardai. Non c'era un vuoto. Il signor Ailot, appena Jrme mi ebbe introdotto
da lui, spar a zero su di me, per cos dire. Non mi salut, non mi offr una sedia, niente. Abbai: -  lei
Nestor Burma?
- Sissignore. Per servirla - dissi.
- Non ho bisogno dei suoi servigi. Nessuno dovrebbe aver bisogno dei suoi servigi.
- Non posso neppure arruolarmi nella Legione Straniera. Prima di tutto ho superato l'et, e in
secondo luogo, non so obbedire.
- Sarebbe a dire?
- Niente. Ho il vizio di fare qualche innocente osservazione come questa. Non me ne deve
volere. Mi scusi...
Presi una sedia e mi accomodai. Tirai fuori di tasca la pipa e cominciai a riempirla: -...Si
accomodi pure e fumi - dissi.
Fece un salto.
- Cosa?
Ripetei. Scarlatto, mi si piant davanti: - Faccia tosta, eh?
- Tostissima - dissi soavemente. - Dal d che prende martellate,  ancora intatta. Forse dipende
dalla qualit dei martelli. Forse c' del sabotaggio durante la fabbricazione.
- Le sue maniere non mi piacciono - disse.
- Le sue ancor meno, signore. Ammetta che  inaudito, comunque. Mi convoca. Io gentilmente
arrivo. E lei comincia a insultarmi o poco ci manca.
- Ha ragione - grugn. - Mi sono lasciato trasportare. Di solito non lo faccio. Sono dolce e
paziente. Molto paziente.
Lo disse con un tono cattivo, perfido. I suoi occhi iniettati riflessero un sordido bagliore. S,
doveva sapersi mostrare paziente, talvolta. A conti fatti, preferivo le sue sfuriate.
- ...Credevo che con lei bisognasse essere brutali.
- N brutali n pazienti - replicai. - Semplicemente onesti. Lei mi ha convocato. Probabilmente
perch ha qualcosa da dirmi. La dica e che sia finita.
Gir sui tacchi, and a sedersi dietro un tavolo, apr un cassetto, ne cav qualcosa per bagnarsi
l'ugola e se la bagn. Non era per farsi coraggio. Era semplicemente perch doveva avere spesso sete.
Rimise a posto il tutto e diger in silenzio. Mi feci qualche tiro con la pipa. In giardino, la ghiaia del
vialetto scricchiol sotto il passo di qualcuno. Dalla finestra, vidi passare... come si chiamava, gi?...
Andr, credo... s, Andr Ailot, il figlio di casa che sembrava errare come un'anima in pena. Ailot
padre gli lanci un'occhiataccia. Doveva soffrire di fegato, Ailot padre. E non erano di certo le sbornie
clandestine che doveva prendere a rimetterlo in sesto.
- Non amo i poliziotti privati - disse tornando a me.
Ancora uno. Quando saremo a cento...
- ...Gli ispettori di polizia sono funzionari che mantengono l'ordine e la legge. I poliziotti
privati sguazzano in acque limacciose, nello scandalo. Trascinano con s il disordine e in genere sono
di dubbia moralit, quando i loro modi di agire non sono decisamente illegali. Non si occupano soltanto
di quello di cui dite loro di occuparsi, ma vanno oltre. Si interessano di ci che non li riguarda. Ficcano
il naso dappertutto, rimestano dappertutto con le loro sporche manacce e i loro sporchi sguardi.
- Ahim! - dissi, sospirando. - Se si accontentassero di quello che mi ha appena detto! Ma fanno
anche cantare i clienti. Vanno a letto con le clienti e se, per disgrazia, c' una ragazza nella casa dove
sono stati imprudentemente introdotti, la violentano, col pretesto di trarne stimoli intellettuali. O
almeno,  cos che mi comporto di solito.
Sbatt le palpebre: - Non scherzo.
- Mi scusi. Credevo.
- Non scherzo e se dico che non amo i poliziotti privati...
- Mi  sembrato di capire che non li ama.
- Basta! - voci.
Chiuse il pugno e assest un colpo formidabile sul tavolo: -...Basta. So che la mia affascinante
sposa l'ha assunta per ritrovare dei gioielli che le sono stati rubati da Clestin, il nostro autista, lo stesso
uomo che la nipote di mia moglie... la famiglia di mia moglie, presa nell'insieme o membro per
membro,  altrettanto affascinante e interessantissima... quell'uomo che la nipote di mia moglie ha
ucciso. Me ne infischio di cosa possa capitare a mia moglie, a suo... a sua nipote, e a tutta la sua
maledetta famiglia. Non mi tocca, ma ci tenevo a dirle... Volevo avvertirla seriamente...
Fece una pausa e quando riprese il discorso fu con voce quasi triste: - Porto un nome senza
macchia. Stupidamente l'ho compromesso dandolo a quella donna, indegna di portarlo sotto tutti
1 punti di vista. E forse ho soltanto quello che merito. Non la riguarda. Ma ci tengo a dirle: questo
nome  gi abbastanza infangato da questo scandalo. Non aggravi la situazione. Altrimenti, la
stroncher.
Scossi la testa: - Non raccoglier le sue minacce n tanto meno i suoi insulti - feci in tono
fermo. - Mi permetta soltanto di farle osservare che sarebbe stato pi semplice dirmi subito e senza
inalberarsi le cose che mi ha appena detto. Di che cosa si tratta, alla fin fine? Di non accrescere lo
scandalo che la colpisce di riflesso. La sua preoccupazione  legittima. Ma come le viene in mente che
io voglia aggravarlo?
- Gli investigatori privati...
- Non discuter. Gli investigatori privati sono quello che sono. Quello che non sono  quello
che lei immagina che siano. Non  obbligato a credermi, ma me ne frego. Non c' nessun motivo che il
suo nome venga trascinato nel fango. I quotidiani hanno stampato soltanto le iniziali e continueranno a
farlo su sua semplice richiesta. Ma non con il tono che lei ha ritenuto di usare nei miei riguardi.
Incapperebbe in una disillusione. Be'! La giovane omicida di rue Berton non porta il suo nome. Ecco
cosa intendo. Ed ecco cosa aggiungo: se lo scandalo infanga il suo nome, non sar causa mia, perch ho
pi sovente il compito e l'abitudine di soffocarlo che di sfruttarlo; e se non  causa mia, non creda che
le sue minacce e i suoi latrati possano influenzare la mia condotta. Buonasera.
Mi alzai. Rest seduto: - Benissimo - disse. - Comunque spero di non rivederla pi.
- Questo non lo so - feci. - La signora Ailot  mia cliente, devo ritrovare i suoi gioielli,
informarla sugli sviluppi della mia inchiesta...
- La informi per telefono, che ritrovi o non ritrovi i suoi gioielli, me ne frego, ma...
- Non ci tiene che qualcuno li recuperi?
- Me ne frego. Alcuni le appartenevano, altri venivano dalla mia famiglia, ma da quando li ha
messi... Me ne frego del suo successo o insuccesso. Mi preme...
- Lo so. Preservare il suo nome da ogni lordura. Glielo ripeto: se dipender soltanto da me, la
signora Ailot, lei e suo figlio continuerete a portarlo con fierezza.
Cos'avevo detto di cos straordinario? Pensai che volesse balzare dalla sedia, saltarmi addosso e
massacrarmi: - Esca! - sbrait. - Vada al diavolo, lei e quella maledetta donna.
Me la svignai. Nel corridoio, nessuna traccia di Jrme, ma ero abbastanza grande per trovare
da solo l'uscita. Nell'atrio, qualcuno mi diede una voce. Mi voltai verso il figlio della casa, il giovane
Andr, che sembrava farmi la posta. Era un ragazzo che dormiva troppo o non abbastanza. Aveva
sempre gli occhi gonfi e vacui.
- Buongiorno - disse. - Vuole vedere mamma?
- No - risposi. - Le faccia le mie scuse. Non ho nulla di nuovo da dirle. Di certo,  pi gentile e
simpatica di suo padre.
M'interruppi e scrutai il suo viso. I figli non sono obbligati ad assomigliare fisicamente ai padri,
ma dopo tutto, c' sempre qualcosa, un tratto, un'espressione, un'aria di famiglia, come si dice. E a
Passy come altrove. Se  vero che si ritrovava un po' di viso della madre su quello di Andr, nulla
rammentava il signor Ailot. S...
- S? - inizi il giovane, vedendomi fra le nuvole e cercando di farmi scendere.
- Be' - sorrisi - mi scusi la franchezza, ma la conversazione con suo padre per oggi mi basta.
Anche lui sorrise: - Capisco. Che cosa voleva da lei?
- Offendermi, prima di tutto. Chiedermi, poi, di non far allargare lo scandalo a macchia d'olio.
- S, s. Si  seccato molto che mamma abbia fatto ricorso a lei. Non  neppure colpa di mia
madre se Suzanne...
- Lui si immagina che sua madre abbia fatto ricorso a me unicamente per capriccio. C'era pur
sempre quel furto di gioielli. Ma forse non dovrei parlargliene.
- Ne sono al corrente.
- S, credo che lei origli alle porte...
Non arross e rest zitto.
- ...Lui avrebbe preferito che lei sporgesse querela nelle debite forme?
- Non lo so.
- Si direbbe che non ci tenesse al ritrovamento dei gioielli.
- Ah! Non lo so.
Mi accompagn fino alla porta della scalinata esterna. Scesi la rampa in fondo alla quale la
donna nuda di pietra pareva sempre meno saper cosa fare della lira che lo scultore le aveva posto in
mano, attraversai il giardino e mi ritrovai sul marciapiede di rue du Ranelagh.
Ecco qua! Nestor Burma si era appena fatto trattare come pesce marcio, ma quel che c' di bello
in lui,  che non lascia niente al caso, e che gli serve tutto, persino le sfuriate. Dal colloquio col signor
Ailot, potevo concludere diverse cose. Il signor Ailot non amava la moglie, per non dire che la
detestava. Motivo, o uno dei motivi di tale sentimento: Andr, il figlio che chiaramente non era suo. Il
signor Ailot se ne infischiava che si ritrovassero o no i gioielli, manifestando forse una leggera
tendenza ad augurarsi che non venissero ritrovati. La spilla che avevo raccolto in rue Berton era
un'imitazione. Tirai una riga sotto tutto questo e feci la somma. Il risultato dava Fitz e qualcosa.
Fitzauray. Il signor Fitzauray, di cui mi aveva parlato il grassone calvo, Ren, l'ex lacch. Il signor
Fitzauray, il tizio che apprezzava soltanto gioielli falsi, andava giusto bene per sua moglie. Mi venne
un'idea. Non sapevo dove mi avrebbe condotto, ma verificare costava poco. Partii alla ricerca del
grassone calvo.
Lo rintracciai dopo cena, parecchio tempo dopo cena, nel suo quartier generale di Chausse de
La Muette. Quando mi vide arrivare, aggrott le sopracciglia e si rannuvol pi o meno, ma in seguito
fu abbastanza amabile. Lo presi da parte: - Vorrei una dritta supplementare sulla faccenda Fitzauray -
dissi.
- Non avrei dovuto parlargliene - sospir - Finir per...
- Solo una dritta. Il suo collega, l'autista della signora Fitzauray, accusato di aver ideato il
raggiro, si  discolpato completamente, mi ha detto lei, e si  scoperto tutto. Perch si sia scoperto tutto,
certo, hanno dovuto scoprire anche l'autore delle copie.
- Naturalmente, signore.
- Si ricorda del nome?
Stimol la memoria passando le dita a salsicciotto sulla sua guancia grassa: - Eh... era qualcuno
molto su... Un gioielliere di avenue Mozart...
Fece un gesto verso avenue Mozart: -...Passo sovente davanti al suo negozio... Un attimo!
Rose e qualcosa... Un ebreo. Avenue Mozart. Rose... Ci sono! Raymond Rosembaum.
- Rosembaum? Grazie. Un'altra cosa. Non conoscerebbe un certo...
Gli descrissi Roger Lozre, il judoista: -...Forse  un amico di Bnech. Forse no.
Scosse il faccione: - No. Non vedo nessuno che assomiglia a chi dice lei.  un autista anche lui?
- Un pappone.
- Oh, davvero signore! No, non lo conosco.
Lasciai il grassone calvo. Controllai nell'elenco telefonico se esistesse un Rosembaum,
gioielliere, avenue Mozart. Ce n'era uno. A ogni buon conto annotai il numero. Il mio orologio
indicava le dieci passate. A quell'ora il negozio doveva essere chiuso, ma se l'onorevole artista era in
casa, i piedi nelle pantofole... Tanto valeva liquidare la faccenda subito. Non era l'ora pi adatta per
disturbare la gente, ma avrei detto di appartenere alla polizia. Comunque, per farlo cantare, dovevo
bluffare.
In avenue Mozart, il locale era chiuso, come previsto, saracinesca abbassata ermeticamente. Dal
bistrot pi vicino, chiamai il gioielliere. Ranelagh 89-10. Suon. Per suonare, suon. Da rendere gelose
le sveglie di lusso, se ce n'erano in negozio. Suon, ma nessuno alz il ricevitore. Bene. L'esercizio
funzionava solamente come esercizio. Il signor Rosembaum non era obbligato ad abitare nello stesso
luogo. Consultai l'elenco. I Rosembaum non mancavano, ma, di tutta la lunga lista, soltanto due
potevano chiamarsi Raymond. Uno abitava in rue La Fontaine, cio a due passi; l'altro, in avenue
Klber. Cominciai dal primo. Ranelagh 75-43.
- Pronto. Il signor Rosembaum?
- S.
- Il signor Raymond Rosembaum, il gioielliere?
- Ah! no. Tessuti all'ingrosso, signore. Lei...
- Non sono cliente. Grazie e scusi tanto.
Composi il numero di Rosembaum di avenue Klber. Boissire 12-11.
- S - fece una voce poco gentile, nel bel mezzo di un'interferenza sopraggiunta sulla linea.
- Il signor Raymond Rosembaum? Il signor Raymond Rosembaum, il gioielliere?
Anche se si fosse chiamato Schwartzkopperostermayer, avrei finito per saperlo pronunciare.
- Ro... - fece il mio interlocutore.
Il suo apparecchio non doveva essere pi molto giovane. Che casino, l dentro.
- ...No. Si sbaglia...
- Non  Boissire 12-11?
Parla finch vuoi. Avevano riattaccato. Riattaccai anch'io. Uhm... Conosco un Rosenthal, un
Acker, e quattro o cinque Lvy, come tutti. Non conoscevo nessun Rosembaum, ma aveva una voce
quel Rosembaum! Una voce che mi era vagamente familiare; una voce per niente sconosciuta, sebbene
non potessi dire dove l'avevo sentita per l'ultima volta. Quel Rosembaum, dovevo conoscerlo sotto un
altro nome, e lui, identificandomi subito, mi aveva fatto lo scherzetto del numero sbagliato. Era
piuttosto strano. Era... Guarda! Guarda! non  possibile! Ripresi l'apparecchio e ricomposi Boissire
12-11. Questa volta, non riuscii a ottenere la comunicazione. Mollai.
Mollai il telefono, ma non Rosembaum. Dovevo vedere che faccia avesse, il signorino. Avevo
lasciato il trabiccolo all'albergo. Andai a prenderlo e dirottai su avenue Klber.
L'immobile dove abitava Rosembaum  se Rosembaum era in casa  svettava con i suoi cinque
piani non lontano da avenue des Portugais. A parte una vaga luce a una finestra del terzo, tutto era
scuro e immerso nel sonno. Il portone si apriva automaticamente premendo un pulsante di ottone ben
lucidato. Entrai. Azionai un interruttore e passai davanti alla guardiola della portinaia lanciando un
gorgoglio quasi incomprensibile: Rosembaum, Lautramont o Fantomas. Era uno di quegli edifici resi
eterogenei dalla congiuntura economica, dopo che alcune ditte si erano installate in enormi
appartamenti troppo onerosi per patrimoni mangiati dalle successive svalutazioni. In fondo al corridoio,
ai piedi di una scala che conservava l'aspetto maestoso dell'epoca in cui la casa era abitata da borghesi,
un pannello discreto indicava l'una o l'altra societ e il piano corrispondente. M'inerpicai su per le
rampe. Un tappeto smorzava il rumore dei passi. Il velluto rosso del corrimano era morbido al tatto.
Dovevo riuscire a trovare il mio Rosembaum con i miei propri mezzi. Se fallivo, avrei sempre potuto
svegliare la portinaia.
Su ogni piano dei primi tre un unico appartamento. Ci abitavano rispettivamente: un medico,
una societ cinematografica e un tale che non aveva ritenuto di applicare una targa sulla porta. Gli altri
due piani erano meno fastosi, con due porte per pianerottolo. Socit Alex... Compagnie Borf... E altri
due inquilini - non erano n societ, n compagnie - portavano un nome come tutti che figurava sotto il
campanello. C'era ancora un piano, invisibile dal viale. Quello mansardato per la servit. Conclusione:
il mio Rosembaum doveva abitare al terzo. Era proprio a una finestra del terzo, d'altronde, che avevo
visto un po' di luce, dall'esterno. Ridiscesi al terzo.
Prima di suonare, mi abbassai, l'orecchio al buco della serratura, e ascoltai. Nessun rumore.
Suonai. Una successione di colpetti brevi e rapidi, fantasiosi; musichetta rassicurante, segnale di amico
che non vuole venire confuso con un seccatore. Fu un fiasco. Nessuna risposta. Ricominciai, un po' pi
seriamente. Breve attesa. E, questa volta, percepii come un movimento all'interno della casa, e un vaso
o una brocca, urtato, si ruppe con un rumore sordo. Poi, avvertii la presenza di qualcuno dietro la porta,
e, infine, lo sentii. Soffiava come un mantice, un asmatico o un tipo a cui le visite notturne mettevano
le palpitazioni. - Apra, signor Rosembaum! Polizia! - dissi per rassicurarlo, riflettendo troppo tardi che
forse non l'avrei rassicurato affatto.
Dal buco della serratura mi giunse una serie di borborigmi, che assomigliava a qualcosa come:
Asc...blusc. Dall'altra parte della porta, parve che si dessero da fare, che si dedicassero a non so
quale ginnastica, il tutto con sottofondo acustico di locomotiva in azione. Il catenaccio bi-sellato - la
porta non era solidamente sbarrata - scivol silenziosamente e l'uscio si dischiuse.
Di statura media, robusto, piuttosto maturo, l'uomo, mentre tirava a s il battente, ci si
appoggiava con tutto il suo peso. Mi appariva come tagliato in due nel senso dell'altezza. Ne scorgevo
soltanto il lato sinistro, ma la testa, inclinata sulla spalla, era interamente visibile, e illuminata dal
lampadario dell'ingresso e da quello a tempo della scala.
Se era Raymond Rosembaum, lo vedevo per la prima volta.
In quanto ebreo, presentava caratteristiche semite talmente pronunciate che sembrava uscire
dalla matita di Caran d'Ache. A parte ci, il suo colorito era plumbeo, gli occhi glauchi e offuscati.
Grondava sudore. I capelli ricci e abbondanti gli ricadevano sulla fronte, in ciocche a torciglioni,
grasse, appiccicose e umide. Il braccio sinistro gli pendeva lungo il corpo...
...E in fondo al braccio c'era un revolver.
Nonostante questo dettaglio, non sprizzava aggressivit. Piuttosto malfermo sulle ginocchia,
addirittura, e muto come un pesce, senza tenere conto del rumore strozzato della gola.
Impressi un leggero movimento alla porta. Il soffio strozzato cess. L'uomo perse l'equilibrio,
gli scapp di mano l'artiglieria, e si rannicchi, bloccando la porta. Riuscii a entrare comunque,
spingendo forte. Richiusi il battente e mi chinai su Rosembaum.
Mai avrebbe potuto dirmi se, come Fitzauray, il signor Ailot gli avesse fatto eseguire copie dei
gioielli della mia cliente. Mai. Vittima di un pogrom a livello individuale, era pi morto di chi esce da
un forno crematorio.
Poteva essere stata la ferita che gli straziava la tempia  e che i capelli appiccicosi di sangue mi
avevano fino allora nascosto  a causarne la morte, ma doveva esserci qualcos'altro. Le macchie di
sangue che insudiciavano il pavimento qua e l provenivano da una lacerazione pi grave.
Seguii la scia sanguinante e mi condusse in una stanza dove regnava un certo disordine.
Tappeto spostato, sedia rovesciata, diversi oggetti ruzzolati da una scrivania. Il telefono era staccato, il
ricevitore pendeva a un capo del filo. Lo lasciai pendere. Una cassaforte era aperta, lasciando vedere in
uno scomparto alcuni libri contabili dalla copertina di tela nera. Due libretti simili  uno abbastanza
squinternato  giacevano sullo scrittoio, accanto a un tagliacarte dal manico d'oro, vero pugnale la cui
lama, larga, lunga e appuntita, era macchiata di sangue. Il manico era pulito, pulitissimo. Di una pulizia
impressionante, dopo l'uso che era stato fatto dello strumento. Dedussi che non avrebbero trovato
molte impronte l sopra. L sopra, n in nessun altro angolo dell'appartamento. Non era il caso di
lasciarvi le mie. Guardavo i registri rilegati in nero, austeri e arcigni.
Quei libri m'incuriosivano. Sembrava che la corrida si fosse svolta proprio intorno a loro. Non
era neppure in seguito a una verifica della sua contabilit da parte di un ispettore fiscale che l'ebreo era
stato conciato cos. Avvolsi la mano con un fazzoletto, aprii con precauzione il registro squinternato e
vi diedi un'occhiata. Arabo, per me. Cifre e segni o parole convenzionali. Non avevo tempo di fare il
decrittatore. Richiusi il libretto.
Girando intorno alla scrivania, inciampai in un filo del telefono. Quello dell'allacciamento alla
linea. Era stato strappato. Ecco perch non avevo potuto ottenere la comunicazione, dopo che mi
avevano mandato al diavolo. Se fosse stato staccato solamente il ricevitore, avrebbe suonato non
libero. Il telefono... Non era Rosembaum ad avermi risposto. Rosembaum non lo conoscevo e,
adesso, era un po' tardi per fare conoscenza. Il tizio che mi aveva risposto, quello che aveva strapazzato
l'ebreo, era... s, ritenevo di sapere chi fosse.
Ritornai vicino al cadavere di Rosembaum. Inutile muoverlo per vedere se avesse ricevuto,
sulla schiena o altrove, un colpo col famoso tagliacarte. Nessuno dei due ci avrebbe guadagnato.
Era un vecchio piccolo ebreo coraggioso e coriaceo, tenace e ostinato, che il suo o i suoi
aggressori avevano lasciato per morto e che aveva lottato contro la morte finch aveva potuto. Un
piccolo ebreo che non si lasciava abbattere, che battagliava fino a esaurimento e che aveva la pelle
dura. Se il telefono non fosse stato neutralizzato, avrebbe sicuramente dato l'allarme. Non sarebbe
servito a granch, ma l'avrebbe fatto. E quando avevo suonato, si era trascinato dalla scrivania fino alla
porta di casa, malgrado il suo stato comatoso, urtando un vaso, scontrandosi con i mobili, arraffando al
passaggio, in un nascondiglio che soltanto lui doveva conoscere, un revolver, per puro istinto difensivo
a scoppio ritardato. Poich, se avesse avuto la pistola in tasca, al momento della zuffa, l'avrebbe usata.
La parola polizia l'aveva rassicurato, gli aveva instillato sufficiente energia per issarsi a fatica lungo
la porta e aprirla. Coriaceo e ostinato, ma la morte aveva vinto. Il suo ultimo sforzo l'aveva
definitivamente sfiancato. Ero arrivato troppo tardi. Qualche minuto e avrebbe parlato, mi avrebbe
detto che senso avesse quel dramma. Ora...
Ora, dovevo soltanto filare. Quello era un cadavere per gli sbirri. Lasciai loro il compito di
scoprirlo da s. Impegolarmi in quella storia non avrebbe migliorato per niente la mia situazione...
ammettendo che potessi scansarla. Non bisognava dimenticare che il grassone calvo sapeva che
m'interessavo a Rosembaum. Insomma! Si sarebbe visto.
Passai il fazzoletto su tutte le superfici dove le mie dita potevano essersi gingillate e sloggiai.
Col rischio di avere incubi, il mio ultimo pensiero, prima di addormentarmi, and a Roger
Lozre, il mio aggressore a domicilio, il judoista che talvolta adoperava sistemi pi spicci. Perch, non
credevo di sbagliarmi, avevo proprio sentito la sua voce al telefono.
9
I colloqui spicci sono doni dell'amicizia
Mi alzai alle dieci. Alle undici, scesi a procurarmi i giornali e risalii a leggere in camera. La
prima edizione del Crpu riportava l'assassinio di avenue Klber.
Il domestico di Rosembaum, che alloggiava al sesto piano, nello stesso immobile del padrone,
aveva scoperto la tragedia prendendo servizio alle sette. Secondo i vari accertamenti a cui si era
proceduto, la polizia riteneva che Rosembaum fosse stato vittima di sconosciuti introdotti da lui stesso.
(Assenza di tracce di effrazione, eccetera.) A un certo momento, c'era stata lotta; Rosembaum era
caduto sullo spigolo della scrivania dove aveva urtato violentemente la tempia (avevano trovato sangue
e alcuni capelli sull'angolo del mobile). Poi aveva ricevuto un colpo con un tagliacarte che gli
apparteneva. L'uso di quell'arma improvvisata non poteva fornire alcuna indicazione sul tipo dei
frequentatori del gioielliere. Poteva soltanto escludere la premeditazione. Secondo ogni probabilit, era
stato l'esito imprevisto di una discussione che era degenerata. Non si spiegava la presenza di un
revolver, propriet della vittima, in buono stato, ma mai usato, vicino al cadavere. Non si spiegavano,
certo, neppure molte altre cose. Il cameriere non era stato in grado di dire se oggetti, valori, grana o
gioielli fossero scomparsi. Non si conoscevano relazioni ambigue a Rosembaum. L'articolo si
concludeva con la solita formula: l'inchiesta continua.
Un po' pi tardi, mi telefon Hlne. Il mio sondaggio sui vari fatti locali e la loro analisi a
scoppio ritardato, a sentire la pupa bella, non erano da annoverarsi fra le mie idee migliori. Argomentai
a mia difesa che l'avevo presa da Florimond Faroux, poi:
- Allora, nessun risultato?
- Nessuno - rispose Hlne.
- Niente di sospetto da segnalare, neppure in rue Jasmin, dove la sua donna nuda era veramente
sonnambula, felice in famiglia e cos via, e neppure in rue Nicolo, dove si trattava di un banale furto
con scasso. A ben vedere, sono lavoretti senza complicazioni.
- Sono stufo di lavoretti senza complicazioni. Per esperienza, risultano ancora pi intricati degli
altri.
- Non quelli! Naturalmente, se non crede a noi...
- Vi credo. La lista  chiusa?
- No. Tanto pi che si  appena aggiunto un altro fatto di sangue. Ha visto Le Crpu!
- S. Rosembaum, avenue Klber. Non occupatevene. Rosembaum  affare mio.
Quest'assassinio  legato all'imbroglio. - Ah?
- S. Ma lo complica invece di chiarirlo. A parte questo?
- Be', resta avenue Henri Martin. Sa, il portinaio del 101, quello che  stato aggredito. Se ne
occupa Roger Zavatter, ma...
Sospirai: - Capito! Avenue Henri Martin, sar come avenue Foch  anch'io ho perso il mio
tempo  rue Nicolo e rue Jasmin. Quando mi metto io a fare il dritto, allora s! Sono furbo come il fu
Bnech. Non importa - aggiunsi imbronciato. - Che Zavatter indaghi sull'aggressione di avenue Henri
Martin. Dopo tutto, lo foraggio, no?
- Ma se le ho appena detto che se ne occupa lui!
- Va bene. Quanto a lei, venga a trovarmi ancora, alla svelta. Mi sento solo.
- Mi domando se devo obbedirle - affett la sporca smorfiosetta. - Lo sta dicendo con un tono
tale! Oddio! che cosa mi vuol far fare?
- Proprio niente. Non sono capace di fare un bel niente. Ma ritorni a bomba. Tanto peggio per la
delusione.
Meno di una mezz'ora dopo, si annunci, fresca e pimpante in un due pezzi chiaro, apertamente
primaverile. Era uno schianto e la guardai con insistenza in ogni suo particolare.
- Non mi piace che mi spoglino con gli occhi cos - disse, senza pensarne una parola.
- Spogliarla? Mi chiedo come si potrebbe? Si guardi un po' la scollatura allo specchio. Non 
mica un rimprovero, sa!
- Ci mancherebbe altro. Cosa devo fare, adesso?
- Rimanere con me. Ho bisogno di una presenza femminile.
- Capisco. Ci sguazza, vero? Lei cerca le sottane della madre; lei...
- No, mamma, non ci sguazzo. Colo a picco. I lavoretti senza complicazioni me li pu
trascrivere su una capocchia di spillo. Raramente ho incontrato un simile imbroglio. E nessun filo
conduttore. Un fico secco. Solo episodi discordanti, frammenti di una storia strampalata. Basta!
Andiamo a sbafare e poi cercher di fare il punto.
Andammo a sbafare.
Dopo il ristorante, facemmo un giretto digestivo nel Bois, a bordo del mio macinino. Fra gli
alberi cantavano gli uccelli. I passanti sembravano felici di vivere. Tutto trasudava gioia, insomma!
- Che pasticcio, Hlne! - dissi. - Prover a riassumere gli elementi in mio possesso. Non mi
faranno ritrovare i gioielli della signora Ailot, ma mi faranno passare il tempo. Per adesso, non c' altro
da fare che attendere e sperare nel miracolo. Se le vengono in mente domande idiote o intelligenti, non
esiti a farle.
- Sissignore.
- In due, forse ci vedremo meglio. Quindi, Yves Bnech ruba i gioielli della sua padrona,
pensando che non gli possa rifiutare nulla. La sua intenzione non , come ho creduto subito, di
restituire il bottino in cambio di contanti, ma di riciclarlo nel modo pi classico. Per quanto se ne dica e
non si sia scoperto nulla e la sua fedina penale sia pulita, deve essere in combutta con una banda, banda
a cui appartiene Lozre, l'uomo che ha l'abitudine delle visite notturne terminanti tutte col fuori
combattimento del suo ospite, sia avvalendosi di una chiave giapponese, sia di un tagliacarte...
Dopo una breve digressione a proposito di Rosembaum, ripresi: -...Quando propongo i cento
sacchi della signora Ailot a Bnech, l'autista sa  se n' dovuto accorgere nel frattempo -che alcuni
gioielli, se non tutti, sono falsi...
- Falsi?! - esclam Hlne.
- S. Il signor Ailot non ama la moglie. Quella deve averlo tradito a tutto spiano. E se non si
separa da lei,  perch, in fondo,  un duro, un tipo che sa pazientare. Me l'ha detto lui stesso, e
bisognava sentire con che tono perfido. Insomma, strapazzandomi, mi ha fatto un favore. Per la signora
Ailot, la vita non deve essere facile. Me l'ha fatto pi che intendere. Notare che se quella immagina il
marito all'oscuro delle ore supplementari richieste agli autisti, si sbaglia, ma non  questo il punto.
Perci, credo che invece di divorziare, preferisca vendicarsi. Vendicarsi su di lei per la propria
leggerezza... Mi ha detto: Ho stupidamente compromesso il mio nome dandolo a quella donna, del
tutto indegna di portarlo. Perci, la tiene sotto la sua autorit, la umilia, che ne so? I mariti un po'
schifosi hanno tutti i mezzi a disposizione. Pu ridurla allo stretto necessario per vivere, tenerla per
quel figlio che non  di lui, ma che la signora Ailot sembra adorare, a dispetto della rudezza nei suoi
confronti, eccetera.
- Ma queste sono soltanto supposizioni, vero? - disse Hlne.
Ne convenni.
- ...E piuttosto oziose. Ma  chiaro come il sole che il signor Ailot non ama la moglie, che
addirittura la detesta, lei e la sua maledetta famiglia, come dice lui, e che il giovane Andr, che porta il
suo nome, non  suo. E questo conta molto.
- Bene. E i gioielli? I gioielli falsi? Ci stiamo allontanando dal tema, mi sembra.
- Rieccoci. C'era una volta un certo signor Fitzauray...
Raccontai l'affare Fitzauray: -...il signor Ailot ha agito ugualmente - conclusi. - Quindi Bnech
ha sgraffignato soltanto ninnoli da Grandi Magazzini.
- Con tali premesse... - fece Hlne.
Protese le labbra in una smorfia e le arricci finendo per sporcarsi, con quella mimica, i denti di
rossetto: -...Mi domando perch non abbia accettato subito i centomila franchi che gli offrivate. Era un
bel prendere.
-  quello che ha detto anche lui, che era un bel prendere. Ma oltre a non avere tutti i gioielli
con s e forse ad avere bisogno dei consigli dei complici, era un furbone. Insomma, si credeva un
furbone. E come tutti i furboni, ha voluto perdersi nelle minuzie.
-  per questo che  morto?
- No. Credo che sarebbe morto comunque. La sua morte non ha niente a che vedere con i
gioielli. La tragedia di rue Berton  un supplemento al programma, un trucco creato a bella posta per
me, se cos posso dire, ma che non dipendeva da me.
Sorrise: - Un dono degli dei, gliel'ho gi fatto notare.
- S, qualcosa del genere. In ogni mia indagine, la pi banale, la pi semplice, si deve sempre
inserire un episodio straordinario e spettacolare, soprattutto se devo stare in prima fila, secondo il mio
solito...
Nel pronunciare quelle parole, mi sommerse una sensazione bizzarra. Rammentai il mio sogno
e fu come se, bruscamente, galleggiassi in un'atmosfera onirica. La voce di Hlne mi giunse, lontana:
- E allora, capo, sta sognando?
Mi riscossi.
- Proprio. E non so che cosa. Deve essere questo sole, la digestione e quello che ho bevuto a
pranzo. Si direbbe che ho bisogno di fare la siesta.
- Forse sarebbe ancor meglio fermarsi ai bordi di un vialetto. Sarebbe sempre meglio che andare
a sbattere contro un albero. Non ce lo toglie nessuno se continua a fantasticare. E se avessimo un
incidente, stavolta saremmo in prima fila.
Tuffai il mio sguardo nel pi profondo dei suoi begli occhi.
- Vero, tesoro? Sono sempre in prima fila, eh?
- Su! Lo sa benissimo! Fin da...
- S - dissi -  un dono.
Meccanicamente, le accarezzai i capelli.
- ...Andiamo a infilarci in un posto all'ombra.  pi prudente.
Finch non ebbi trovato un luogo ideale, non dissi pi nulla. Fermai il macinino e cominciai a
riempirmi la pipa.
- Ci prenderanno sicuramente per due innamorati - dissi. - E questo sar soltanto molto
lusinghiero per me.
- Due begli innamorati! - fece Hlne, ridendo. - Di cui uno con una grossa pipa nel becco.
-  giusto. La imbosco subito.
- Se ne guardi bene. Mi ha spettinata gi abbastanza. Tenga la pipa e riprenda la storia.
- O.K. Allora, Bnech era un furbone. Si era accorto che alcuni gioielli - esempio: la spilla che
ha perso in rue Berton e che io ho raccolto - erano falsi. Cento sacchi per restituire quella merce
d'imitazione erano buoni da prendere ma... se si poteva ricavarne di pi?
- In che modo? Ah! ecco probabilmente la domanda idiota che si aspettava! Naturalmente c'era
un solo modo per trarne vantaggi. Era quello di non lasciarsi coinvolgere nel giro e di far sospirare la
signora Ailot. A proposito, la donna era al corrente? Voglio dire: sapeva che i gioielli, o alcuni gioielli,
erano falsi? - Seconda domanda idiota. Se l'avesse saputo, non mi avrebbe assunto per ritrovarli.
- Giusto... sebbene... Veri o falsi, era comunque suo interesse nascondere il furto al marito,
soprattutto perch perpetrato dall'autista, e poi sappiamo che se il signor Ailot non deve ignorare nulla
delle relazioni di sua moglie con l'autista, la signora Ailot crede il contrario. Le urgeva quindi
recuperare i gioielli e fa ricorso a Nestor Burma...
Ridacchiai.
- L'uomo che mette knockout il mistero e presto sar incoronato Re dei Babbei o campione di
nuoto di tutte le categorie. Dopo questo caso, avr bisogno di biglietti da visita formato gigante se
voglio elencare tutti i miei titoli. Insomma... No, la sua domanda non  idiota.  certo, che autentici o
d'imitazione, la signora Ailot... la signora Ailot non sospetta che i gioielli, tutti o in parte, siano falsi.
Era piuttosto sorpresa, quando le ho consegnato la spilla... comunque sia, desiderava ardentemente
recuperare il tutto prima che ritornasse il marito. Ovviamente, sotto questo profilo, la tragedia di rue
Berton ha compromesso le cose...
- S - disse Hlne. - Di certo non le ha aggiustate.
- N quelle di Bnech. Bnech il furbone. Il brettone testardo...
Tirando una boccata di fumo, mi misi a pensare a Bnech. Poi: - E se invece quel furbone
avesse voluto prendere due piccioni con una fava? Uno: far salire il premio alla disonest non
accettando subito l'elemosina di cento bigliettoni; due: esercitare una sorta di vendetta meschina, a
livello di servit, come dice il mio amico l'ex servitore Ren, il grassone calvo.
- Il grassone calvo? - fece Hlne.
Le dissi chi era, le sue imprese e le soddisfazioni morali e intime che ne traeva: - Bnech
doveva conoscere l'affare Fitzauray. Doveva anche conoscere i sentimenti del signor Ailot nei
confronti della consorte. Una volta trovatosi in presenza di gioielli falsi, ha capito subito. E forse si 
detto che poteva ricavarne qualche vantaggio, se spifferava tutto al padrone. L'ho conosciuto
pochissimo, ma era tipo da sfornare idee di questo genere.
- Ma quella notte non c'era il suo padrone.
- Non c'era, ma un giorno sarebbe ben rientrato.
- Certamente. Non volevo dire questo.
- Che cosa, allora?
- Non so. Credevo che lei stabilisse un rapporto fra l'idea di vendetta, di ricatto, la chiami come
vuole, e la sua visita in rue du Ranelagh, il rapimento della ragazza, rue Berton e tutto quello che ne 
seguito.
- No. Nessun rapporto. Era un individuo dal temperamento eccezionale, tutto qui. E non sospiri
cos. Potrei immaginare certe cose.
- Sto immaginando anch'io altre cose - disse Hlne. - Sento germogliare nel cervello qualche
domanda idiota. Posso farle?
- Faccia pure! Al punto in cui siamo!
- Bnech si sbarazza di lei e va in rue du Ranelagh. Porta via quella ragazza...
- Si chiama Suzanne.
- Oppure Marie-Chantal. Sissignore. Porta Suzanne in rue Berton. L, non sappiamo quello che
succede esattamente, ma Suzanne, pi o meno spogliata...
- Era vestita. Un po' pi scollata di lei, forse, per quanto sembri impossibile, ma vestita. L'ho
denudata senza volerlo.
- Bene. Suzanne uccide l'autista. Perch?
- Faroux glielo domander appena star meglio. Per adesso, neppure lei ne sa niente.
- Benissimo - ironizz Hlne. - Ma quella uccide l'autista, tenta di uccidere anche lei, e lei
trova, in seguito, sul luogo del delitto, la spilla fasulla.  esatto?
- S.
- Ecco le domande idiote, ora. Posso dire male di questa Suzanne?
- Come no! Non esiti!
Hlne mi prese la mano affettuosamente.
- Deve essere carina, vero? Pi carina di me?
- Che cosa gliene frega, dolcezza? Perdio! Lo stesso tipo di bella carognetta, se vuole proprio
saperlo.
-  un peccato che le abbia sparato addosso. Perch se non l'avesse fatto, lei sarebbe convinto
della sua innocenza, e allora...
- Mi lasci in pace e faccia le sue domande idiote.
- Non sono domande.  un suggerimento. Bnech e Suzanne non erano a un convegno galante.
Se Suzanne aveva un abito seducente, l'autista era vestito, portava ancora l'impermeabile. Discutevano
forse pi di affari che d'amore. Bnech, che macchinava non so cosa contro il suo ex padrone, come lei
ha previsto, ha potuto confidarsi con Suzanne, poich Suzanne e il signor Ailot... insomma, spero che
capir.
- S. Suzanne faceva all'amore, non solo con Bnech, ma anche col signor Ailot?
- Perch no? Bnech andava a letto con la padrona, con la nipote della padrona e con la servetta
dell'albergo.
- Lei  matta. Bnech era Bnech. E Suzanne  Suzanne. Le dir una cosa. Non  vergine, ma
ho l'impressione che non facesse all'amore proprio con nessuno e che  un po' picchiata proprio per
questa ragione. Quanto ai suoi possibili rapporti con Ailot... potrebbe essere il nonno.
- Non vuol dire nulla.
- D'accordo. Sono abbastanza vecchio per capire queste cose. Ma se l'avesse sentito parlarmi di
Suzanne!
- Non vuole ancora dire nulla.
- A ogni modo, me ne frego di tutto questo. Non sto cercando segreti di alcova, ma i gioielli
della Ailot, che siano d'oro o di latta.
- Comunque - protest Hlne - se chiariremo qualche punto oscuro, ne avremo un aiuto!
- C' una persona sola che potrebbe aiutarci.  quel malvivente misterioso: Lozre, lasciamogli
questo nome. Qualcosa mi dice che tiene la chiave di tutto l'imbroglio. Soltanto che, Lozre, dopo lo
scherzetto  inspiegabile anche quello  di avenue Klber, diventa sempre pi difficile da pizzicare.
Toh, ecco l'altro bel tomo!
Picchiai la mano sul volante.
- Ma chi? - interrog Hlne. - Lozre?
- No. Sarebbe troppo bello.  soltanto Ailot junior. Andr, il figlio della signora Ailot. Se non
lo conosce, glielo presento.  quel ragazzo che vede laggi sotto l'albero.
- Ah! s. Sembra che aspetti qualcuno.
A poca distanza, all'angolo del vialetto che tagliava quello dove eravamo parcheggiati, Andr
Ailot andava avanti e indietro fra due alberi. Ignoro da quanto tempo fosse l, ma non dovevano essere
settimane. Appariva nervoso, ma mi sarebbe proprio piaciuto incontrare in quei giorni un membro della
famiglia Ailot che non lo fosse pi o meno. Aspirava come un forsennato la sigaretta che aveva in
bocca e con un rametto sferzava uno dopo l'altro Il tronco dei due alberi che delimitavano il suo terreno
di gioco. Un'automobile molto aerodinamica, di linea elegante, scintillante come uno scarabeo, sbuc a
bassa velocit dal vialetto trasversale e inchiod davanti al giovanotto. Alla guida una bionda
incendiaria. Giovanotto e bionda si scambiarono un segno amichevole, poi una stretta di mano. La
bionda apr la portiera e Ailot junior s'install al suo fianco.
- Ma come! - esclam Hlne. - Ha visto?
- Che cosa?
- Ma... ma quella donna. Oh! mi stupirebbe proprio che non l'avesse vista.
Le lanciai uno sguardo sornione.
- La conosce?
- Neanche per sogno.
- Il suo famoso pudore - la canzonai.
- Era scosciata come una baldracca. Da domandarsi se aveva un vestito, una camicia...
- Quello che non aveva sicuramente erano le mutandine. Ma non ne faccia un dramma. Lei 
scollata in alto e quella in basso, ecco tutto.
- Ma che razza di donna ?
- Una Venere a rotelle. In genere, battono soltanto di notte, ma forse quella  obbligata a fare gli
straordinari.
- Una Venere? Ah! s, capisco. Be', ha delle amicizie curiose il suo figlio di pap.
- Se mi avesse conosciuto alla sua et, chiss che cosa mi avrebbe detto!
L'auto della bionda si avvi dolcemente. Innestai anch'io la marcia.
- Che cosa fa? - domand Hlne.
- Li seguiamo. Sulla scena c'era un pappone, non delle battone. Ecco la battona. Col pappone
forse far una coppia. Non si sa mai.
La bionda usc dal Bois lungo avenue Chantemesse. Poi infil rue Dufrnoy e, risalendo avenue
Victor Hugo, raggiunse rue de la Pompe attraverso avenue Montespan. Si piant un po' dopo la chiesa
spagnola che fa quasi angolo con rue de la Tour. Anch'io mi piantai. Bionda e giovanotto misero piede
a terra e si allontanarono sul marciapiede. Andr Ailot si dava delle arie a pi non posso. La bionda,
sontuoso mammifero di piacere, elegante in un tubino nero che le modellava le forme, attirava gli
sguardi dei passanti e il giovanotto sembrava non poco fiero di essere visto in sua compagnia.
- Vediamo dove vanno - dissi.
Anch'io ed Hlne scendemmo dalla macchina e seguimmo le orme della coppia ideale. Ma la
nostra selvaggina ci sfugg. Ci sfugg senza sfuggirci. Cio quando li perdemmo di vista, non ebbi
proprio bisogno di spremermi le meningi per indovinare dov'erano entrati. Fra un bistrot e un fiorista,
una casa a un piano - una graziosa palazzina privata molto privata  drizzava la sua facciata bianca
restaurata di recente. Le imposte erano chiuse e accanto alla porta di ferro battuto, una targa di marmo,
fissata fra il bottone del campanello e la fessura della cassetta delle lettere, portava in caratteri dorati:
Villa Valentine.
- Visto. Andr sta spendendo piacevolmente le sue mance - dissi. -  tipico della sua et. Mi
chiedo perch mi aspettassi dell'altro.
- Sono entrati l? - fece Hlne.
- S. Sono appartamentini confortevoli e discreti per amanti, ma accettano anche le persone non
sposate. Intendo dire entrambi celibi. Vuole che proviamo?
Fece spallucce.
- Comunque mi segner l'indirizzo - ridacchiai.
Un attimo dopo, segnai anche il numero di targa del macinino della bionda, per ogni evenienza.
- Tutto questo non ci aiuta un granch - dissi riprendendo posto nella mia Dugat. - Toh, non
siamo lontani da avenue Henri Martin. Andiamo a controllare se Zavatter adempie coscienziosamente
ai compiti che gli affidano.
In avenue Henri Martin, maestosa con la sua quadruplice fila di alberi, non c'era un posto libero
lungo i marciapiedi. Procedetti quasi fino a place de la Porte-de-La-Muette per trovare dove ficcare la
mia bagnarola. Risalimmo verso il 101, senza affrettarci, apprezzando come conveniva la calma che
regnava nelle case imponenti, fronteggiate da un giardinetto, che delimitano quell'aristocratica arteria.
- Strano - dissi. - Avenue Henri Martin mi dice qualcosa.
- Forse ci  vissuto in un'esistenza precedente - sugger Hlne.
- D'accordo. Mi prenda anche in giro. No, davvero, mi dice qualcosa.
- Sarebbe sorprendente che non le dicesse nulla. Faroux ha citato avenue Henri Martin. Lei mi
ha ripetuto parecchie volte questo nome, gliel'ho detto e ridetto. A lungo andare, la faccenda la
rincretinisce.
- Rincretinisce? Deve avere ragione. Guardi, cocchina...
Le afferrai il braccio: -...Anche quello mi dice qualcosa. Guardi quel macinino!
Non eravamo pi molto lontani da boulevard Jules-Sandeau, con il quale il 101 di avenue Henri
Martin, lo constatai pi tardi, fa angolo. Indicai a Hlne un'automobile che stazionava in un punto
vietato.
- Sembrerebbe una macchina della polizia - disse.
- Lo . Ed ecco gli sbirri - aggiunsi.
Feltro cioccolato sulle ventitr, impermeabile mastice abbottonato come se stesse per piovere,
baffi ritti come se stesse per mordere, Florimond Faroux, scortato dall'ispettore Fabre, usciva dal 101.
Non mi scorse subito. Fabre gli rifil una gomitata e punt il mento nella mia direzione. Il commissario
venne verso di noi a passi lenti. I suoi occhi erano freddi, impersonali. Il suo viso esprimeva tanti
sentimenti quanti ne ha un mestolo di legno. Un po' meno, addirittura. Appoggi l'indice teso,
ingiallito dalla nicotina, sul mio petto.
- Nestor Burma, eh? - grugn.
- Si sbaglia, commissario - dissi. - Sono la regina di Cambogia in incognito.
- Non faccia lo stupido. Era un lavoretto senza complicazioni, eh?
- Lo credevo, ma non lo credo pi. Soddisfatto?
- Che cosa combina in avenue Henri Martin?
- In avenue Henri Martin?
Cercai la targa con lo sguardo:
- ...Ah! s, siamo in avenue Henri Martin. Be', in avenue Henri Martin...
Dannazione! Non c'era da tergiversare. Mi diceva qualcosa avenue Henri Martin!
- ...Io ed Hlne stiamo andando a zonzo. Conosce Hlne, vero? Saluti il signore, Hlne. In
un momento di aberrazione forse le risponder.
- giorno, commissario - disse Hlne.
- Buongiorno - disse Faroux. - Allora, andate a spasso?
- Andiamo a spasso, s.
- E lei, vecchio mio - dissi - anche lei va a spasso?
- Io - grugn - esco dalla portineria di questa bicocca. E il portinaio di questa bicocca mi ha
raccontato che era venuto un giovanotto a domandargli un mucchio d'informazioni sull'aggressione di
cui  stato vittima tempo fa. Sar mica uno dei vostri lavoretti?
- Non credo. Ma si pu sempre domandare al portinaio se mi riconosce per il giovanotto in
questione.
- Inutile. Non  detto che sia stato lei ad averlo fatto cantare. Lei ha degli aiutanti. Ma, perdio!
mi chiedo come ha fatto a sbatterci sopra.
- Sopra che cosa?
- Glielo dir pi avanti, se lo riterr necessario. Nel frattempo, sono molto contento
d'incontrarla.
- Si vede davvero.
- Stavamo per venire a cercarla, ma gi che  qui...
Lanci un'occhiata tutt'intorno: -...Tentiamo di trovare un bistrot tranquillo.
- Cos mi piace, Florimond - dissi.
Attraversammo il viale e trovammo quel che cercavamo in rue Adolphe Yvon... Adolphe
Yvon! Yvon! Ma s, andiamo! Yvon... Yves... (Bnech per il suo albero genealogico e Clestin per i
suoi padroni)... era la stessa cosa. Non so quel che succedesse nella mia zucca, ma con ogni probabilit
sragionava un po'. Urgeva buttar gi qualcosa di forte.
Il bistrot scelto comprendeva una terrazza abbastanza animata e una sala interna completamente
deserta. Faroux, Fabre, io ed Hlne c'installammo sulle panche della sala interna.
- Bene - disse il commissario, dopo aver immerso i baffi nel suo aperitivo. - Letto i giornali,
Burma?
- S.
- Stanotte, in avenue Klber, hanno fatto fuori un ebreo, un certo Rosembaum.
- L'ho visto,  vero.
- C' qualche rapporto col caso di cui si occupa?
- Non credo. Perch?
- Lei ha per le mani una faccenda di gioielli, no?
- S.
- Quel Rosembaum era gioielliere.
- Comunque non lo conosco.
- Ma lui conosceva un tale che anche lei conosce.
- Ah!
- Abbiamo rilevato delle impronte sul luogo del delitto. Quelli avevano preso delle precauzioni,
ma capita che non se ne prendano mai abbastanza. Non erano andati da Rosembaum con l'intenzione di
uccidere, ma hanno ucciso lo stesso. Quindi, anche se hanno pensato a cancellare le impronte lasciate
in giro, prima del fatto, ne hanno dimenticate. Insomma, le impronte raccolte sono state identificate
dallo schedario dattiloscopico della Centrale. E una di quelle ci ha condotti a un tale. Eccone la foto.
Non  il suo judoista?
Cav di tasca tutta una serie di foto antropometriche e le stese sul tavolo, davanti a me. Non
ebbi bisogno di studiarle a lungo: - Ma guarda! - esclamai. -  proprio lui. Ma guarda... E ha fatto fuori
quel Rose, quel Rosem e qualcosa?
- Se non l'ha fatto fuori lui stesso, era fra gli aggressori.
- Direi che  un tipo a cui piace aggredire.
-  la sua specialit...
Faroux alz il pollice dietro le sue spalle: -... anche l'aggressore del portinaio di avenue Henri
Martin.
Quando il commissario mi aveva detto che il judoista era coinvolto nell'omicidio di avenue
Klber, avevo finto meraviglia, poich non avevo appreso niente di nuovo, ma, adesso, il mio stupore
era reale: - Sul serio?
- Sul serio.
Non pareva disposto a dire di pi. Presi una foto.
- E quali sono i suoi precedenti? - domandai.
- Si chiama Roger-Etienne Lasserre - fece Faroux. -  stato beccato per furto e per
prossenetismo.
- Sa dove pizzicarlo?
- No. E lei?
- Io nemmeno. Questo  il problema!
Presi un'altra foto: -...Non ha ancora quell'abbozzo di baffetti alla Charlot - dissi tanto per
parlare.
- Alla Hitler.
- Come vuole. Alla Hitler o alla Charlot,  la stessa minestra.
- Nient'affatto.
Alzai le spalle.
- Insomma, lei cerca il pelo nell'uovo.
- A volte si trova anche il pulcino.
- Senta - sospirai - conversazioni di tal genere sono penose. Soprattutto per chi ci ascolta.
Guardi l'ispettore ed Hlne. Si stanno domandando se non siamo ubriachi.
- Oh! Ci sono abituata, io - fece Hlne.
- Mio caro Faroux, stiamo cercando di farci cantare a vicenda e ci stanchiamo per niente.
Sarebbe meglio essere franchi.
Lo sbirro sorrise sotto i baffi: - Buon'idea. Se cominciasse lei?
- Va bene. Se crede che io ne sappia pi di lei in questa faccenda. Si sbaglia. Forse ne so meno.
Ma  vero, ho voluto prendere qualche informazione sull'aggressione di cui era stata vittima il
portinaio di avenue Henri Martin. Ho incaricato del lavoro Roger Zavatter e l'avr concluso quel
pomeriggio...
Scolai il mio aperitivo e mi accesi la pipa.
- Non si fermi al momento buono - fece pacatamente il commissario. - Che nesso ci vede fra il
suo visitatore dell'altra notte e l'aggressore di avenue Henri Martin?
- Nessuno. Ci sono incappato per caso. Cio grazie a lei... Ho voluto usare il suo metodo: fare
un'analisi retrospettiva della cronaca del quartiere. Potr verificare se Hlne, io o Zavatter non siamo
andati a ficcare il naso in rue Jasmin, rue Nicolo, rue Scheffer, avenue Foch...
Faroux rimase un attimo in silenzio, poi: - Le credo - disse. - Ma tutto ci non ci porta molto
lontano. E questo groviglio di ramificazioni non mi dice niente di valido. Era un lavoretto senza
complicazioni, pare.
- Tutto si chiarir quando avr pizzicato il judoista. Personalmente, non conto su altro per
ritrovare i gioielli della mia cliente. Quindi, vede, sono ancora pi scoraggiato di lei. Ma quando
Lasserre sar in guardina... Adesso, non  pi un'ombra provvista di baffetti alla Charlot.
Lei l'ha identificato, lei deve conoscere i suoi complici...
- Tutto si chiarir quando quella ragazza, Suzanne, sar in grado di parlare.
- Come sta? - domandai.
- Sempre uguale. Non ancora in forma per essere consegnata ai nostri. E per facilitarci il
compito, ho saputo che c' un avvocato grintoso a curare i suoi interessi.
- Un avvocato grintoso?
- Grintoso, capace, battagliero e cos via.
- Ma chi ?
- L'avvocato Chevalier-Legarcon.
- Diamine! La signora Ailot non bada a spese!
- Direi piuttosto il signor Ailot. Ma tutto sommato credo che sia lo stesso.
- Probabilmente.
Io ed Hlne ci scambiammo un rapido sguardo. Quello di Hlne diceva: Vede bene che non
volevano significare nulla le parole pi o meno malevoli che lui ha pronunciato sul conto di quella
ragazza davanti a lei. Fra i due, ci deve essere qualcosa. S, doveva esserci qualcosa. La pipa si era
spenta. La riaccesi.
- E che cosa era andato a fare in avenue Henri Martin il mio judoista? Zavatter deve aver colto
qualche soffiata. Quello che non mi dice lei, lo sapr da lui.
- Mi piacerebbe che le dicesse qualcosa e che ne potessi approfittare anch'io. Non sappiamo che
cosa  andato a combinare quel Lasserre in avenue Henri Martin. La notte dell'aggressione era con un
altro malvivente e, quando sono stati sorpresi nel corridoio dal portinaio, in quattro e quattr'otto gli
sono saltati addosso e se la sono svignata, lasciandogli il braccio a cavaturaccioli. Judo, insomma! Ma
il portinaio aveva notato i baffetti alla Hitler...
- Alla Charlot.
-  lo stesso.
- Poco fa, non era d'accordo.
- Mio Dio! - gemette Hlne. - Ricominciate?
- Aveva notato i baffetti - prosegu Faroux. - L'aveva segnalato nella sua denuncia. Questo
particolare, che conoscevo da poco...
- In seguito alla vostra analisi della cronaca del quartiere - sorrisi.
- Non era poi tanto una stupidaggine. Mi ha aiutato... se si pu chiamarlo aiuto. Mi  venuto in
mente il dettaglio dei baffi, dopo avere constatato che una delle impronte lasciate a casa di Rosembaum
portava a un pregiudicato somigliante al tizio di cui lei mi aveva dato i connotati approssimativi. Ho
appena domandato al portinaio se quel Lasserre...
Picchiett la foto col dito: -...era il suo uomo. Lo  proprio. Ma non so ancora che cosa
macchinava Lasserre. Tanto pi che non sappiamo che cosa  andato a fare da Rosembaum.
- E neppure sappiamo che cos' venuto a fare a casa mia - aggiunsi. - A parte le conclusioni che
ho tratto dalla sua visita e che forse sono errate. Hanno fregato qualcosa da Rosembaum? Gioielli o
altro? Doveva tenere dei gioielli in casa, visto che era il suo mestiere.
- Aveva un negozio in avenue Mozart. I suoi dipendenti stanno fornendo delucidazioni alla
squadra di ispettori che lavora al caso.
- Ho letto sul Crpu che non gli si attribuivano relazioni ambigue.
- Nessuna.
- Forse nascondeva i suoi intrallazzi.
- Che intende dire?
- Era gioielliere. Non voglio infangare la sua memoria, ma forse era anche ricettatore. Non
sarebbe il primo. E in linea di massima, in combutta con una banda. Quel Lasserre non  di certo un
angioletto. E le altre impronte, a parte quelle del mio judoista, l'hanno portato lontano?
Il commissario si lisci i baffi. Poi, si gratt la guancia, certo per vedere se avesse bisogno del
rasoio. Non aveva bisogno del rasoio. Ne aveva bisogno di due. Dopo aver pesato a sufficienza il pro e
il contro, piant gli occhi nei miei e disse: - Molto lontano. A Hitler.
- A Hitler? Ah! s, vuole dire Lasserre. Torniamo a Lasserre?  un circolo vizioso.
- Viziosissimo. Le impronte del complice di Lasserre, rilevate da Rosembaum, corrispondono a
quelle di un tizio che  evaso recentemente dalla prigione dove scontava una pena severa per
collaborazione attiva, molto attiva, con i tedeschi, durante l'occupazione...
Ci fu una pausa: -...Un tizio che non amava gli ebrei.
- Ah! ah! Potrebbe essere stato lui ad avere eliminato Rosembaum!
- Forse.
Sospirai: - Se ci metteremo di mezzo i sentimenti politici o razzisti, non la finiremo pi.
- Lo temo proprio - disse Faroux, facendo eco al mio sospiro. - Ma vede che intrico comporta
quella faccenda cosiddetta senza complicazioni, eh?
Non risposi. Avevo appena scoperto che cosa mi rammentasse avenue Henri-Martin, in quel
momento. Una parte, almeno. Qualcosa sembrava ancora sfuggirmi.
- Mi dica, Faroux - dissi. - Lei se n' infischiato un po' di me, l'altra mattina, nel quartiere di
rue Bois-le-Vent. Si ricorda? Nestor Burma ci sa cos fare a risolvere certi casi contorti e concatenati,
che  capace di conoscere la storia criminale del quartiere dove agisce, almeno a partire dalla
Rivoluzione dell'89. - Era una battuta, ma come ogni battuta aveva un fondo di verit. - Se lei avesse
veramente studiato la Rivoluzione francese nei suoi rapporti con il paese di Passy, si sarebbe accorto
che vi abitava un certo Kock, finanziere olandese. Era un amico di Jacques-Ren Hbert e venne
ghigliottinato contemporaneamente al vecchio Duchesne, il 6 Germinale...
Florimond Faroux strabuzz gli occhi.
- Che cos' questo blablabl?
Era proprio un blablabl. Grazie al quale tentavo di afferrare quella cosa che mi sfuggiva.
Quando parlo, i miei pensieri talvolta seguono una strada diversa, e succede che, all'occasione,
chiacchiere e ripensamenti si confondano e diano un risultato. Finora, zero, ma si poteva continuare.
- ...Due mesi dopo la decapitazione di questo Kock, la sua ganza metteva al mondo, qui, a
Passy, un bambino di nome Paul. Fu lui a diventare il famoso romanziere delle sartine parigine.
- Che cos' questo blablabl? - ripet Faroux.
L'ispettore Fabre non disse nulla, ma lo pensava anche lui. Hlne, lei  abituata.
- Rivoluzione. Guerre europee - proseguii. - Guerra del 39. Rivoluzione nazionale.
Occupazione. Rue Adolphe Yvon, dove siamo noi. Adolphe, come Hitler, e Yvon, come quella
partigiana di cui parla il colonnello Rmy nelle sue memorie. Capisce dove voglio arrivare?
- Credo d'indovinare. Ma, accidenti! mi domando perch lei sia partito dalla Rivoluzione
francese. Avrebbe dovuto risalire al Diluvio.
- S, il Diluvio non sarebbe stato neanche male. Per via dell'acqua. L'acqua che si trova nella
vasca da bagno di Masuy.
- Ah! ah! Masuy! - fece l'ispettore Fabre.
Hlne mi guard.
- Ecco perch ero persuaso che avenue Henri Martin mi dicesse qualcosa - spiegai alla
cocchina. - Avenue Henri Martin 101. L dove Masuy aveva il suo ufficio acquisti. Uno strano ufficio
acquisti dove si cercava di acquistare le coscienze. Confort moderno, idroterapia specializzata per far
chiacchierare le persone. Non le dico nulla di nuovo, vero, Faroux?
- Proprio nulla.
- E il nostro antisemita di avenue Klber, era un uomo di Masuy?
- S. Una comparsa.
- E c' un legame?
- Senta, Nestor Burma, sto indagando su un lavoretto senza complicazioni - sogghign il
commissario, amaramente. - L'eliminazione di un autista svelto di mano da parte di una ragazza
picchiatella e drogata. La marmocchia, all'epoca in cui Masuy esercitava la sua attivit, doveva avere
dodici anni. Queste connessioni diventano preoccupanti solamente se le ricolleghiamo tutte alla stessa
faccenda.  un po' la sua mania, lo so, e con questa, lei non avrebbe lunga vita, alla Centrale...
- Non pensavo a nulla di simile - protestai. - Discutevo, tutto qui.
- S. Partendo dalla Rivoluzione francese. No, vecchio mio. Masuy non c'entra nulla. Parlo del
caso di rue Berton.  stato fucilato nel 1947. Che riposi in pace. Certo, se mettiamo le mani su Lasserre
e sull'altro nazista da quattro soldi...
- Che si chiama?
- Holmer, Lavrune, Lavdrine o Beccard. Non si  mai saputo il suo nome esatto. Le dice
qualcosa?
- Proprio niente.
- Quindi, quando avremo Lasserre gli chiederemo spiegazioni su avenue Henri Martin e
l'omicidio di Rosembaum, ma, mi creda, la faccenda di rue Berton verr liquidata senza che emerga la
loro partecipazione. Devono esserci diversi casi, questo  il mio parere. Ora, siccome hanno ucciso
Rosembaum, e Rosembaum e i gioielli sono tutt'uno, e lei lavora a un caso di gioielli, forse ci sar
qualcosa qui che la interessa, ma di sua competenza sono i gioielli fregati alla signora Ailot dal suo
autista. La signora Ailot ufficialmente non ha sporto denuncia.
- S, s...
Rimanemmo un attimo in silenzio.
- Sta sognando? - domand Faroux.
- Quasi. Rifletto.
L'ispettore Fabre tocc il braccio al suo superiore: - Dovremmo togliere le tende, capo -
sugger. - Senza avere una grande familiarit, come lei, con Nestor Burma, comincio a conoscere il
soggetto. Sta preparandoci qualcosa tratto dalla Bibbia.
- La Bibbia, l'ho gi adoperata - dissi, sorridendo.
- Portiamo via le chiappe - disse Faroux.
Si alz, arraff il suo pacco di foto: -...vorrebbe vederci arrabbiati!
- Era il nome del partito di Hbert. Il partito degli Arrabbiati.
Il commissario emise una parola volgare e se n'and, scortato dal suo scagnozzo, lasciandomi
da pagare le consumazioni. Pare che abbiano sovente problemi con le loro note di spesa, alla Centrale.
- Ecco fatto - disse Hlne. - La Rivoluzione francese, la guerra del 39, eccetera. Che cultura,
signori!  contento del suo numero?
- No. Corro sempre dietro... non so cosa.
- I gioielli.
- No, non i gioielli. Mi chiedo se mai li vedr un giorno, i gioielli.
Dovevo vederli. E molto presto.
10
Metalli di tutti i generi
Uscendo dal bistrot di rue Adolphe Yvon, un po' dopo Faroux e il suo ispettore, dissi a Hlne:
- Se sapessi che prendendo una bella sbornia, quel dettaglio, quel folletto dietro il quale mi affanno, si
manifesta, io...
- Ha bisogno di un pretesto, adesso? - ironizz.
- Giusto. Ognuno ha il divertimento che desidera...
Guardai l'orologio: -... di nuovo l'ora della sbobba. Andiamo?
Andammo.
La cena, consumata sulla terrazza di un ristorante non lontano da un ingresso del Bois, fu
deliziosa. Innaffiata a dovere e tutto il resto, con caff, ammazzacaff e ammazza-ammazzacaff.
- E quel dettaglio? - domand Hlne accendendosi una sigaretta. - L'ha poi trovato?
- Non ho ancora bevuto abbastanza. Oppure ho bevuto troppo...
Mollai una sfilza di improperi: -...Vado a dormire. La notte porta consiglio. Viene con me,
carina?
- L'accompagno, e basta.
-  gi qualcosa.
Arrivati all'Hotel de l'Assomption, indicai a Hlne dove doveva parcheggiare l'automobile, la
lasciai a sbrogliarsela da sola ed entrai in albergo.
- Signor Burma, le ha telefonato un certo signor Roger Zavatter - mi disse la servetta. - Ecco a
che numero lo pu richiamare.
Mi porse un pezzo di carta. In quel frattempo, mi raggiunse Hlne.
- Zavatter - dissi. - Gli telefoner dalla camera. Sale con me?
- Ritorno a casa - disse.
- Vada a fa... a fare dei bei sogni - brontolai. - Buonanotte, carina.
- Buonanotte. Molti cordiali saluti alla sua bocca impastata, domani mattina.
Se la svign. Mi arrampicai fino alla mia stanza e chiamai Zavatter. Mi rifer il suo colloquio
col portinaio del 101 di avenue Henri Martin, quello che aveva appreso, tutte cose che sapevo gi. Mi
parl spontaneamente di Masuy.
- S, Masuy - dissi. - La vasca da bagno, eccetera.  ben al corrente di questa faccenda?
- Come tutti. N pi n meno.
- Ho l'impressione che in tutto questo ci stia sfuggendo un dettaglio importante.
- Ah!
- Domani, vada in biblioteca o al Crpu, insomma dove vuole, ma si informi sul processo a
questo personaggio. Si  tenuto nel 47. Anche il colonnello Rmy ha scritto uno o due libri su questo
tizio. Me ne faccia una sintesi.
- Intesi.
Gli augurai la buonanotte e riattaccai. Accesi la pipa, mi sedetti sul letto e presi a meditare.
Sobbalzai, sorpreso dalla suoneria del telefono.
- Pronto?
- Pronto! Nestor Burma?
La mia mano si contrasse sull'apparecchio. Il miracolo! Il miracolo che si annunciava!
- S.
- Sono La... Lozre. Roger Lozre.
- Avevo riconosciuto la tua voce.
- Ah! Poco male. Volevo dirle... Aveva visto bene l'altra sera. Volevo parlarle di quella
marmocchia.  innocente. Non ha mai ucciso nessuno. Ecco com...
Di colpo, il suo tono mut: -...S, amico mio. Spero che questa sia la soffiata giusta, eh? Allora,
come sempre. Domani, fra la seconda e la terza corsa, nel padiglione, vicino agli sportelli da cento
franchi. D'accordo!
Riattacc. Riattaccai a mia volta, molto tempo dopo, mi parve. Ripresi la pipa e la succhiai
coscienziosamente. Roger Lasserre, alias Lozre. Falso giornalista, ma svaligiatore e autentico
pappone. Un furbone, nel suo genere, anche lui. Non troppo mascalzone o mascalzone ad alto livello,
l'avremmo visto in seguito. Un tale che veniva per sondarmi, che voleva dirmi qualcosa a proposito di
Suzanne, che poi si tirava indietro, mi malmenava e spariva. Un tale che in seguito partecipava
all'omicidio di un ebreo di nome Rosembaum. Pu darsi che dopo questo colpo si ritenesse gi
abbastanza bagnato e partisse alla ricerca della carta assorbente. Se si decideva a fornire a quello sbirro
privato indicazioni relative al delitto di rue Berton, lo sbirro privato, pi comprensivo di un piedipiatti
di Quai des Orfvres, forse l'avrebbe tirato fuori dai guai. Quella  innocente! Non c'era da
fraintendere sul tono adoperato. Era innegabilmente sincero. Aveva gridato con una sorta di doloroso
sollievo. Peccato che non abbia potuto continuare la frase. Peccato che qualche suo amico  dei
complici  sia entrato dove telefonava. Peccato, ma era comunque un furbone, che mi aveva dato
abilmente un appuntamento in barba ai suoi amici. Tutto stava nel sapere se lui ci sarebbe andato
all'appuntamento.
Presi il giornale della sera che avevo acquistato uscendo dal ristorante, e che non avevo neppure
guardato, e consultai la rubrica dei cavalli. Domani, corse a Auteuil. Bene. Le avremmo viste da vicino.
Un partente della terza, il Prix Balagny, si chiamava Innocente. Avrei puntato qualcosa su questa
puledra, augurandomi che vincesse e che tutte queste manovre portassero fortuna a Suzanne.
Innocente! Lo volevo proprio. Non desideravo altro. Ma, d'altronde, l'avevo vista con l'artiglieria in
mano... e mi aveva spedito una palla.
Con la mente mi trasferii in rue Berton, raffigurandomi il pi fedelmente possibile lo scenario e
i personaggi, attento a ricordarmi il minimo particolare.
In un attimo, svuotai la pipa, la riempii subito di tabacco e l'accesi. Sbadigliai, mi stiracchiai,
presi il cappello.
- Vado a rivedere lo scenario da vicino - dissi verso l'apparecchio telefonico.
Rue Berton era sempre cos deserta, cos stretta, cos mal asfaltata, insomma, sempre cos
pittoresca. Un solo cambiamento dall'altra notte: dei due lampioni quello spento era stato riparato e
brillava di tutte le sue nuove lampadine. Fra gli alberi, nel giardino dell'ambasciata turca, il vento
mormorava come al solito.
La porta con la rientranza, attraverso la quale si accedeva alla propriet ormai tragica della
signora Ailot, era chiusa. D'altronde non mi aspettavo di trovarla aperta. Dopo una breve esitazione,
solleticai la serratura con il mio curapipe-apriscatole. Era una serratura abbastanza rudimentale che non
avrebbe resistito a un fermaglio curvo da capelli. Constatazione che forse poteva fornire un segnale.
Non lo so.
Entrai in giardino, richiusi la porta dietro di me e mi diressi verso il villino. Mi capit, a met
della salitina, la stessa disavventura della prima notte. Inciampai nel gradino traditore e rischiai di
rompermi la zucca. Sempre come la prima notte, ripresi in mano la situazione a furia di bestemmie.
Lanciai uno sguardo angosciato verso la casa. Se quella notte era la ripetizione dell'altra, stavo ancora
per trovare un cadavere l dentro. La costruzione era buia e silenziosa, ma ho imparato a mie spese che
l'aspetto tranquillo a volte non vuole dire nulla. Proseguii la mia strada. Girai il pomo della porta a
pianterreno e si apr. Il medesimo odore di chiuso impregnava l'ingresso... assieme forse ad altro: un
profumo. Levai la testa.
C'era una luce, in alto, al primo piano. Una luce gialla, che si allungava sui primi gradini della
scala di rovere, come l'altra notte.
Come l'altra notte, estrassi l'artiglieria e mi arrampicai, ma senza premura. Sbucai nella famosa
stanza col divano. Mi sentii sollevato. Nessun cadavere sul tappeto. Nessuno era l per spararmi
addosso. Era sempre cos. Avanzai a passi felpati verso la tenda che mascherava la porta di
comunicazione. Tirai la tenda. Il battente della porta era spalancato.
Era china su un tavolino e mi dava la schiena. Indossava un impermeabile di seta beige,
calzerotti e scarpe sportive. La luce fioca che spioveva dalla plafoniera polverosa giocava nei suoi
capelli azzurrini. Rimisi in tasca l'artiglieria.
- Mi scusi - tossicchiai.
Sussult, gett un grido e si gir, il viso sconvolto dall'emozione e dal terrore. Nel movimento,
scopr il tavolino. In mezzo a parecchi strati di carta da pacchi, due collane di perle, alcuni anelli e un
ciondolo brillavano debolmente.
- Mi scusi - ripetei, avanzando.
Port la mano al petto: - Ah,  lei, Dio sia lodato! - disse - Mi ha fatto una paura tremenda.
Barcollava. Con gli occhi cerc disperatamente una sedia. Gliene porsi una. Si sedette. Mi
avvicinai ai gioielli e feci scorrere fra le dita le perle delle collane.
- Lei... lei mi ha seguita? - domand la signora Ailot.
- No. Venivo a controllare, ma non saprei dire esattamente cosa. Stasera ho ricevuto
un'informazione piuttosto strana di cui le parler fra poco...
Mi girai verso la mia cliente e indicando i suoi ninnoli: - Glieli hanno restituiti?
- Ho... ho seguito i suoi consigli.
- I miei consigli?
S'innervos.
- Oh! consigli non  la parola giusta. Dovrei dire suggerimento. Non mi ha detto che Clestin
avrebbe anche potuto nascondere il bottino qui?
- S, ma non credevo neppure io a quello che dicevo.
- Io ci ho riflettuto. E ho pensato al pendolo... Oh! non subito, ma appena ci ho pensato... sono
venuta a vedere.
- Il pendolo?
- L'orologio, voglio dire. Quest'orologio... La parte inferiore della cassa  a due comparti. Uno
visibile e l'altro... Non dir invisibile... noi dicevamo nascosto... ma non  neppure nascosto...  un
semplice doppio fondo. Mi sono detta che forse Clestin conosceva questo particolare e che...
Insomma, ho trovato i gioielli in fondo all'orologio.
Mi avvicinai all'orologio col bilanciere immobile da anni. La cassa era proprio come me
l'aveva descritta la signora Ailot. Non era un nascondiglio molto astuto, ma in genere i migliori sono
quelli meno astuti. Comunque era strano che gli sbirri... Be', andiamo, gli sbirri? Avevano da
sbizzarrirsi con un cadavere e un'assassina. Loro non cercavano dei gioielli. Io stesso, che ero stato
incaricato di cercare i gioielli, avevo forse avuto l'idea di aprire quella cassa?
- Ebbene - dissi con avvilimento - credo che la mia missione sia terminata. Spero che nessuno,
mai, vanter davanti a lei il virtuosismo di Nestor Burma. Non ho fatto niente di speciale.
Non rispose. Ritornai ai ninnoli. - Sarebbe meglio passare nella stanza accanto. C' pi luce -
dissi.
- In... quella stanza orribile - balbett.
- Oh!  una stanza come un'altra, adesso.
Ripiegai la carta e portai il pacchetto nel luogo del delitto. La signora Ailot mi segu
docilmente. Si sedette in una poltrona. Posai il pacchetto sul tavolo massiccio ed esaminai a uno a uno i
pezzi che conteneva: - C' tutto? - domandai.
- S.
- Pu essere. Per quello che valgono.
- Come?
- Non sono un esperto, ma non credo di sbagliarmi. Sono tutti falsi, signora.
Mi guard senza dire nulla, e le si riempirono gli occhi di lacrime. In uno sforzo supremo,
squitt: - La sua missione  terminata. L'ha detto lei stesso. Lei... Niente di tutto questo la riguarda pi.
- La mia missione  terminata. E sia - dissi pacatamente. - Ma una missione  veramente
terminata solo quando non rimane nulla di oscuro. Altrimenti, nel cervello del detective privato
continuano a frullare pensieri riposti... e sono proprio questi pensieri a fare s che alcuni miei colleghi
diventino come suo marito immagina che siamo noi tutti. Dovrebbe dirmi tutto, signora. Sapeva che
questi gioielli erano falsi?
- S.
- Da quando?
- Da quando ho venduto i veri e li ho sostituiti con queste imitazioni...
Si torse le mani: -...Lei non riesce a immaginare la vita che conduco. Mio marito  un bruto, un
mostro. Non mi lascia un soldo... neppure un soldo... mentre... E quando ho capito che Clestin,
approfittando della sua... della sua...
- Intimit con lei.
Chin il capo e prosegu con voce sorda: -...Aveva rubato i gioielli, non ho avuto che un
desiderio. Recuperarli il pi discretamente possibile prima che ritornasse mio marito. E ho fatto ricorso
a lei. Non potevo sporgere una denuncia ufficiale. Volevo nascondere quel... quella... insomma
quell'intimit... e temevo che la polizia, occupandosi del caso, volesse, dopo il recupero, esaminare i
gioielli troppo da vicino. Allora si sarebbe scoperto tutto e... Mio marito nutre gi abbastanza
risentimento verso di me. Non volevo fornirgli l'occasione per alimentarlo.
- S, s, capisco. Ma, ora, sa che le hanno rubato i gioielli.
- S. Ma sembra infischiarsene.
- In effetti l'ho notato.
Un debole sorriso err sulle sue labbra artificialmente rosse.
- Insomma, ho commesso un errore di valutazione, penso. Per l'effetto che gli ha fatto
l'annuncio del furto!
- Uhm... Il furto, soprattutto compiuto dal suo autista, non gli  forse spiaciuto troppo. Ma che i
gioielli siano falsi... che sia stata lei a sostituirli con le copie... - Mio Dio! - grid. - Non andr... non
andr mica a dirglielo?
- Stia tranquilla...
Ero stufo di stare in piedi. Non eravamo in un salotto rutilante di luci, in un ambiente vellutato,
ma in una camera triste di un villino antico pi o meno fatiscente, e dove era stato commesso un
omicidio. Agguantai una poltrona foderata, l'avvicinai a quella della mia cliente e mi sedetti.
- ...Stia tranquilla. Ma lui non se ne accorger?
- Oh! non  curioso. Questi gioielli ritorneranno nel loro cofanetto... non li porto praticamente
mai... e ci resteranno...
Finch non susciteranno la cupidigia di un altro autista pensai.
- Chi era al corrente della... della contraffazione di questi pezzi? - domandai.
- Ma... ma nessuno. N Clestin, n mio figlio, n Suz... n Suzanne. Non ci si vanta di avere
gioielli falsi.
- Naturalmente. Nessuno sapeva che questi gioielli erano falsi.
- Nessuno.
- Eccetto l'uomo che li ha riprodotti.
- Ehm... s, certo.
- Si chiama?...
S'inalber: - Non la riguarda.
La sua missione  terminata. Lei non lavora pi per me...
Scossi la testa, cambiai di posizione sulla poltrona e mi gingillai distrattamente con uno strappo
della fodera rigata che ricopriva lo schienale. Sorrisi: - Per l'appunto.
- Intende dire che si metter contro di me?
- Ma no! Ma no! Avr semplicemente qualche riserva, tutto qua.
- Ce l'ha gi - squitt. - Mi prende per un'idiota? Mio marito mi ha rimproverata di avere fatto
ricorso a un detective privato. Una volta tanto, aveva ragione.
Lo sa benissimo chi ha eseguito queste copie. Ho intuito che lei lo sa!
- No, signora. Aspetto che m'informi lei.
- Rosembaum - gracchi. - Raymond Rosembaum. E adesso mi accuser di averlo ucciso?
Scrollai le spalle: - Su, su, si calmi! E mi scusi. Lungi da me l'idea che lei abbia ucciso
Rosembaum. Ma se avesse persistito nel nascondermi il suo nome, avrei potuto nutrire qualche dubbio.
Restammo un attimo in silenzio. Giocherellavo sempre con lo strappo della fodera. La signora
Ailot si alz.
- Adesso devo andare - disse.
Mi alzai anch'io.
- Mi dispiace di esserle stato cos poco utile.
- Non se ne dispiaccia. - fece rabbonita. - Se non mi avesse suggerito che Clestin avrebbe
potuto nascondere il bottino qui, non sarei mai rientrata in possesso dei gioielli.  stato lei a farmeli
ritrovare.
- Certo... Ha notizie di Suzanne? - domandai, mentre faceva un pacchetto della sua paccottiglia.
- Io... io volevo vederla. Ma  in cella di segregazione o quasi. Sta molto male, dicono.
Preferirei che non ne parlassimo - sospir.
- Ho saputo che le ha trovato un ottimo avvocato.
-  stato mio marito... Io...
Dopo tutto, forse non  cos cattivo.
- Nessuno  del tutto buono, n del tutto cattivo. Poco fa mi ha telefonato una canaglia
gentiluomo.
- Una canaglia gentiluomo?
- Esistono. Lo devo incontrare domani, all'ippodromo d'Auteuil. Mi ha detto che Suzanne era
innocente. Devo incontrarlo per ulteriori chiarimenti.
- Innocente? Come pu una canaglia... se si tratta di una canaglia...
- Si tratta proprio di una canaglia. Forse si tratta anche di un espediente. Si finisce per farsi dei
nemici nella mia professione.
- Ci andr?
- S, voglio ben vedere.
- Ah!  questa l'informazione piuttosto strana di cui mi ha parlato prima?
- S.
- Che l'ha attirato qui?
- S. Volevo rivedere i luoghi, rivivere ancora una volta la scena angosciosa a cui avevamo
assistito...
- La prego!
- Mi scusi.
- Me ne vado - disse. - Devo lasciarla qui, alle sue... alle sue ispezioni?
- No. Non verrei a sapere nulla di nuovo. Aspetter domani.
And a spegnere la luce nella stanza attigua, spense dove eravamo e scendemmo la scala al
chiarore di una lampadina tascabile di cui si era munita.
- Come  entrato? - domand varcando la porta che dava sulla via e accorgendosi che era aperta.
- Mi scusi - dissi. - Ho forzato un po' la serratura.
Non fece alcun commento. Gir a sinistra, dirigendosi verso rue d'Ankara. Il cabriolet Tallemet
stazionava all'inizio di avenue Marcel Proust.
- Posso lasciarla da qualche parte, signor Nestor Burma?
- Sul quai de Passy, se  sulla sua strada.
Era sulla sua strada. M'installai accanto a lei. Era tesa come una corda di violino. In un batter
d'occhio fummo al quai. Il bistrot-restaurant, che sorge all'angolo di rue d'Ankara e di avenue de
Lamballe, curiosamente chiamato L'Ours Martin, offriva una terrazza illuminata piena di avventori dei
due sessi, amanti delle sere primaverili. Scesi dall'auto, salutai la mia ex cliente e guardai la Tallemet
sparire dalla vista.
Ritornai in rue Berton. Violai di nuovo la serratura. Questa volta, feci attenzione al gradino
basso che interrompeva il vialetto a met. Risalii nella stanza del delitto, illuminando il percorso con i
fiammiferi. Accesi la plafoniera e corsi alla poltrona che avevo occupato. Era da stupidi. Stava sempre
l. Nel frattempo, nessuno era venuto a fregarla. Passai il dito nello strappo della fodera, poi un po' pi
lontano, l dove mi era sembrato di sentire un corpo duro. Il corpo duro c'era ancora e non era
un'illusione. Era...
Un proiettile! Una palla, a giudicare dal calibro, che aveva potuto benissimo essere stata sputata
dalla pistola che teneva Suzanne.
Una palla per Bnech. Una palla per me. Una palla... Avevo inteso soltanto due detonazioni.
La misi in tasca e rientrai in albergo. Mi coricai. Dormii molto male.
11
La voce del passato
Davanti alla pista delle corse di Auteuil e all'imboccatura della metropolitana, si agitava
l'eterna schiera di ragazzini svegli che cercavano di spacciare le loro balle. Un tipo mal rasato, che
poteva ricordare Il Ciabattino di Georges de La Fouchardire, col feltro ammaccato sulla nuca, un
tascapane a tracolla, brandiva una busta sporca e salmodiava con voce roca: -  qui il cavallo vincente,
 qui, tutti milionari, solo vincitori, cento cocuzze la busta, il vincente, chiedete il vincente!
In apparenza, pochissima gente desiderava diventare milionaria con una puntata iniziale di
cento franchi. Preferiva la nobile incertezza dello sport. Passava, sdegnosa, davanti alla busta magica e
si dirigeva verso i tornelli di accesso al campo.
- Chiedete Le Turf. - sbraitava uno strillone. - Le Turf, ultima edizione. Tutte le dritte
provenienti dalle piste di allenamento. Le Turf.
- Paris-Sports - proclamava un altro. - Pronostici di prima mano. Paris-Sport tutti gli sport. Da
oggi Le Billet du Book del celebre e misterioso signor Sguin, l'imperatore degli ippodromi!
- Le Turf. Le Turf, ultima edizione!
-  qui il vincente, tutti milionari!
- Paris-Sports!
- Auteuil- Longchamp!
La folla delle grandi riunioni ippiche convergeva verso la pista della Butte Mortemart. Autobus,
tass, corriere speciali riversavano il loro carico di frequentatori, in boulevard Murat e boulevard
Suchet. Comprai Paris-Sports. Il venditore puzzava di vino. Eppure il doping  proibito.
- Innocente - dissi - Ha qualche probabilit?
- Come mia sorella - fece quell'uomo che usava volentieri il linguaggio sibillino degli indovini.
- Non conosco sua sorella.
- Meglio per lei.
- Ma Innocente, come se la cava?
-  un brocco...
Un fiato maleodorante per poco non mi stese.
- ...Paris-Sports. Da oggi Le Billet du Book...
Strizz l'occhio: -...Ci saranno delle sorprese nella terza, pap. Glielo dico io. Il sottoscritto e il
signor Sguin. Una gran bella sorpresa. Paris-Sports! Paris-Sports tutti gli sport!
Presi un biglietto d'ingresso. Al di l della pista verde, le tribune si stagliavano contro il cielo
senza nubi, sovrastate da ori-fiamme che garrivano gioiosamente al vento e brillavano sotto il sole.
Tutto un mondo gi brulicava sulle gradinate. Attraversai il prato  dove non c' erba; ma cemento e
ghiaia  e un sottopassaggio che mi condusse al padiglione. Camminai l davanti per qualche momento,
sulla superficie erbosa che lo separa dalla pista, in modo che Lasserre mi scorgesse, se c'era gi. Non
osavo servirmi dei binocoli per scrutare le persone sulle gradinate.
Un bel po' di donne sedute mostrava ingenuamente le gambe e anche di pi, e mi avrebbero
preso per un guardone. Un attimo dopo, abbandonai la mia passeggiata e andai a vagabondare intorno
agli sportelli del totalizzatore da cento franchi, all'interno del padiglione. Feci la coda e puntai
duecento franchi su un ronzino di nome Ubu Vo. Poi raggiunsi i piani superiori su per le scale interne
dagli ampi gradini di pietra, sgombri di rifiuti  a parte cicche e fiammiferi anneriti  ma sui quali,
durante la gara, gli scommettitori scarognati avrebbero sparso i loro biglietti perdenti. Sugli spalti la
gente andava e veniva; in misteriosi capannelli, ci si scambiava, fra iniziati, dritte dell'ultima ora. E il
tutto per compensare i biglietti spiegazzati sulle scale o beneficiare di pochi spiccioli. Gli esuberanti
cantavano le lodi di questo o di quel partente; di questa o di quella scuderia. I taciturni tormentavano
ancora le ricevute, gravi e pensierosi, le sopracciglia aggrottate, la matita in mano, effettuando le ultime
puntate. Di colpo, l'altoparlante annunci con la sua voce dalle sonorit roche che i fantini si mettevano
in sella e le conversazioni cessarono.
- I cavalli si rechino sulla linea di partenza.
Tutte le teste si voltarono verso il passaggio esistente fra il padiglione e il recinto del peso. In
fila indiana, montati da ometti civettuoli e graziosi nella loro casacca multicolore, tenuti alla briglia da
garzoni con le gambe storte, i concorrenti a quattro zampe guadagnavano la pista, frementi e nervosi,
fieri di essere il polo d'attrazione di migliaia di spettatori, almeno cos sembrava. Mormorii generati da
sentimenti diversi salutavano ogni cavallo, il cui nome o numero, proferito da mille voci, s'incrociava
al disopra delle teste. Un ronzino caracollava pi degli altri e il mio vicino brontol qualcosa fra i denti.
Quel piccolo numero da circo forse non gli piaceva. Io non dissi nulla. Il cavallo portava il numero 5 e
le mie speranze nella stessa occasione. La partenza avveniva proprio davanti a noi, alla riviera delle
tribune.
- Attenzione, via! - tuon l'altoparlante.
Il nastro di partenza sciabol bruscamente lungo i pali e forza, dai, i cavalli si slanciarono. Dalla
folla si lev un immenso clamore. Un cavallo che chiaramente non sapeva che cosa ci si aspettasse da
lui in quell'evenienza fu distanziato in tre falcate e le urla dei tizi che avevano puntato su di lui
sembrarono ridargli comunque un minimo d'energia. Ma non riusc a riacciuffare il gruppo.
- Guardi un po' quel cavallo - si strozz il mio vicino. - Stia attento a quella ballerina
imbizzarrita... (Si mise le mani a imbuto...)  adesso che devi muovere le gambe, eh, brocco!
Addio, ronzino, vacca, maiale e grossa quota. Era il 5, quella lumaca. Insomma, per duecento
franchi, non dovevo farne una malattia. Intanto, la corsa continuava e continuavano anche a sbraitare da
tutte le parti che era un piacere. Davanti a me una bionda, in piedi sulla panca, gesticolava e batteva i
piedi a rischio di rompersi la zucca.
- Nel naso, le dita nel naso - gridava - Amfortas! Amfortas! Va', tesoro. Ti dar un bacio,
amore. Amfortas!
Amfortas super il palo con le dita nel naso, come suggerito. Alcuni si sedettero, prostrati. La
bionda si gir verso di me, mi afferr per il bavero della giacca.
Era una bella bionda, giovane, gli occhi scintillanti.
- Che cosa le avevo detto eh, paparino? - fece con quella familiarit bonacciona che regna sui
campi di corsa. (Non mi aveva mai detto niente, ma non importava.) - Amfortas! Fatelo salire, signori. -
Con la mano libera indic vagamente il tabellone delle quotazioni. - Cinquanta a uno, dovrebbe essere,
mio caro. Un bigliettone, ci ho messo sopra, si rende conto? Un bigliettone da mille. Vince anche lei,
paparino?
- Ho puntato su Ubu Vo - dissi.
- Olal! si deve far vedere da un medico, papino. Ubu Vo?
Rimasi a chiacchierare un po' con lei. Era spassosa. Mi faceva bene. Avevo bisogno di
chiacchierare con gente spassosa. Aveva ancora una dritta fatta in casa per la seconda e mi permise di
approfittarne. Scesi a puntarci sopra cinquecento franchi, vincente fisso. Una folla vociante si accalcava
agli sportelli del totalizzatore. La vittoria di Amfortas veniva diversamente commentata. Tutte quelle
discussioni abbreviavano il tempo: dietro il banco, l'impiegato della Socit de Steeple-Chase era lungi
dal rivaleggiare con Amfortas. Gli scommettitori cominciavano a innervosirsi. E s'innervosirono ancor
pi quando l'altoparlante annunci: - I cavalli montino in sella - sebbene il lapsus scatenasse un'ondata
d'ilarit. L'addetto si affrett appena appena. Ero a tre persone dallo sportello, quando annunciarono: -
I cavalli si rechino sulla linea di partenza. - Fui servito per un pelo. - Partiti. - Il solito clamore si alz
immediatamente.
Mi precipitai sulle scale. Le gare non durano secoli. Che almeno vedessi un pochino come si
comportava il mio cavallo. Un altro ritardatario davanti a me saliva ugualmente i gradini a quattro a
quattro, galoppando su ogni pianerottolo.
Riecheggiarono tre colpi, sovrastando il brusio degli scommettitori eccitati. A parte il tizio che
li aveva sparati, quello che li aveva subiti e me, nessuno li avvert. Aggrappandomi alla ringhiera,
accelerai la corsa. Lo intravidi qualche gradino pi in alto, lungo disteso, la testa in gi, che giaceva in
una pozza di sangue. Nonostante i baffi rasati e il dolore che gli contraeva il viso, era facilmente
riconoscibile. La pistola rende gli uomini uguali. Non gli era stato molto utile il judo, oggi. E per
quanto riguardava la nostra chiacchierata, semaforo rosso.
Forse non era per niente l'ora dell'aperitivo, ma ne stavo bevendo uno, alla terrazza del bar che
fa angolo con avenue d'Eylau e place du Trocadro. Il mio sguardo poteva scegliere fra la Tour Eiffel,
che sorgeva come un pugnale ritto verso il cielo, al di l della terrazza di Chaillot, il monumento
elevato alla gloria dell'Arme Francaise, contro il muro del cimitero di Passy  monumento che attenta
alla morale della Nazione, se volete il mio parere  e il totem della Colombia britannica portato da Kurt
Seligman, un artista che ho conosciuto, un tempo, e che accoglie  il totem, non Seligman  i visitatori
sulla soglia del Muse de l'Homme. Il mio sguardo poteva scegliere, ma il mio sguardo vagava pi
lontano. Andava sul cadavere di Lasserre, guappo cavalleresco a cui avevano tappato la bocca.
Spaziava ancor pi lontano.
Avevo appena avuto il tempo d'identificare il corpo quando, terminata la seconda corsa, il
flusso degli spettatori delle tribune era dilagato per le scale. Avevo approfittato della confusione che
contagiava tutti per tagliare la corda. Ed ero andato a rifugiarmi in quel caff del Trocadro dove
nessuno mi conosceva, per riflettere sul significato di tutti quegli avvenimenti. E avevo telefonato a
Hlne, chiedendole di venire a raggiungermi assieme a Zavtter. Li aspettavo.
Arrivarono verso le sette. Le ultime edizioni dei giornali della sera riportavano quello che
chiamavano il dramma dell'ippodromo. Misi al corrente i miei collaboratori.
- I suoi complici non si sono fatti ingannare dalla sua recitazione, quando le ha fissato
l'appuntamento - disse Hlne.
- S. Non pu essere che cos - approvai. - Eppure... provo un certo disagio per aver detto alla
signora Ailot che, oggi, alle corse, un mascalzone doveva rivelarmi qualcosa riguardante l'innocenza di
Suzanne nell'omicidio di Bnech.
- La signora Ailot! - esclam.
-  da stupidi, lo so. Non ho pronunciato alcun nome, niente. E sono stati certamente i suoi
complici a farlo tacere... ma, ci non toglie...
-  una bella tipa - disse Zavatter.
- La sua cliente! - continu a protestare Hlne.
- Non  pi mia cliente. Siamo liberi di dire e pensare male di lei. Dice che  una bella tipa,
Zavatter? Ha forse indagato? (Mi chinai sul tavolino, rischiando di far volare i bicchieri.) Doveva
esaminare da vicino il caso Masuy.  coinvolta anche lei?
- Pi o meno.
- Santo cielo! racconti!
Lasci errare tutt'intorno uno sguardo sospettoso.
- Andiamo nel giardino del Trocadro. - dissi - A quest'ora, deve essere deserto.
Era deserto, infatti. Non un cane nei vialetti sinuosi. Solo la giostra per bambini funzionava
ancora. Per il piacere del proprietario, poich non c'erano pi clienti. Ma nella calma del crepuscolo,
l'organetto di Barberia diffondeva una carola infantile.
C'installammo su una panchina, davanti all'Acquario con i cancelli chiusi, e Zavatter disse: -
Ho letto il resoconto del processo alla banda di avenue Henri Martin. Ho anche letto un libro del
colonnello Rmy. E ho anche trovato questo in un giornale di stamane.
Mi porse un settimanale letterario-politico-satirico. Un articolo era segnato con la matita blu.
Lessi la notizia seguente:
IL CRIMINE NON PAGA
Un fatto di cronaca questa settimana ha sconvolto il quartiere di La Muette. Una ragazza di
buona famiglia ha ucciso, in circostanze, pare, particolari, l'autista della casa. Ci risulta che la zia di
questa signorina non sarebbe altro che una certa Signora X... (Ci riserviamo di scrivere il suo nome a
tutte lettere, se sar il caso), la quale signora X..., alla Liberazione, se non ebbe noie, fu solo per il
fatto di aver venduto come un capo di bestiame, l'amante, un certo Maulin, collaboratore di Masuy.
Esiste una maledizione? Le nostre azioni ci accompagnano veramente e delitti gravi richiamano
sempre delitti ancor pi gravi?
- Velenoso, ma interessante - dissi. - A condizione che sia esatto.
-  esatto - disse Zavatter.
- Questa notizia conferma quello che ho dedotto dalla lettura del processo. All'udienza,
l'avvocato di Maulin aveva vuotato pi o meno il sacco. La cosa non ha impedito a Maulin di essere
condannato a morte.  stato giustiziato il 1 ottobre 1947, a Montrouge, assieme ai suoi amici: Masuy e
altri due. Davanti al plotone, hanno pronunciato le classiche parole storiche. Un ottimista ha gridato:
La Francia ritorner bella!. Masuy ha ringhiato:  propria bella, la sua Francia!. Maulin ha
proclamato: Perdono chi mi ha perdonato' (o donato, i giornali non sono d'accordo...), Sparate al
cuore, ragazzi, e mirate giusto, perch  ben attaccato!'. Un tipo bizzarro, andiamo!
- Ah! che cosa ci vede di bizzarro, in tutto questo?
- In effetti - rinforz Hlne.
- Il suo cuore non era per niente ben attaccato. Era cardiopatico.
- Cardiopatico! E faceva quel mestiere? Era il campione del doppio gioco, allora?'
- Io le ripeto quello che ho letto sui giornali dell'epoca. Dicevano che fosse cardiopatico e che
le sue ultime parole non significassero nulla. L'emozione probabilmente deve averlo fatto sragionare.
- Uhm... Comunque, non mi aiuta molto. Intendo riferirmi a quel dettaglio che sembra
sfuggirmi, di cui le parlavo ieri.
- Forse ci ho messo sopra le mani... (Cav di tasca alcuni fogli pieni di note...) Ho ritrovato un
lungo articolo del colonnello Rmy su Masuy. Ecco che cosa scrive:...A Fresnes, Masuy mangiava di
buon appetito. Era sorridente dovevano dichiarare i suoi guardiani. Pareva in attesa. In attesa di
che cosa? Il suo rapporto... Aveva stilato un rapporto... faceva allusione alla possibilit di recupero di
un tesoro costituito da luigi d'oro, valuta, azioni internazionali, pietre preziose, per un totale di un
miliardo e mezzo di franchi francesi... franchi del 47!
- Sangue di Giuda! (Per poco non mollai la pipa.) Ecco il dettaglio che mi sfuggiva. Il tesoro
dell'Abwehr!
- Non si entusiasmi - disse Zavatter. - Se crede di metterci le mani sopra e di pagarmi con
quello, la mensa dei poveri non me la toglie nessuno. Ascolti il seguito... Parecchi indizi mi fanno
supporre che siano intervenute forze superiori ad affrettare la data in cui la bocca di Masuy si sarebbe
chiusa per sempre. Aggiungiamo che le indicazioni fornite da costui sui tesori che si vantava di poter
ritrovare, qualcuno le ha sfruttate... Gli sciacalli appartengono a tutti i tempi e a tutti i luoghi, ne
conosco pi di uno che oggi gira in carrozza per Parigi... 1
- S - dissi. - D'altronde, di Masuy, me ne frego anche. Che riposi in pace, come dice Faroux.
Ma quell'angolo oscuro mi tormentava. Adesso, ho la mente pi sgombra. Posso dedicarmi
completamente a quella marmocchia, a Suzanne.  innocente. Ne sono certo. Lasserre era sincero. Ed 
proprio perch non potesse provare l'innocenza della ragazza che l'hanno eliminato. Ma, perdio! Ci
vorr ancora un bel po' di tempo!
Lasciai la panchina. Il tizio della giostra faceva sempre girare il suo organetto. I conigli bianchi
e i cigni, immobili, sembravano incantati da quella musica tossicchiante.
- Strane parole quelle di Maulin - dissi - In genere, nei momenti supremi, non ci si perde in
battute leggere. Se fosse stato... un segnale? un avvertimento? un messaggio?
- Uhm! - fece Zavatter.
Perdono a chi mi ha donato... Il cuore ben attaccato... Non il mio, visto che sono
cardiopatico... Un cuore ben attaccato... come una spilla a forma di cuore? Perch no? Un cuore che si
apre come un medaglione... Un cuore che pu contenere un documento.
....
..
Le ore che seguirono, le passai da solo. Voglio dire senza Hlne n Zavatter. Ma pretendere
che fossi solo... Idee e personaggi si mescolavano nella mia testa. Alle dieci, decisi di andare a porre
qualche domanda alla signora Ailot. Fui ricevuto piuttosto male in rue du Ranelagh, dove sembrava di
rigore la faccia da funerale. Jrme, il lacch, stava tentando di congedarmi, quando da una stanza
sbuc il signor Ailot come un diavoletto a molla. Mi fulmin con lo sguardo: - Si tolga dai piedi -
berci.
Mi tolsi dai piedi senza replicare. Non avevo ancora perfezionato la mia teoria e non era al
signor Ailot che volevo esporla. Mi lasciai sbattere fuori come un pezzente. Investigatore privato
bisognoso, grossolano e senza pregiudizi! Volevo vedere chi sarebbe stato il pi pezzente. Perdio! Se la
faccenda si era messa come immaginavo! Passy! Passy... la grana!
Mi ritrovai in rue Berton senza sapere come. Sul posto regnava la solita calma paesana. La
calma! Proprio di che divertirsi! Un divertimento cos bello da far digrignare i denti! M'intrufolai nel
villino, secondo le mie abitudini. Era tutto spento quella notte. La cosa cambiava. A tastoni, mi
arrampicai al primo piano e, una volta su, accesi la plafoniera. Passai nella stanza accanto -quella con
l'orologio normanno -e feci luce anche l. Mi spostai sul fondo della stanza. C'era una porta che non
avevo mai avuto la curiosit di aprire. L'aprii... aspettandomi di scoprire una scala che mi conducesse
a pianterreno o in giardino. Era soltanto un armadio a muro. La richiusi dopo essermi scusato con i
ragni. Mi recai a ispezionare la stanza da bagno. Non era sempre stata una stanza da bagno. Era un
locale come gli altri, semplicemente pi piccolo, con una finestra pi grande delle solite finestre dei
bagni. Mi affacciai. Non era poi cos alta da terra. Un giovane poteva rischiare il salto senza danni.
Ritornai nella stanza del delitto. Disposi il tappeto  credo che si chiami passatoia  che Bnech aveva
allontanato cadendo, in un certo modo, misi alla sua estremit due sedie sovrapposte e mi sistemai
vicino alla tenda della porta comunicante. Procedetti a una ginnastica abbastanza semplice e tirai il
tappeto verso di me. Prese a fare delle onde come un mare da teatrino. Le sedie ruzzolarono.
Ovviamente. Filai nella stanza vicina, come avessi il diavolo alle calcagna. Le mie suole di para non
facevano alcun rumore. Attraversai il bagno e saltai dalla finestra. Atterrai senza bua. Aggirai la casa,
mi ritrovai davanti alla porta del pianterreno. Risalii dov'ero prima.
- Resti dov' e alzi le mani - disse qualcuno.
Verdognolo, il viso alterato dall'odio, dalla cattiveria e dal dolore, una pistola di grosso calibro
puntata alle mie parti nobili, Andr Ailot stava davanti a me.
12
Le ultime parole
Alzai le braccia. Riuscii a dire: - Tutto questo non ti porter lontano. O troppo lontano perch tu
possa tornare indietro.
-  morta - rugg il giovanotto. - Si  impiccata a un albero del Bois.  colpa sua. La uccido.
- Spara pure! Da quando hai eliminato Bnech, devi averne l'abitudine. Spara pure!
Spar. Mi tuffai. La pallottola pass sopra la mia testa fischiando. Non era un gran tiratore. La
pallottola in pieno cuore a Bnech, era stata un colpo di culo. Avevano sempre avuto culo in quella
famiglia. Ma, adesso, la fortuna girava. Riecheggiarono altre detonazioni e il locale ricominci a
puzzare di cordite. Nel momento in cui mi stavo rialzando, un tizio proveniente dalle scale mi salt
addosso, e mi rifil involontariamente un colpo di chiavistello sulla zucca. Mi rituffai, il naso nei peli
del tappeto. Un secondo furbone mi scavalc. Auteuil. Steeple-Chase. Quando rialzai la testa, si
stavano azzuffando. Ma il giovanotto fu presto ridotto all'impotenza. Mentre uno dei due nuovi venuti
lo teneva fermo, l'ispettore Fabre si piant davanti a me: - E allora? Era un lavoretto senza
complicazioni, eh?
- Se  per sentirla parlare come Faroux, tanto vale avere a che fare con lui. Lo avvisi e gli dica
di raggiungerci, che vi spiego tutto.
-  lui che ci spiegher... (indic il giovanotto...) Non  una ragazzina come Suzanne, lui.
- Oh!  anche lui un poveraccio. Chiami Faroux - ripetei.
- Va bene. Telefona al capo - disse al collega.
In attesa del commissario, seppi come erano piovuti dal cielo i due sbirri. La polizia aveva
avuto sentore dei legami ambigui di Andr. Non soltanto con le battone, ma anche con i loro papponi.
Cos, per ogni evenienza, gli avevano istituito intorno una sorveglianza permanente. Gli sbirri mi
avevano visto uscire dalla casa di rue du Ranelagh. Avevano visto Andr pedinarmi. Avevano seguito i
nostri movimenti. E agli spari erano accorsi. Seppi anche che la mia ex cliente, che fino allora aveva
retto brillantemente alla tensione, all'improvviso aveva perso il filo della ragione e nel pomeriggio si
era suicidata. Capivo le facce da funerale inalberate in rue du Ranelagh e l'assalto del giovanotto.
Presto, Florimond Faroux fu l. Lo pregai di non mettersi a urlare che era un lavoretto senza
complicazioni. Di complicazioni non ne rimanevano poche, ma stavo brigando per assottigliarne il
numero. E cominciai: - Ci saranno parecchie verifiche da effettuare, ma ecco, secondo me, come si
svolgono tutti gli avvenimenti di questi ultimi giorni. La signora Ailot  stata l'amante di Maulin. Nel
45, per cavarsi d'impiccio, consegna l'uomo alla polizia. Quello, per, la perdona e cerca di farle
capire, morendo, che uno dei gioielli che le ha regalato, la spilla a forma di cuore, va esaminata da
molto vicino. Il cuore contiene un documento che conduce probabilmente a uno dei tesori dell'Abwher.
Ma la signora Ailot non capisce la portata delle parole misteriose che lui pronuncia davanti al plotone
di esecuzione. In seguito, avendo bisogno di soldi  il marito, esasperato dalla sua condotta, ma non
volendo divorziare per meglio assaporare la vendetta (odia la consorte), l'aveva ridotta allo stretto
necessario  avendo bisogno di soldi, quindi, per lei o per suo figlio che adora, fa fare delle copie di
tutti i suoi gioielli dallo specialista Rosembaum. Fin qui tutto va bene. Ma ecco che il figlio cade in
balia delle battone motorizzate del Bois. Niente di increscioso ancora. La cosa pi grave  che un
membro della combriccola di avenue Henri-Martin evade di prigione. Questo tizio, se non sa dove sono
i tesori, possiede tuttavia qualche dritta sulla faccenda. Sia per caso, sia che conosca gi qualche
protettore di quelle amazzoni profumate, entra in combutta con loro. Li interessa ai suoi progetti.
E tenta un'incursione nell'antico locale del suo capo, assieme al judoista Lasserre, forse perch,
l, c' ancora qualcosa che lei non ha scoperto e che avrebbe facilitato il suo lavoro. Ma la spedizione
fallisce e non la ripetono pi. Per, devono fare spesso quattro chiacchiere insieme e in un modo o
nell'altro il nome della signora Ailot giunge alle orecchie del tizio.
- Se l'immagina, vero? - disse Faroux.
- Me l'immagino, s. Toccher a lei verificare pi avanti. E poi, quel giovanotto potr aiutarla,
se non riuscir a pizzicare n il suo fuggiasco n i complici-assassini di Lasserre.
- D'accordo. Continui.
- Immagino quindi che il nostro evaso debba conoscere il mistero della spilla a forma di cuore, a
meno che non abbia capito immediatamente il senso delle parole di Maulin, e che non le rammenti
quando sente pronunciare il nome della signora Ailot, che lui sapeva amante di Maulin. Allora, tutto
diventa semplice. Suo figlio  in mano nostra dice una delle battone. Gli ordineremo di fregare i
gioielli della madre. Tutti i gioielli, dato che non lo metteremo a parte del segreto per non spartire il
tesoro. E il nostro giovane babbeo frega i gioielli. Ignora che sono imitazioni. La signora Ailot si
accorge del furto. Ha appena cacciato Bnech. Pensa, logicamente, che sia Bnech il colpevole. Deve
recuperare la paccottiglia prima che torni il marito. Uno sbirro privato combiner l'affare. Uno sbirro
privato recuperer i gioielli in cambio di liquido, soluzione rapida che uno sbirro ufficiale non avrebbe
accettato. Mi metto in cerca di Bnech. Colloquio con Bnech. Era un tipo che si credeva un furbone.
Sa bene di non aver sgraffignato i gioielli e, malgrado non fosse abituato a quest'esercizio, d
un'accelerata agli emisferi cerebrali. Chi avrebbe potuto commettere il furto? Non lo sa neppure lui che
si tratta di metallo dorato e di perle false. Passa in rassegna i probabili colpevoli. Pensa al figlio, di cui
deve conoscere le amicizie ambigue. E deve decidere di trarre vantaggio dal tutto. Come? Che cosa
cova? Non so proprio e non lo dir.  morto. Ma, finalmente, esce e lo seguo. Esce, sia per riflettere,
sia per prendere contatto immediato col figlio. Mi ci appiccico dietro. Si sbarazza di me. E arriva, qui,
in rue Berton. Perch qui? Qui,  un nido d'amore...
- Che divide con Suzanne? - domand Faroux.
-  il nido d'amore, la garconnire dove il giovanotto riceve le sue battone. E Bnech lo sa. Se
per caso fosse l anche il giovanotto? C' proprio. Ma non da solo. Raramente  da solo, ma quella
notte, con lui c' soltanto la battona. Ci sono anche degli uomini, dei tipi freddi e risoluti, degli
individui scontenti poich si sono accorti che i gioielli consegnati da Andr sono falsi e loro sono
interessati a quelli veri, soprattutto alla spilla a forma di cuore, per via del documento che contiene e
che, beninteso non si trova nella copia. Quelli hanno portato l la copia a sostegno delle loro
affermazioni; o la partita completa, si vedr pi tardi. Durante il trambusto di cui quella stanza sar
teatro, la copia rotoler sotto il com dove io la raccoglier. Torniamo a Bnech. Scopre la strana
riunione. A sua volta rimane scoperto. Che succede? Si credeva un furbone. Forse ha voluto mostrarsi
ancora pi furbo. Per questo muore. Anche Andr deve voler fare il furbo oppure accattivarsi quegli
uomini che minacciano di diventare poco teneri con lui. Uccide o lo costringono a uccidere. Ma  lui a
uccidere non gli altri. Se non avesse ucciso, il seguito sarebbe stato diverso. Morto Bnech, i gangster
dicono: Adesso sbrigatela tu col cadavere. Ma, ormai, ti teniamo in pugno pi di prima. Tua madre ci
deve dire che cosa ne ha fatto dei veri gioielli. E immagino che se la squaglino. Il loro macinino
doveva sostare all'inizio di avenue Marcel Proust, dove ha perduto dell'olio...
- A meno che non si tratti di un'altra macchina - obiett l'ispettore Fabre.
- Non ha importanza. Anche Andr se ne va, va a raccontare tutto alla madre. Tombola! Forse si
potrebbe cercare di far sparire il cadavere, ma Nestor Burma ha gi preso contatto con l'autista, ci
ficcher il naso.  allora che nasce un piano diabolico nel cervello della donna, donna di testa in certi
momenti. Sono sorpreso che si sia suicidata. Ma si sapr mai che cosa pu passare per la testa, persino
per la testa di una donna di testa? Il piano diabolico? eccolo: Mio figlio ha ucciso, ma io lo salver; e
siccome ci vuole un colpevole, quello sar mia nipote. La nipote presto sar maggiorenne. Non mi
piacciono molto le ragazze che si avvicinano ai ventun anni.
- Davvero? Mi stupisce! - ironizz pesantemente il commissario.
- Voglio dire che le orfane che si avvicinano alla maggiore et, mi mettono una pulce
nell'orecchio. Lei potr verificare, ma sarei molto sorpreso se, a ventun anni, Suzanne non dovesse
ereditare la fortuna del padre, se fortuna c', fortuna che ritornerebbe alla signora Ailot, in caso di
decesso o di una qualsiasi alienazione dell'ereditiera. Quindi, si rende conto dei vantaggi della messa in
scena spiacevole ma necessaria che viene preparata? Andr fuori causa. La fortuna di Suzanne in tasca.
- E qual  stata la messa in scena?
- Drogano Suzanne. Credo che le abbiano fatto contrarre l'abitudine per rovinarle la salute,
sempre in previsione della famosa eredit... Quella donna era una criminale da lunga data, altrimenti in
poche ore non avrebbe concepito ed eseguito il piano che ho detto... Drogano Suzanne. La vestono alla
bell'e meglio: camicetta, gonna, ballerine e impermeabile. L'infilano in macchina e la portano qui.
Andr, incaricato dell'operazione, ha dovuto improvvisare un travestimento da autista, indossando un
vecchio berretto di cuoio a visiera. Non dimentichi che Suzanne a volte diceva: Quell'uomo a volte
L'autista, come si trattasse di due persone diverse. La signora Ailot mi telefona, mi racconta la storia
di Bnech-amante di Suzanne. Prima di tutto ficcano, nella tasca del cadavere, chiave della porta di
servizio e foto di Suzanne in bikini. La signora Ailot s'industria per attirarmi qui dove mi attende un
curioso spettacolo. Sar quasi testimone, se non oculare, almeno auricolare, dell'assassinio di Bnech
da parte di Suzanne. Uno sbirro privato come testimone. Facilissimo! Verr incolpata Suzanne. La sua
testa non  gi molto a posto. La droga l'ha resa amnesica e ancora pi toccata. Non resister a tutto
questo, tanto pi che nutre un preciso sentimento di colpa dopo la morte della madre, deceduta a causa
sua. In ogni caso, testimonianza di Nestor Burma a sostegno, ci saranno tali indizi contro di lei che non
se la caver pi. Ritengo che in quel momento cupidigia e amore materno mostruoso accechino la mia
cliente, e che se riflettesse... ma agisce come dico, perch  nella sua natura: coglie le occasioni, senza
guardare per il sottile. Arriviamo qui. C' Andr, con Suzanne nel pallone, che aspetta. Nel frattempo,
lui si  creato un vago alibi. E ritornato in rue du Ranelagh a farsi sorprendere intenzionalmente da me,
mentre origliava alle porte. Con un'automobile, questi andirivieni sono facili. Appena ci sente
avvicinare, entra in azione. Hanno messo a Suzanne  per accreditare un'ipotetica orgia  il vestito da
lavoro di una battona, che Andr doveva conservare nel guardaroba.  vicina al divano, in piedi ma
incosciente, il revolver che  servito a uccidere Bnech in mano. C' anche Bnech su una sedia. Andr
tira il tappeto verso di s. Il corpo ruzzola. Suzanne getta un grido. Andr preme il grilletto e si eclissa
dalla finestra del bagno. Mi precipito, revolver in pugno. Intanto Andr se la squaglia definitivamente.
E mi presento davanti a Suzanne, terrificata. Accade allora qualcosa d'inaspettato, che i criminali non
avevano previsto. Sia per la paura atroce provocata dalla mia improvvisa irruzione, sia per i nervi,
Suzanne spara ancora un colpo, che pu sembrare destinato a me. La mia testimonianza  ormai
scontata.
Cavai di tasca il proiettile trovato nello schienale della poltrona e lo porsi a Faroux.
- Non ho sentito il colpo che ha ucciso Bnech, perch non ero l. E il bossolo espulso dopo
questo primo sparo Andr l'ha fatto sparire. Secondo colpo (il primo che sento): ecco la palla e il
bossolo sar sul tappeto. Questa palla le  sfuggita perch, lei, ritenendolo, come tutti, un lavoretto
senza complicazioni, non ha proceduto a un'ispezione molto accurata. Terzo colpo (il secondo che
sento, eccome lo sento); e non previsto nel programma: punto d'impatto nello stipite della porta... La
mia testimonianza quindi  ormai scontata. E mi sono, come sempre, trovato in prima fila. Ma mi
assalgono dei dubbi, mi assaliranno sovente. Questa volta, sono stato veramente troppo in prima fila.
Non  n normale n naturale. Sento confusamente che ho assistito a uno spettacolo inscenato a mio
uso e consumo. Ma, per il momento, i miei dubbi non vanno lontano. In seguito, tuttavia, l'acquisizione
di altri dettagli, m'inciter a esaminare nuove ipotesi. Bene. Quindi, grande scena drammatica. La
signora Ailot ha una crisi di nervi non simulata, la prego di crederlo. Evidentemente, gioca pesante.
Rientriamo tutti in rue du Ranelagh dove, da consumata commediante, fa finta di volermi corrompere,
augurandosi che non io ci stia. Non ci sto. Ma sono seccato per quello che capita a Suzanne. Che altro
fare, perci, se non informarla della tragedia? Lei arresta Suzanne; non le  molto utile, confessa
tuttavia di essere l'amante dell'autista (cosa falsa) perch se ne vanta... le d prestigio... E soprattutto,
continua a non sapere molto bene quello che dice e quello che fa. Se non  crepata per la dose di droga
che le hanno rifilato,  per il fatto che, siccome non era la prima volta, era mitridatizzata, per cos
dire... E ora, i gangster. Vengono a sapere dai giornali la montatura del delitto. A parte Lasserre, se ne
fregano. Suzanne o un'altra... Ma vengono anche a sapere che  coinvolto uno sbirro privato, senza
riuscire a delineare la sua posizione. Diffidenza. Non possono chiedere dritte alla signora Ailot. La
donna  circondata da sbirri. Meglio restare lontani dalla signora Ailot. Ma la radio gli fornisce il mio
indirizzo, cos mandano Lasserre per sondarmi. E Lasserre, che deve ritenere poco corretto addossare a
una marmocchia il delitto compiuto da un giovane imbecille, si propone di farmi capire che lei 
innocente. Ma si tira indietro oppure le mie manovre sono maldestre. Se ne va deluso. La mia presenza
in quella faccenda, il passo falso commesso da Lasserre, tutto ci non dice nulla d'interessante a quei
signori e decidono di agire in fretta. Con la sua macchinazione, la signora Ailot  pi che mai alla loro
merc. Se, sempre prudenti, non vanno a trovarla, possono telefonarle. Dove sono i gioielli veri? A chi
li ha venduti? Parli, altrimenti... Parla. Ha fatto fare le copie da Rosembaum. Ha dovuto vendere i veri
a Rosembaum. E Rosembaum stesso dovr dire a chi ha venduto la spilla. Fiondano da Rosembaum.
Probabilmente col pretesto di una transazione onesta. Apprendono qualcosa o non apprendono nulla. I
libri contabili che consultano gli saranno di qualche utilit? Non lo so. Ma si mette male per
Rosembaum, forse perch non vuole vuotare il sacco, forse perch  ebreo e l'evaso di prigione non
ama gli ebrei. In seguito a questo tragico intermezzo, Lasserre vuole togliersi d'impiccio. Possiede una
sorta di moneta di scambio. Si rivolge a me. Ma  sospetto agli occhi dei complici. Rappresenta l'anello
debole della catena. Stanno per impadronirsi del tesoro. Alla fine, Rosembaum ha dovuto dire loro a
chi aveva venduto la spilla. E se ne impadroniranno presto, non avendo riflettuto su una cosa che le
dir fra poco. La copertura dell'appuntamento dato a un sedicente allibratore non li inganna. Andranno
alle corse anche loro e controlleranno il suo comportamento. Un altro membro della banda, oltre a
Lasserre, deve conoscermi di vista, e mentre io mi pavoneggio davanti al padiglione, notano la mia
presenza... e si sbarazzano del giovane malvivente prima che possa contattarmi... Ah! dimenticavo...
anche la signora Ailot aveva tentato di sbarazzarsi di me, il giorno prima. Oh! con molto garbo, con
molta naturalezza. Rimanevo nei paraggi e nella faccenda soltanto perch cercavo i suoi gioielli. Una
volta trovati, non avevo pi alcun motivo di occuparmene. Almeno cos lei credeva. Io non sono pi
utile. Sono stato praticamente testimone dell'omicidio commesso dalla nipote. Questo basta. Appena ha
recuperato i gioielli  i malviventi devono avere reso le copie al figlio  e io ho prospettato l'ipotesi che
Bnech forse li avesse nascosti qui, organizza un'altra messa in scena. Porta il pacchetto qui e
s'industria perch io ci metta le mani sopra. La sorprendo nel corso dell'operazione, ma non ne traggo
subito nessuna conclusione negativa nei suoi confronti. Credo alle sue parole. Ma le parlo di Suzanne,
la metto al corrente della telefonata di una canaglia che asserisce l'innocenza di sua nipote... Capisce
allora che terr duro, che scoprir tutto... Volendo salvare il figlio, ha aggravato la situazione di tutti...
Ecco perch si  suicidata.
- Verificheremo - disse semplicemente Faroux.
- Quando penso - sospirai - che sono morti tutti per niente.
- Per niente? Se il tesoro esiste...
- Credo che esista, ma non  il possesso della famosa spilla, quella vera, a condurci alla meta. Ci
rifletta, Florimond. Ci rifletta meglio di quei malviventi, accecati, anche loro, dalla cupidigia. Per
eseguire una copia perfetta della spilla, Rosembaum, ha dovuto aprirla.
- Perdio! E avrebbe...
- Perch no! Era il malloppo nazista. L'ha considerato bottino di guerra.
Alcuni giorni dopo, il giovanotto confess, confermando una parte delle mie supposizioni. Nel
giro di parecchie settimane, gli sbirri pizzicarono l'antico compagno di Maulin e un protettore di nome
Charalon. Costoro ne confermarono un'altra parte. Faroux m'inform anche che Suzanne doveva
ereditare effettivamente, alla maggiore et, una fortuna considerevole, che sarebbe ritornata alla signora
Ailot in caso di disgrazia. Il signor Ailot aveva procurato alla nipote d'acquisto un avvocato del foro
perch, se odiava la moglie, non si riconosceva il diritto di estendere il proprio odio alla sventurata
fanciulla. Un bel gesto. Era gi qualcosa. S, Faroux, mi ha raccontato questo e altro, ma l'ho ascoltato
con orecchio distratto. Dal momento in cui ho abbandonato la sinistra casa di rue Berton, assieme agli
sbirri e al giovane assassino, mi sono disinteressato di questa faccenda che mi ha lasciato soltanto
l'amaro in bocca. Sono intervenute dall'alto mani potenti. Il processo non  ancora stato celebrato.
E non ho pi rivisto Suzanne.
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1) Rmy : Vie et mort d'un espion. (rivista Miroir de l'Histoire, ottobre e novembre 1954.)
...
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...
FINE.
